Il rock resta la lingua dei perdenti anche nell’epoca del consumo culturale

“La disperazione smangia la città come un agente esogeno. Tutti sono sul punto di scoppiare a piangere. In effetti, i lamenti costituiscono il rumore di fondo della strada. O forse sono sirene. O quei garriti dei gabbiani che somigliano a risate di scherno. In ogni caso il vuoto è così sincero che per riempirlo la gente sarebbe disposta a credere a tutto. All’ultimo politico populista o al romanzo primo in classifica”. Sono le prime sette righe di Gioco di prestigio, il mio ultimo romanzo appena uscito per La nave di Teseo. È un attacco plumbeo e devastante, che in qualche modo nella mia testa ha sempre riecheggiato quello, inarrivabile, de L’informazione di Martin Amis: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere…”.
Dall’ottava riga però cambia qualcosa. Se fossimo al cinema la cinepresa dopo una panoramica restringerebbe di molto il campo. Il punto di vista si rimpicciolisce, dalla collettività si passa a un solo individuo, il vero protagonista senza nome della storia che è appena iniziata. È in questo passaggio importante – discriminante – che fa il suo ingresso il rock: “Neanche infilarmi una maglietta con la linguaccia dei Rolling Stones mi dà più soddisfazione”.
Ho usato un gruppo volutamente popolare e perfino mainstream, perché Gioco di prestigio non è un romanzo per schizzinosi, snob o, peggio, nerd. Volevo un gruppo che valesse per tutti i gruppi, che rappresentasse un archetipo del rock, di quegli svitati che in un periodo storicamente abbastanza circoscritto e al contempo slabbrato, erano stati per tanta gente un antidepressivo naturale, un inno (alla lettera!) a non mollare, a tirare avanti. Questo è stato il rock, con le sue ruvidità, per qualche generazione: una motivazione costante, oggi direbbero un mental-coach.
Così, seguendo questa china, ho popolato il romanzo di canzoni indimenticabili di gruppi leggendari: ci sono gli Stooges e i Guns N’ Roses, i Joy Divison e i Nirvana (sì, il grunge è stato rock, forse l’ultimo grande rock che abbiamo udito). Queste canzoni nel romanzo provengono da un chiosco realmente esistente nei pressi di Castel Sant’Angelo, nel punto più cosmopolita di Roma, anche se fuori dalla finzione letteraria talvolta spara delle insostenibili play list di canzoni pop à la Elodie.
Il vero gioco di prestigio è che il romanzo è letteralmente scaturito da una canzone rock. Una ballad poco conosciuta di Lou Reed che mi ha dato la scossa creativa necessaria a visualizzare quest’uomo di mezza età che si è stufato, che non ne può più, che è diventato un gestore di B&B, cioè un receptionist. Vorrebbe sparire nella nebbia, magari a braccetto di una ragazza, sperando in un bacio. Dico del romanzo ma anche della canzone. Le parole della canzone, sovrapposte (rapprese?) a una manciata di note pendenti e distorte, pronunciate da una voce nuda che non ha nessuna volontà di abbellirsi, molto al di là di qualsiasi estetica canora, mangiate talvolta dall’emozione e dalla vecchiaia, mal gestite da un diaframma distrutto dalle droghe.
Il risultato finale è di una potenza inaudita. Si tratta di Vanishing Act (manco a dirlo, una delle traduzioni possibili è proprio Gioco di prestigio), pubblicata nel 2004 all’interno del concept album The Raven, ispirato alle poesie di Edgar Allan Poe. Niente di meglio per la storia di un povero diavolo, anzi di un impoverito che vorrebbe scrivere la sua prima poesia ma che continua a fallire, a cadere. A bere un altro bicchiere di Martini.
Gli ultimi e il rock, esiste un binomio più impeccabile? Qualcuno potrebbe obiettare che il rock è stato ascoltato anche dai ricchi. Che non è benefico o malefico in sé, dipende da chi l’ascolta. Allo stesso modo in cui Hitler era un grande appassionato di musica classica e in particolar modo di Richard Wagner, qualsiasi stronzo WASP, fighetto, capitalista può godere nell’ascoltare i New Order.
Primo fatto: che il rock non abbia padrone e possa essere ascoltato da chiunque è un punto a suo favore, ne stabilisce insindacabilmente un animo anarchico (e, nonostante l’industria discografica, i poveri hanno potuto fruirlo al pari dei ricchi). Secondo fatto: il rock ha costruito un immaginario esatto d’esaltazione delle classi subalterne, ha sobillato alla rivoluzione sociale, ha spinto l’esistenzialismo verso i confini bui del nichilismo e dell’autodistruzione (chi pone l’accento sull’essere, giocoforza sbertuccia l’avere). Terzo fatto: il rock non è per i poveri, il rock è povero, pensate a Johnny Rotten che strilla sopra a quattro accordi in una canzone che tra due minuti e mezzo sarà finita (sì, i Sex Pistols sono presenti nel romanzo).
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