Come distinguere Neocon, Neotrump e soliti imbroglioni

Fateci caso: quando qualcuno vuole difendere surrettiziamente i peggiori manigoldi del pianeta, quando vuole portare acqua al mulino della prepotenza più spudorata, ma senza darlo a vedere, anzi fingendo di prenderne persino le distanze, l’argomento è sempre lo stesso. Il prepotente di turno fa in realtà quello che fanno tutti gli altri, solo che lui, a differenza degli altri, non è ipocrita (quindi, se ne potrebbe concludere per semplice deduzione, non è affatto come tutti gli altri: è meglio). E giù l’elenco di tutte le malefatte di chi tenta di opporsi o anche solo si permette di criticarlo, dalla preistoria a oggi.
Quando si tratta di Donald Trump, è la classica argomentazione che Federico Rampini ha perfezionato e diffuso su scala industriale, con un prototipo replicabile in serie praticamente all’infinito, per qualunque domanda riguardi il presidente degli Stati Uniti. Trump sventra una cagnetta nel cortile della Casa Bianca? Bruttissima cosa, certamente, ma bisogna anche ricordare come dai resti dei primi insediamenti di Cro-Magnon si sia visto chiaramente che i progenitori dei democratici di oggi facevano esattamente la stessa cosa, e da decine di migliaia di anni prima, senza che nessuno se ne scandalizzasse; l’unica differenza è che Trump lo fa alla luce del sole, invece che nel buio di una caverna, perché non è un ipocrita.
Quando si tratta di Vladimir Putin (ma anche dello stesso Trump), questo genere di argomentazione è l’espediente preferito di Marco Travaglio, e di una lunga schiera di politologi, geopolitologi e affini. Ridotto all’osso, è l’argomento principe di tutte le discussioni da asilo: «E tu, allora?». Ed è un modo molto comodo per difendere i prepotenti facendo finta di criticarli, dandosi un’aria da osservatore equanime ed equilibrato. Ma sono arrivato già ben oltre la metà dell’articolo che immaginavo di scrivere e non ho ancora nominato due su tre dei protagonisti che ho messo nel titolo, dunque saltiamo le divagazioni e veniamo al punto: la differenza tra neocon e neotrump.
Full disclosure: nel 2003 io e Christian Rocca, oggi direttore della spettabile testata che pubblica questa newsletter, avendo molto più tempo libero e moltissimi più capelli di oggi, ci siamo spesso accapigliati sull’intervento americano in Iraq e sulle sue giustificazioni ideologiche. Tempi felici in cui i principi fondamentali della civiltà liberale e della convivenza democratica erano così largamente condivisi da apparire scontati, e ci si poteva dividere semplicemente (si fa per dire) sul modo in cui quei principi avrebbero dovuto essere seguiti.
Allora Robert Kagan e gli altri neocon (ora non per niente tra i più duri oppositori di Trump) sostenevano di voler portare la democrazia in Iraq, e per quanto l’esperimento non sia stato un successone, nessuno può negare che ci abbiano provato. Oggi abbiamo invece un presidente degli Stati Uniti che dichiara pubblicamente e senza la minima ipocrisia di avere attaccato il Venezuela e sequestrato il suo presidente-dittatore anzitutto per il controllo del petrolio, e che del resto (scarcerazione dei prigionieri politici, libere elezioni, agibilità democratica per le opposizioni) semmai si discuterà più avanti, se avanza tempo.
La differenza tra esportazione della democrazia e importazione del petrolio dovrebbe risultare evidente a tutti, ma nel caso in cui la distinzione tra quello che gli americani hanno sempre fatto e quello che Trump sta facendo ora non risultasse ancora sufficientemente chiara, ci ha pensato lui stesso a sottolinearla, ripetendo più volte di avere analoghe intenzioni su tutto o quasi tutto il Centro e Sud America e persino sulla Groenlandia, territorio della corona danese, cioè di un paese dell’Unione europea, nonché membro della Nato.
Affermazioni così minacciose e così poco ipocrite da avere spinto ieri persino Giorgia Meloni, che solo pochi giorni fa aveva definito «legittimo» l’intervento in Venezuela (complimenti per la lungimiranza), a sottoscrivere la dichiarazione dei Volenterosi in difesa della Groenlandia e dei confini dell’Europa. A ulteriore dimostrazione di come l’idea che si debba preferire un sincero prepotente a un insincero democratico sia non solo la più fessa, ma probabilmente anche la più autolesionistica della storia umana.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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