No all’uscita dal Patto di stabilità e no ad aiuti a pioggia: da Bruxelles e dall’Ufficio parlamentare di bilancio due docce gelate per il governo

Aprile 28, 2026 - 22:00
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No all’uscita dal Patto di stabilità e no ad aiuti a pioggia: da Bruxelles e dall’Ufficio parlamentare di bilancio due docce gelate per il governo

Brutta giornata per il governo. Ad agitare le acque, al di là del pasticcio sulla grazia a Nicole Minetti innescato dal ministero della Giustizia e su cui ora si muove anche la procura generale di Milano, ci sono due pronunciamenti che piombano come altrettante docce gelate su Palazzo Chigi. Il primo arriva dall’Unione europea: se nei giorni scorsi la premier Giorgia Meloni aveva ipotizzato una deroga al Patto di stabilità per i settori più colpiti dalla crisi energetica e se il vicepremier Matteo Salvini addirittura aveva aperto la strada (per bocca del capogruppo leghista in commissione Bilancio del Senato, Claudio Borghi) direttamente all’«abbandono anche unilaterale» delle regole europee che vincolano gli Stati membri dell’Ue a mantenere sotto controllo finanze pubbliche, da Bruxelles la risposta non si è fatta attendere. «Non esiste alcuna possibilità per uno Stato membro di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità e crescita, le regole fiscali fanno parte del diritto dell’Unione europea e sono vincolanti per tutti gli Stati membri», ha detto all’Ansa un portavoce della Commissione europea interpellato sulla questione che ha creato non poche frizioni anche all’interno della stessa maggioranza di destra.

La scorsa settimana il governo si è visto costretto a confermare che il rapporto deficit/Pil dell’Italia è al 3,1% e dunque il nostro Paese resta sotto procedura Ue per disavanzo eccessivo. Scorciatoie o cambi di rotta non sono ammessi, confermano da Bruxelles, con la stessa fonte citata dall’Ansa che ribadisce: «Secondo il braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, gli Stati membri sottoposti a procedura per disavanzo eccessivo devono rispettare il percorso correttivo raccomandato dal Consiglio, definito in termini di crescita della spesa netta».

Parole tra l’altro avvalorate da dichiarazioni ufficiali del commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, che parlando a Strasburgo con una serie di testate giornalistiche ha presentato così la faccenda dell’uscita dell’Italia dal Patto di stabilità: «Al momento questo tipo di richiesta non è stata presentata, quindi è difficile commentare scenari ipotetici. La nostra raccomandazione è generalmente quella di mantenere una risposta contenuta e di restare all’interno dei parametri dei piani strutturali di bilancio nazionali».

Che a Bruxelles non abbia fatto piacere il tentativo del governo di svincolarsi dalle regole europee viene poi confermato dal fatto che anziché liquidare la questione con poche parole, la Commissione Ue ha tenuto a precisare attraverso il suo portavoce punto per punto perché l’Italia non può ipotizzare trattamenti da privilegiati. «Il Patto di stabilità e crescita sostiene finanze pubbliche sostenibili e incoraggia riforme e investimenti, contribuendo a rafforzare la stabilità economica, ad aumentare la competitività e a creare un contesto prevedibile per gli investimenti e la crescita nell'Ue, sostenendo al contempo un mercato del lavoro forte e resiliente», afferma ancora la Commissione europea. «Gli Stati membri possono adottare le misure fiscali che ritengono necessarie per sostenere famiglie e imprese vulnerabili, a condizione che la crescita della spesa netta resti entro il limite raccomandato dal Consiglio» e «che tali misure siano conformi al diritto dell’Ue». Non solo. «Una risposta efficace di politica nazionale per proteggere la nostra economia e i cittadini dovrebbe essere mirata, temporanea e coerente con la necessità di continuare la decarbonizzazione del sistema energetico - prosegue l’esecutivo comunitario -. In primavera, la Commissione fornirà una valutazione aggiornata degli sviluppi di bilancio per tutti gli Stati membri nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026».  

Tra l’altro, il riferimento al fatto che ogni misura adottata per far fronte alle crisi deve essere «mirata, temporanea e coerente con la necessità di continuare la decarbonizzazione del sistema energetico» ha un peso speciale se affiancata a quel che Palazzo Chigi ha deciso in queste settimane per abbassare i prezzi dei carburanti. Il taglio delle accise deciso a metà marzo e poi prorogato fino al 1° maggio al costo di circa un miliardo di euro non risponde a quelle caratteristiche. Né è utile per dare sollievo agli automobilisti più bisognosi di fronte ai rincari dei prezzi alla pompa.

E qui arriviamo alla seconda doccia fredda aperta oggi su Palazzo Chigi, che probabilmente è risultata anche meno piacevole per via della fonte da cui arriva: l’Ufficio parlamentare di bilancio. L’organismo che vigila sulla finanza pubblica italiana, intervenendo sul Documento di programmazione finanziaria presentato la scorsa settimana, non solo ha calcolato un rapporto debito/Pil in aumento fino al 140% nel 2026 (contro il 137% comunicato dal Mef), non solo ha calcolato una crescita «più prudente» di quella del governo (0,5% nel 2026 e dello 0,6% negli anni successivi), ma ha anche sottolineato che l’inflazione da shock energetico sarà più pesante per le famiglie con spesa più bassa e che quindi le misure di contrasto devono essere mirate, non a pioggia come quelle messe in campo finora da Palazzo Chigi. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che nel 2026 l’inflazione per le famiglie del primo quintile di spesa potrebbe essere più alta di 0,5 punti rispetto alla media, arrivando al 4% contro un tasso al 3,1% avvertito invece dalle famiglie che si collocano all’estremo opposto nella scala, quelle di cinque quintili di capacità di spesa. Secondo l’Upb quindi «interventi di mitigazione mirati sui segmenti della popolazione più esposti appaiono, a parità di onere per la finanza pubblica, più efficaci rispetto a misure generalizzate sui prezzi».

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