Il cuoco è un artigiano nell’animo

Il fare-bene è l’etica dell’artigiano. Va da sé che non può essere un approccio individualista e competitivo, se non con sé stessi: il fare-bene ha una referenza oggettiva in qualcosa, sia essa la tradizione, un modello fisso precostituito, una funzione precisa a cui rispondere o donare felicità a chi godrà del bene prodotto. Inoltre, il fare-bene ha una implicazione intenzionale: l’artigiano s’impegna a fare le cose bene, che ci riesca oppure no, quello è l’indirizzo della sua azione. La conseguenza è che il tempo sia un elemento consustanziale al prodotto e che non si possa comprimere oltre un certo limite, pena l’allontanamento dal paradigma di riferimento, col rischio che l’artigiano metta in pericolo il suo fare-bene. Il prodotto artigianale è ben-fatto se risponde a questi criteri e il suo valore deriva da essi, al netto del valore del materiale con cui è realizzato. È abbastanza evidente, infine, come questo concetto complessivo, che abbiamo disegnato finora, da William Morris a Efesto, dai fabbri balinesi alle punte di lancia neanderthaliane, sottenda a un senso di responsabilità come fondamento della comunità: se si è artigiani nell’animo, si risponde alla funzione, all’estetica, al destinatario e alla tradizione.
Non a caso, in giapponese prima e dopo i pasti si usano due espressioni, considerate gesti di buona educazione. Prima del pasto, si dice itadakimasu (いただきます), che significa «ricevo umilmente [il cibo]». Mentre gochisosama deshita(ごちそうさまでした) è l’espressione che si usa dopo aver finito di mangiare, per mostrare gratitudine per lo sforzo di chi ha preparato o offerto il cibo. La radice del termine, infatti, originariamente indicava l’idea di correre in giro per cercare cibo, cioè darsi da fare per offrire un pasto. In entrambi i casi non si tratta di ringraziamenti a dio, per aver concesso di avere cibo per nutrirsi, ma al cuoco che lo ha preparato. Una relazione diretta di gratitudine per l’atto dell’artigiano, di rispetto per la struttura sociale che quel gesto responsabile del fare-bene permette di mantenere in equilibrio: un grazie all’artigiano, che è però un segno di rispetto per la società intera.
Nell’atto del fare vi è poi una maggiore o minore intensità, una forza che a volte soccorre e a volte manca:
è la fatica del fare, a cui deve seguire un giusto ringraziamento. Ma ancora più in profondità, nello sport come nella musica, nella scrittura come nella pittura e in qualsiasi attività che coniughi mano e mente, vi è un momento di perfetta sintonia e sincronia: viene chiamato flow (alcuni la chiamano «zona») ed è quello stato di coscienza in cui si è in piena assonanza con ciò che si sta facendo, può durare un attimo o allungarsi un po’ nel tempo, ma di sicuro non è eterno, né stabile, né continuo, è anzi oggetto di ricerca indefessa, attraverso la disciplina dei tentativi e della ripetizione del gesto.
Rainer Maria Rilke fotografa l’attimo del fare-bene nella sua poesia Werkleute sind wir (Siamo artigiani), in cui l’artigiano è il simbolo dell’atto creativo insieme alla potenza fisica del gesto, mentre lo straniero è il simbolo dell’ispirazione e dell’idea, a cui segue appunto l’urgenza del fare, intenso e deciso, almeno per quell’attimo di flow, in cui tutto si allinea:
Werkleute sind wir: Knappen, Jünger, Meister,
und bauen dich, du hohes Mittelschiff.
Und manchmal kommt ein ernster Hergereister,
geht wie ein Glanz durch unsre hundert Geister
und zeigt uns zitternd einen neuen Griff.
Wir steigen in die wiegenden Gerüste,
in unsern Händen hängt der Hammer schwer,
bis eine Stunde uns die Stirnen küßte,
die strahlend und als ob sie Alles wüßte
von dir kommt, wie der Wind vom Meer.
Dann ist ein Hallen von dem vielen Hämmern
und durch die Berge geht es Stoß um Stoß.
Erst wenn es dunkelt lassen wir dich los:
Und deine kommenden Konturen dämmern.
Gott, du bist groß.
Siamo artigiani: garzoni, discepoli, maestri,
e ti costruiamo, alta navata.
E a volte giunge un forestiero austero,
che passa come un bagliore tra i nostri cento spiriti
e ci mostra tremando un nuovo appiglio.
Saliamo sull’impalcatura ondeggiante,
nelle nostre mani grava pesante il martello,
finché un’ora ci bacia sulla fronte,
luminosa – come se tutto sapesse –
e viene da te, come il vento dal mare.
Allora rimbomba il battere dei molti martelli,
e per i monti si propaga colpo su colpo.
Solo quando oscura, ti lasciamo:
e le tue forme future affiorano nell’alba.
Dio, sei grande.
Se lo scopo dell’agire è costruire un’alta navata, a cui ci si rivolge direttamente, qualunque cosa essa rappresenti, la motivazione di quell’agire è nell’atto stesso del farla. E farla bene. È quella che Carl Rogers, fondatore della cosiddetta psicologia umanistica, molto in voga in ambito aziendale, chiamava «tendenza attualizzante» (actualizing tendency), la spinta naturale alla crescita che appartiene agli esseri viventi, fra cui l’uomo. Negli anni Ottanta altri due psicologi, Edward Deci e Richard Ryan, hanno ripreso quelle idee, perfezionandole nella loro Self-Determination Theory che comprende la decifrazione, su base sperimentale, dell’efficacia della cosiddetta motivazione intrinseca. Ecco, per un nuovo verso, chi è l’artigiano: è colui che, spinto da una motivazione intrinseca, costruisce un’alta navata attraverso momenti di intensità nella sua azione, godendo di quei momenti più ancora che del risultato finale. Ci riconosciamo?
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