Il Milan ha il diritto di sostituire Allegri, Tare, Leao e Pulisic. Ma chi decide ha dimostrato di non essere all'altezza del compito

Aprile 17, 2026 - 11:30
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Il Milan ha il diritto di sostituire Allegri, Tare, Leao e Pulisic. Ma chi decide ha dimostrato di non essere all'altezza del compito

L'ennesima annunciata rivoluzione rossonera ripartirebbe da basi molto precarie

Cambiare (ancora) non è peccato, ci mancherebbe. L'attuale situazione del Milan non è sicuramente la migliore possibile e ragionando, per assurdo, in una prospettiva più ambiziosa, ipotizzare di affidarsi da luglio ad un allenatore diverso rispetto a Massimiliano Allegri o ripartire da calciatori considerati più bravi di quelli attuali – arrivando a sacrificare anche “totem” come Maignan, Pulisic, Leo o chi volete voi – non rappresenta un sacrilegio. A patto che la ricostruzione spetti a chi di calcio ne mastica quotidianamente e vanta un'esperienza pregressa in questo settore. Da tre anni a questa parte invece, in casa rossonera la responsabilità sulla materia calcistica è finita nelle mani di chi crede di possedere alcuna competenza senza che i risultati siano lì a certificarlo.


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VINCERE E' UN FASTIDIO?

Mettiamoci d'accordo: oggi è imprescindibile cercare di far allineare tutti i pianeti, far convergere gli interessi finanziari di un'azienda - ma anche e soprattutto di una proprietà che ha legittimamente il proposito di generare profitti - e non disperdere l'eredità storica di uno dei club più prestigiosi al mondo. Che ti impone di essere sempre protagonista e di fare ogni sforzo per competere per la vittoria. Se si pensa al Milan, non è accettabile in alcun modo condividere l'attuale logica secondo la quale l'unica stella polare da inseguire sia la partecipazione alla Champions League (peraltro senza alcuna prospettiva di fare strada, come dimostrano le ultime esperienze ad eccezione della semifinale della stagione 2022/2023). Non contemplando in alcun modo la possibilità di essere in lizza fino in fondo per la vittoria, in Italia ed in Europa. Anzi, la sensazione dopo diverse stagioni di Milan a conduzione americana è che la parola “vittoria” venga percepita addirittura con fastidio.


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TROPPI CAMBIAMENTI

Nessuno ha a priori la ricetta per arrivare al successo sportivo, che in una competizione a 20 squadre e a tappe come la Serie A e ancora di più in una sorta di Superlega con le migliori formazioni del pianeta come è oggi la Champions League è legato ad una serie di fattori ed incognite non preventivabili e difficilmente aggirabili. Ma non è certo producendo continui ribaltoni, avvicendando sei allenatori diversi dal 2018 (quando il fondo Elliott è subentrato a Yonghong Li) ad oggi (Gattuso, Giampaolo, Pioli, Fonseca, Conceiçao ed Allegri) o cedendo ed acquistando calciatori a ritmo compulsivo – circa 500 milioni di euro investiti in nuovi ingaggi negli ultimi quattro anni – che si può pensare di dare stabilità ad una squadra e ad un ambiente. Che si sta abituando all'idea di non vincere, di non andarci nemmeno vicino e, fatto ancora più grave, che tutto questo non rappresenti un grande dramma per chi è al comando.


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MEDIOCRITA' ACCERTATA

Se all'inizio della storia era lecito cedere al fascino della narrativa della politica dei piccoli passi, oggi si può serenamente affermare che il Milan è finito in una perversa logica di mediocrità sportiva che ti porta a vivere il grande exploit come un regalo quasi inatteso e la gran parte delle ultime stagioni come la pericolosa normalità. Fin quando tornano i conti sotto l'aspetto finanziario, tutto passa in secondo piano e la vita scorre naturalmente e serenamente. Peccato che si stia parlando di una squadra di calcio che è ad un solo Scudetto dal fatidico traguardo della seconda stella e che, fintanto che la storia non farà il suo corso, è ancora il secondo club più vincente in termini di Champions League alle spalle dell'imprendibile Real Madrid.


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SE CHI DECIDE E' PEGGIO...

Si dice – ed è incontrovertibile – che chi mette i soldi ha il diritto ed il dovere di prendere le decisioni e dunque, se i rappresentanti di RedBird ed il numero uno Gerry Cardinale – unitamente a chi occupa gli incarichi dirigenziali – non sono soddisfatti del lavoro di Allegri, del direttore sportivo Tare e del rendimento dei suoi calciatori, hanno totale facoltà di sostituirli con profili ritenuti più idonei e più performanti. Il problema è che tutto si può dire meno che negli ultimi anni il Milan non abbia speso soldi per rinforzarsi, mentre si può affermare senza tema di smentita che lo abbia fatto male. Assecondando logiche finanziarie che col calcio mal si sposano – algoritmi, fattori di rischio, etc. - e facendo operare soggetti che non hanno dimostrato di possedere gli strumenti e le conoscenze per esercitare in un ambito tanto particolare e nel quale non ci si può improvvisare da un giorno all'altro.


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Redazione Redazione Eventi e News