Schlein o Conte non è la stessa cosa, e dirlo è solo ipocrisia

«Dalle nostre parti prima viene la politica. Poi viene il leader. E il leader non è un “capo”. È il responsabile di un progetto politico condiviso da una squadra di governo e dai cittadini che lo hanno votato».
L’ingenuità di Michele Serra è tenera come la notte di Scott Fitzgerald. Ma non solo la firma di Repubblica, sta suonando questa canzone facile facile: l’importante è il programma, il leader/premier deve solo applicarlo. Non conta chi sia: è tutto scritto e approvato dagli elettori. Bell’ipocrisia. Come se ci volesse molto a capire che non sarebbe stata la stessa cosa se ad «applicare il programma» fosse stato Bersani o Renzi (2013) o Schlein o Conte (oggi) e via dicendo.
Siamo passati da decenni di teorizzazioni secondo le quali il leader era tutto ad adesso che è praticamente un amministratore delegato. Il Pd stesso è nato come partito del leader, non a caso automaticamente candidato premier, con il nome nel simbolo, eccetera eccetera. La personalizzazione in politica e una realtà inscalfibile oggi come ieri, più di ieri. Il Pd lo scrisse a caratteri d’oro in sintonia con una fase storica, a destra come a sinistra, imbevuta di cultura presidenzialistica e di pratica ultra-mediatica.
Era la risposta alla crisi dei partiti tradizionali. E oggi si passa alle esagerazioni opposte. O forse si fa finta di ritenere secondaria la questione della leadership per eludere il problema vero. Cioè il fatto che nel cosiddetto campo largo esistono soggetti molto diversi. A meno che non si ritenga che siamo già al partito unico Pd-M5s: in questo caso certo che le primarie, o qualunque altra forma di competizione, sarebbero inutili.
Le primarie, ieri elevate a forma suprema della democrazia, sembrano ora un impaccio: il popolo prima era il salvatore della politica, oggi ne è diventato il potenziale sabotatore. Si esalta il programma. Certo, importante. Ma lo sanno tutti che il programma è buono per i trenta giorni della campagna elettorale.
Poi c’è il governo reale, la politica, le cose che cambiano, i problemi nuovi. Tutta roba che nel mitico programma non c’era. Scoppia una crisi internazionale: ed è uguale se a Palazzo Chigi siede Conte o Schlein? Bisogna approntare una dura manovra economica: ed è lo stesso se a vararla c’è l’uomo del superbonus o la segretaria del Pd, o magari una terza figura?
Insomma, mettereste l’Italia in mano a Giuseppe Conte o a Elly Schlein? Non è la stessa cosa. Non è solo una questione di potere. È un dilemma politico. Come scioglierlo? Anche qui, pare si voglia tornare all’antico: il leader del partito che prende più voti sfiderà Giorgia Meloni per andare a Palazzo Chigi, questa sembra la soluzione preferita dal Pd e dai suoi sostenitori.
Una volta lo dicevano i dalemiani, oggi lo dicono tutti. Ora, per far trangugiare questa ricetta all’avvocato del populismo, che pretende i gazebo, l’unica è che nel chiuso di una stanza Elly Schlein gli dica: io ho quasi il doppio dei tuoi voti, dunque è naturale che Meloni la sfidi io. Per te è pronta un’altra poltrona: Farnesina, Camera, Senato… Inutile fare finta che la politica non sia anche questo. Però su una cosa ha ragione Michele Serra: datevi una mossa. Alla segretaria del Pd, che oggi pare più forte di ieri, sta il compito di fare la prima mossa.
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