Andy Warhol e la tanta Italia nella sua arte della serialità

Aprile 17, 2026 - 23:00
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Andy Warhol e la tanta Italia nella sua arte della serialità

«Amo Napoli perché mi ricorda New York… Cade a pezzi come New York ma la gente è felice, come i newyorkesi». In una lettera indirizzata al quotidiano Il Mattino e pubblicata sulla sua rivista Interview, Andy Warhol riassume il suo amore per una città che nel 1980 è squassata da un terremoto terribile, e che gli ispira uno dei suoi interventi site-specific più clamorosi, una riproduzione gigantesca della prima pagina con cui il quotidiano di Napoli apre all’indomani della tragedia dell’Irpinia, con il titolo a caratteri cubitali “FATE PRESTO”.

Un titolo che nel lenzuolo di Warhol urla e consegna al mondo intero un significato che va al di là del fatto specifico. Come è solito fare con i suoi capolavori pop, affonda nel linguaggio e nei mezzi di riproduzione di massa per ricavarne opere che li trafiggono e li trasfigurano, ma sempre tenendo il buono della loro capacità di diffusione. Nella bella mostra “Andy Warhol. Passaggio in Italia” fino al 20 giugno al Refettorio delle Stelline a Milano, si evoca la tradizione dei viaggi in Italia di celebri nomi della cultura dei secoli passati, per andare alla scoperta delle tracce lasciate da Warhol nella Penisola, tra gli anni Settanta e Ottanta, un decennio in cui il nostro Paese è martoriato da terrorismo, guerre di mafia e cataclismi naturali.

Il merito delle sue numerose presenze è in gran parte di tre galleristi che si muovono tra Milano, Napoli e Torino: Alexander Iolas, Lucio Amelio e Luciano Anselmino, quest’ultimo attivo anche tra Milano e Ferrara, un’avanguardia di committenti grazie ai quali ancora oggi si possono ammirare opere che Warhol ha realizzato ispirato alla nostra storia civile.

Sull’onda emotiva del terremoto dell’Irpinia nasce il ciclo “Vesuvius”, nel contesto del progetto “Terrae Motus”, un esemplare del quale è presente in mostra, mentre testimoniano la sua intensa visita a Napoli alcune foto che lo ritraggono insieme all’inventore del concetto di “scultura sociale” Joseph Beuys, tra i più importanti del periodo, molto legato all’Italia, e al fotografo Mimmo Jodice, incontri frutto di una sapiente tessitura da parte del gallerista Amelio.

Sempre a Napoli la diffusione dei murales che inneggiano al Pci e l’immagine diffusa della falce e martello, la loro potenza comunicativa, ispirano la celebre serie “Hammer and Sickle”, dove il simbolo più potente dell’era della guerra fredda segue lo stesso trattamento visivo dei più potenti marchi della pubblicità mondiale, Coca Cola in testa.

Prima ancora, a metà anni Settanta, il torinese Anselmino, frequentatore e collaboratore della Factory, l’officina newyorkese di Warhol, commissionava e poi portava a Ferrara e a Milano la mostra queer “Ladies and Gentlemen”, tredici ritratti di donne trans, che commuovono Pier Paolo Pasolini, alle quali dedica un testo riprodotto nel catalogo milanese: «Ho davanti agli occhi le serigrafie ed alcuni dipinti di Warhol…l’impressione è di essere di fronte a un affresco ravennate… Lo sforzo che fanno questi travestiti per mostrarsi trionfalistici non è di una velleitaria e commovente umanità?».

L’apice del suo passaggio in Italia rimane quello che lo porta alla Basilica delle Grazie a Milano e gli ispira un ultimo capolavoro tra il sacro e il profano, la serie “The Last Supper”, che inaugura a Milano il 22 gennaio 1987. Warhol. Il Cenacolo” sarà l’ultima occasione pubblica per l’artista e il suo gallerista Iolas, che scompariranno entrambi nel 1987, una serata memorabile nella stessa galleria che oggi ospita questa mostra che riassume il suo viaggio lungo la Penisola.

Al refettorio delle Stelline, proprio di fronte alla Basilica che contiene il capolavoro di Leonardo, si consuma una serata che non ha nulla da invidiare ai celebri happening della Factory, presente tutto il mondo della moda, del design e dell’arte milanese, con Warhol impegnato a firmare autografi su poster, cartoline, copertine della rivista “Interview”, magliette, fino al body painting. Tra la folla si muove la fotografa Maria Mulas, sorella minore del grande Ugo, famoso per aver fotografato già negli anni Sessanta gli artisti pop a New York.

Le foto in bianco a nero della Mulas in questa mostra rendono bene l’atmosfera che si respirava durante l’opening milanese, ma una in particolare fissa un momento chiave dell’artista festeggiato: lo scatto frontale di Warhol che a sua volta sta puntando la sua Olympus automatica su Maria, in un gioco di specchi che riproduce ancora una volta la cifra distinta del suo stile.    

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Redazione Redazione Eventi e News