La notte (e l’alba) che segnarono l’inizio della Guerra civile americana

Aprile 17, 2026 - 23:00
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La notte (e l’alba) che segnarono l’inizio della Guerra civile americana

«La concitazione cresce di ora in ora» annotò Edmund Ruffin sul suo diario. Alle sei di sera di giovedì il suo reggimento, la Palmetto Guard, fu radunata con l’ordine di raggiungere in fretta le batterie di cannoni che si trovavano a Cummings Point, la punta più settentrionale di Morris Island, a circa un terzo di miglio. Ruffin portò il proprio moschetto. La sua postazione, la Iron Battery con il tetto fatto di rotaie, ospitava tre grandi cannoni – columbia – in grado di sparare proiettili da sessantaquattro libbre. Altri dieci cannoni e mortai si trovavano in altre zone dell’isola. 

Di tutte le postazioni di fuoco nel porto di Charleston, quelle di Cummings Point erano le più vicine a Sumter, che si trovava a sole milletrecento iarde di distanza. Il bombardamento doveva cominciare con un colpo di segnalazione dal mortaio a Fort Johnson, il forte coloniale fino ad allora abbandonato. Gli ordini iniziali, emessi prima dell’ultimatum finale, prevedevano che dovesse avvenire alle otto di sera. Beauregard affidò l’onore di sparare il primo colpo effettivo del combattimento alla Palmetto Guard, che a propria volta lo affidò a Ruffin. Doveva sparare immediatamente dopo il segnale. Ruffin era entusiasta. «Ovviamente ero molto gratificato da quella considerazione, e felicissimo di compiere quel servizio» scrisse Ruffin. Il pezzo prescelto era uno dei grandi cannoni da sessantaquattro libbre, caricato con un proiettile esplosivo.

Alle otto in punto Ruffin era in posizione, con in mano la cordicella che avrebbe dato fuoco alle polveri nel cannone. Lui e gli uomini che lo circondavano attendevano «in ansiosa aspettativa e grande eccitazione» il colpo di segnalazione. Poco lontano, l’ufficiale medico confederato Francis LeJau Parker prendeva nota dell’umore che regnava. «Da giorni» scrisse «la comunità era in attesa dell’inizio delle ostilità, la suspense era al culmine… tutti gli sguardi erano rivolti verso il punto di origine del segnale. Arrivarono le otto, nessun colpo. Arrivarono e trascorsero le nove e ancora nessun segno di inizio delle ostilità. Cominciammo a pensare che non ci sarebbe stato alcun combattimento e gli uomini iniziarono a chiedersi perché; qualcuno prese a dire di averlo sempre saputo, che sarebbe finita così».

Il generale Beauregard ordinò alle batterie di rimanere in attesa. Tra gli artiglieri l’eccitazione cedette il posto alla delusione e alla perplessità. Poi arrivò la rassicurazione che il bombardamento era stato solo rimandato, con probabile inizio all’alba del giorno dopo. Per sicurezza, Ruffin decise di mettersi a letto vestito. Cenò con la sua provvista personale di gallette e formaggio, poi si sistemò per la notte sul tavolaccio sotto due spesse coperte. Tolse solo scarpe e cappotto. Fuori pioveva, e il vento faceva frusciare le distese di sparto sulla riva. Il silenzio scese sull’accampamento. L’ufficiale medico Parker osservò che tutto era «immerso nel sonno». […]

A Morris Island il rullo del tamburo cominciò alle quattro del mattino, il long roll che svegliò Edmund Ruffin, l’ufficiale medico Parker e la Palmetto Guard. «Si videro gli uomini che schizzavano fuori dalle loro tende e correvano alle rispettive batterie» scrisse Parker. «Chirurghi con bende e filacce in mano, le borse sottobraccio con laudano e cloroformio e stecche, tutti si affrettavano a raggiungere le postazioni loro assegnate».

Le prime ore del mattino erano buie sotto una coltre di nubi spesse. Pioveva; la spuma si abbatteva sulla spiaggia. Là fuori nell’oscurità c’era Sumter, nella descrizione di Parker «silenzioso come la morte». Alle quattro e mezzo – dieci minuti dopo l’inizio promesso da Beauregard alle 4:20, un ritardo che irritò il generale – il mortaio di Fort Johnson sparò il colpo di segnalazione. Il proiettile tracciò un altissimo arco luminoso, «trascinandosi dietro la miccia accesa che scintillava come una lucciola» riferì un testimone.

Alla batteria di Charleston l’ansia cresceva. C’erano gioia e paura. Gli uomini pregavano. Il capitano Ferguson avvertì di tanto in tanto «un profondo sospiro prolungato». Ferguson guardò il proiettile che si alzava. Solcando il cielo emetteva un sibilo simile a quello di un gatto arrabbiato. «All’inizio salì rapidamente, lasciandosi dietro una lunga scia di fiamme, poi rallentò avvicinandosi al culmine della traiettoria; sembrò fermarsi per un attimo e subito iniziò la sua discesa, dapprima lenta, poi a velocità sempre crescente, fino a scomparire alla vista oltre le mura scure di Sumter». 

Era il segnale per Ruffin. Tirò il cordino del suo cannone. L’esplosione scagliò una granata esplosiva da sessantaquattro libbre che si levò nell’oscurità e colpì l’angolo nord est del parapetto del forte. Colpire un’enorme fortezza a circa un miglio di distanza era considerato un tiro notevolmente accurato, soprattutto per un primo colpo. Ma Ruffin non poté comunque assumersene il merito. Al puntamento del cannone avevano provveduto i cannonieri più esperti. «L’eccitazione che ci scorreva nelle vene in quel momento era indescrivibile» scrisse il soldato Thompson a Sumter. Non scorgeva paura tra i suoi commilitoni, «ma su tutte le facce si leggeva qualcosa di simile alla soggezione, mentre una batteria dopo l’altra apriva il fuoco e i proiettili arrivavano sibilando e lasciavano rovina e distruzione sul loro cammino». 

Colpi e proiettili arrivavano da quattro diverse direzioni. Le palle colpirono le mura di Sumter; le granate esplosero nella piazza d’armi e tra le strutture che la circondavano. Un cannone Blakely a canna rigata che sparava con grande precisione da Morris Island costituiva il pericolo maggiore. «Quasi un colpo su due centrava la feritoia» scrisse Thompson «e quelli che non riuscivano a entrare colpivano il muro attorno, distruggendo pezzi di strombatura e mettendo a rischio gli uomini all’interno per la pioggia di schegge di mattoni che ogni impatto faceva schizzare all’interno». Tre uomini riportarono ferite al viso, nessuna delle quali così seria da richiedere l’intervento dell’ufficiale medico. Eppure Sumter ancora non rispondeva al fuoco. […]

Calcinacci e mattoni sembravano esplodere in tutte le direzioni; nuvole di macerie polverizzate spazzavano il forte, sospinte dal vento impetuoso. Pioveva intensamente. Su Morris Island, Ruffin era preoccupato. Nonostante l’assalto indiavolato delle batterie confederate, Fort Sumter continuava a non rispondere al fuoco; una scarica dopo l’altra, i proiettili penetravano nel forte o esplodevano sopra di esso. Trascorse un’ora, e nessuno dei cannoni di Sumter rispose. Poi due ore. La cosa lo metteva a disagio. Dopotutto era una questione d’onore. Non c’era niente di coraggioso o cavalleresco nello sparare contro un avversario che non reagiva. 

© 2024 Erik Larson Published by arrangement with The Italian Literary Agency and David Black Literary Agency,© 2025 Neri Pozza Editore, Vicenza, 24 euro

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