In Italia neanche la metà delle acque superficiali è in stato ecologico buono, pesa l’agricoltura

In Italia meno della metà delle acque superficiali raggiunge uno stato ecologico buono o superiore, in un quadro in cui sia la crisi climatica sia l’inadeguatezza delle infrastrutture idriche minano la tenuta del quadro nazionale: nonostante piogge sopra la media storica, nel 2025 la disponibilità idrica segna infatti -19% a livello nazionale. È il quadro che emerge dal nuovo rapporto Ispra Lo stato delle acque in Italia – verso il 4° ciclo di gestione, predisposto sulla base delle informazioni raccolte attraverso il reporting dei Piani di gestione delle acque del 3° ciclo previsto dalla Direttiva quadro sulle acque.
Su oltre 7.700 corpi idrici superficiali – tra fiumi, laghi, acque marino-costiere e acque di transizione – il 43,6% si trova in stato o potenziale ecologico buono o superiore, mentre poco più del 75% raggiunge uno stato chimico buono. Il quadro migliora per le acque sotterranee: su 1.007 corpi idrici, quasi l’80% risulta in stato quantitativo buono e il 70% in stato chimico buono.
Il rapporto segnala anche un progresso conoscitivo, perché i corpi idrici superficiali e sotterranei ancora classificati in stato sconosciuto sono diminuiti in modo significativo rispetto al 2° ciclo di gestione della Direttiva acque. Al 2027 sono attesi miglioramenti nel raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale, ma il divario resta ampio, soprattutto per le acque superficiali.
«Ispra e Snpa garantiscono dati scientifici e solidi al servizio delle Istituzioni. Il Rapporto sullo stato delle nostre acque conferma segnali positivi, ma evidenzia anche quanto sia urgente accelerare sul raggiungimento degli obiettivi di qualità delle nostre acque», dichiara Maria Alessandra Gallone, presidente Ispra e Snpa: «L’acqua è una priorità nazionale e una leva strategica per ambiente, salute ed economia» ed è dunque «fondamentale ridurre le pressioni, soprattutto quelle diffuse, e rafforzare una gestione integrata e sostenibile della risorsa».
L’analisi Ispra, condotta alla scala del distretto idrografico – l’unità territoriale di riferimento per la pianificazione prevista dalla Direttiva acque – mostra una situazione molto differenziata sul territorio. La maggior parte dei corpi idrici superficiali in stato elevato ricade nel distretto della Sardegna, dove prevalgono le acque marino-costiere, pari al 44%, e quelle di transizione, pari al 10%. Sempre in Sardegna si registrano anche le percentuali più elevate di fiumi in stato o potenziale ecologico buono, con il 76% dei corpi idrici fluviali del distretto; seguono le Alpi Orientali e l’Appennino Centrale, entrambi al 43%.
A pesare sulla qualità delle acque sono soprattutto le pressioni antropiche. L’inquinamento diffuso, distribuito sul territorio e legato in particolare all’agricoltura, resta la pressione più rilevante sulle acque superficiali. Seguono le alterazioni idromorfologiche, come opere di difesa idraulica e attraversamenti stradali o ferroviari, quindi le pressioni puntuali, in particolare gli scarichi urbani, e i prelievi.
Il rapporto non si limita a fotografare lo stato dei corpi idrici, ma offre anche una base informativa per valutare pressioni, misure e strumenti necessari al miglioramento della qualità ambientale. In un contesto segnato dagli effetti del cambiamento climatico e da trasformazioni economiche e sociali sempre più rapide, la gestione dell’acqua diventa così non solo una priorità ambientale, ma una scelta strategica per il futuro del Paese.
«In un contesto di cambiamento climatico, investire in prevenzione e monitoraggio non è più un’opzione, ma una responsabilità condivisa», conclude Gallone. «L’acqua è il nostro bene più prezioso e tutelare la sua salute, significa proteggere anche la nostra».
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0


