L’arte di Pino Ceriotti, nata in fabbrica e diventata “Tessuto sociale”

Aprile 28, 2026 - 18:00
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L’arte di Pino Ceriotti, nata in fabbrica e diventata “Tessuto sociale”
L'artista Pino Ceriotti ospite alla Materia del giorno

«Che cosa sono qui a fare, chi sono, da dove vengo, dove andrò?». È da questa domanda, che Pino Ceriotti riconosce come originaria, che prende avvio una ricerca artistica fatta di intrecci, materiali e incontri. Cresciuto a Busto Arsizio, in una famiglia legata da generazioni all’industria tessile, in quella che era definita la “Manchester d’Italia”, Ceriotti ha trasformato l’esperienza personale in linguaggio visivo.
La fabbrica, con i suoi spazi e i suoi materiali, non è solo un ricordo ma un archivio vivo. Teleri, campionari, tessuti industriali diventano supporto e sostanza della pittura. Non semplice recupero, ma gesto creativo che ribalta la funzione originaria degli oggetti. L’artista racconta di aver sempre avuto quei materiali intorno, fin da bambino, senza sapere come usarli.
Solo più tardi è arrivata l’intuizione: accostarli, cucirli, incollarli, dipingerci sopra. Un processo che definisce «liberatorio», quasi il compimento di un percorso. Dopo aver chiuso l’azienda di famiglia, scelta consapevole, maturata nel tempo, la materia tessile torna così in una nuova forma, non più produttiva ma espressiva.
Al centro della sua pittura c’è il volto, e soprattutto lo sguardo. I suoi ritratti, spesso di grandi dimensioni, restituiscono incontri reali: persone conosciute durante i viaggi tra India e Nord America, ma anche figure simboliche della cultura contemporanea e spirituale.
Celebrità e sconosciuti convivono senza gerarchie, perché ciò che conta è l’energia che ognuno porta con sé. Lo sguardo, per Ceriotti, è il luogo della relazione. È lì che si riflette la domanda esistenziale, ed è lì che si può creare un dialogo tra culture diverse.
Fin da giovane, osservando operai, fornitori, persone incontrate nella quotidianità, ha cercato negli occhi degli altri una risposta. Una ricerca proseguita poi nei viaggi, in particolare in India, dove ogni incontro diventava occasione di confronto e specchio interiore. Due i poli che hanno segnato il suo percorso. Da un lato l’India, luogo di spiritualità e ricerca. Dall’altro il Nord America, soprattutto New York, attrattiva per la sua carica trasgressiva e rivoluzionaria legata agli anni Sessanta.
Non l’America dell’omologazione, ma quella della ribellione culturale, della beat generation, delle contaminazioni. In quel periodo, le due dimensioni risultavano sorprendentemente vicine: maestri orientali e movimenti occidentali si intrecciavano, creando un terreno fertile per una ricerca artistica e personale.

Ceriotti definisce la propria pittura una “pubblicità progresso per l’anima”. Un’espressione provocatoria, nata anche dall’influenza visiva dei grandi manifesti indiani dipinti a mano, che colpiscono lo spettatore con immagini intense e immediate. Come quei cartelloni, anche i suoi lavori sono pensati per “cadere addosso” a chi guarda, ma ribaltandone il contenuto, non consumo o intrattenimento, bensì introspezione.
Le dimensioni imponenti dei suoi ritratti non sono casuali. Già negli anni della contestazione, realizzava immagini di grande formato, come i volti di Che Guevara, pensate per essere portate in strada. La scala amplifica la forza dello sguardo, rendendolo inevitabile, quasi fisico.

Accanto alla dimensione artistica, resta fondamentale quella spirituale. L’incontro con Osho, avvenuto dopo averlo visto casualmente in televisione da giovanissimo, ha avuto un impatto decisivo. Da lì, l’approfondimento di altri maestri e tradizioni, sempre con uno sguardo critico e personale. Figure come Pier Paolo Pasolini o Georges Gurdjieff entrano così nel suo immaginario. Non icone, ma presenze vive, portatrici di ricerca e inquietudine.
La mostra “Tessuto Sociale”, che inaugura il 10 maggio (ore 16) al Museo del Tessile, riassume questo percorso. Il titolo è evocativo, rimanda al tessuto materiale, ma anche a quello umano, fatto di relazioni, storie e identità. In queste opere, il recupero dei tessuti si intreccia con quello degli sguardi. E in questo intreccio, come suggerisce l’artista, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.

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Redazione Redazione Eventi e News