Parodontite, in Italia da 6 a 9 milioni di casi in 30 anni. Quanto incidono clima e inquinamento

Mar 21, 2026 - 04:00
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Parodontite, in Italia da 6 a 9 milioni di casi in 30 anni. Quanto incidono clima e inquinamento

Nel mondo in circa 30 anni i casi di parodontite sono quasi raddoppiati. Oggi alcuni studi associano i cambiamenti climatici siano associati ad aumento dell’incidenza delle malattie parodontali. Oggi si prediligono tecniche microchirurgiche consente maggiore precisione

Negli ultimi decenni, una malattia spesso sottovalutata sta assumendo proporzioni globali sempre più preoccupanti: la parodontite grave. I numeri raccontano una realtà che non può più essere ignorata, con un impatto significativo sulla salute pubblica mondiale e nazionale. La parodontite è una malattia infettiva batterica che interessa i tessuti che hanno il compito di mantenere i denti ben saldi nella loro sede naturale all’interno della bocca.

Un aumento globale preoccupante

Secondo il rapporto Global Burden of Disease 2023, che ha analizzato dati provenienti da 204 Paesi, i casi di parodontite grave nel mondo sono passati da 559 milioni nel 1990 a 1,1 miliardi oggi, coinvolgendo circa il 14% della popolazione globale. Una crescita che evidenzia il peso crescente di questa patologia sulla salute pubblica.

Il caso italiano nel contesto europeo

In Italia, le persone affette dalla forma più severa della malattia gengivale sono aumentate da oltre 6 milioni a circa 9 milioni in 30 anni, pari al 15,7% della popolazione adulta. Un dato superiore rispetto a Paesi come Spagna (4%), Gran Bretagna (8,5%) e Francia (11%), ma inferiore alla Germania, che registra uno dei tassi più elevati in Europa con il 24%.

Una priorità riconosciuta a livello globale

L’allarme è stato rilanciato anche dagli esperti del settore, che sottolineano come la parodontite rappresenti un carico sanitario in costante crescita. Questo fenomeno è stato recentemente riconosciuto anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha inserito per la prima volta la salute orale tra le priorità globali, accanto ad altre malattie non trasmissibili come tumori infantili, disturbi mentali e patologie epatiche e renali.

L’impatto del clima sulla parodontite

Due analisi della letteratura pubblicate sul Journal of Clinical Periodontology e sul British Dental Journal hanno recentemente evidenziato come inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici siano associati ad aumento dell’incidenza delle malattie parodontali, con un incremento del rischio fino al 9%. In particolare, lo studio sul Journal of Clinical Periodontology, condotto in Cina su oltre 13.000 soggetti ha mostrato che l’esposizione cronica al particolato fine è associata a un aumento significativo della parodontite,

Verso un nuovo modello di cura

Di fronte a una proiezione che stima oltre 1,5 miliardi di casi entro il 2040, gli esperti propongono un cambio di paradigma: un approccio clinico più essenziale, riassunto nel principio “fare di più con meno”. Questo modello punta su trattamenti meno invasivi, più sostenibili e con un minore impatto ambientale.

Tecniche meno invasive e più efficaci

Dal punto di vista clinico, il principio “less is more” si traduce in un approccio conservativo e biologicamente guidato, con un uso più selettivo della chirurgia. Quando necessario, gli interventi mirano a preservare i tessuti e a ridurre il trauma chirurgico, mantenendo l’anatomia naturale. L’impiego di tecniche microchirurgiche consente maggiore precisione, migliorando la guarigione e riducendo dolore e infiammazione.

Benefici concreti per pazienti e sistema sanitario

Le nuove strategie terapeutiche comportano interventi più brevi, tempi di recupero più rapidi e una migliore adesione alle cure da parte dei pazienti. Nella terapia non chirurgica, l’utilizzo di tecniche a bassa invasività in un’unica seduta consente di ridurre fino al 60% il tempo trascorso dal paziente in ambulatorio.

Anche negli interventi più complessi, come quelli di aumento osseo nel seno mascellare, gli approcci minimamente invasivi permettono di dimezzare l’uso di anestetici e il tempo operatorio, riducendo inoltre fino a quattro volte il consumo di biomateriali, senza compromettere l’efficacia clinica.

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