Quello che i numeri non dicono sulla crisi climatica

Non esistono dati. Esistono interpretazioni di dati. E il modo in cui le interpretazioni prendono forma e diventano parte di noi sono le storie.
Negli anni Ottanta e Novanta gli eventi meteo estremi hanno colpito l’Italia in 30 mesi su 240. Tra il 2021 e il 2025, invece, si è verificato in media più di un evento al mese, 69 in cinque anni. Nelle ultime settimane il ciclone Erminio ha attraversato il centrosud lasciando dietro di sé neve e alluvioni, in regioni dove oltre un milione di persone vive in aree a elevato rischio idrogeologico.
I report circolano e le fonti sono documentate. Eppure, tra leggere un numero e sentirlo passa una distanza che nessun grafico riesce a colmare. Basti pensare a un altro dato reso noto dal Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici): il livello del mare sta salendo a un ritmo di 3,7 millimetri all’anno. Quasi il triplo rispetto all’inizio del Novecento.
La stessa informazione ha un effetto diverso a seconda di come la esponi. Per chi non lavora ogni giorno con questi numeri, 3,7 millimetri sono una misura che non suscita allarme. Si tratta di meno di mezzo centimetro. Quei millimetri, però, accumulati nel tempo, significano intere comunità costiere costrette a spostarsi, un miliardo di persone che dovrà adattare il luogo in cui vive o abbandonarlo. Raccontato così, il dato si comincia a immaginare.
Il premio Nobel Daniel Kahneman, in Pensieri lenti e veloci, ha mostrato che questa differenza è strutturale. Per elaborare decisioni, il cervello umano ha bisogno di una narrazione più di quanto abbia bisogno dei numeri. Quando ci viene presentata un’informazione statistica accanto a una storia, tendiamo a seguire la storia e a dimenticare la statistica.
I dati informano il pensiero. Le storie muovono le persone. Possono anche manipolare, fare leva sulle emozioni per ottenere conclusioni sbagliate, ma proprio per questo non è possibile ignorarle.
Kahneman lo conferma citando un esperimento classico degli psicologi Richard Nisbett ed Eugene Borgida. I due studiosi mostrarono a un gruppo di studenti una statistica sorprendente sul fatto che molte persone non prestano soccorso in situazioni di emergenza. La statistica non produsse alcun cambiamento di opinione. Quando raccontarono il caso reale di due individui che non erano intervenuti, gli studenti cambiarono idea sul comportamento umano. La storia convinse dove il dato aveva fallito.
È qui che entra la letteratura.
La climate fiction, o cli-fi, è un genere narrativo che racconta la crisi climatica attraverso le sue conseguenze sulla vita delle persone. È il luogo dove i dati diventano il mondo in cui il lettore si muove.
Oggi ha una sua tradizione viva, sia internazionale che italiana. Kim Stanley Robinson con Il Ministero per il Futuro (Fanucci, 2022), Paolo Bacigalupi, Amitav Ghosh, in Italia Bruno Arpaia che, nel romanzo Qualcosa, là fuori (Guanda, 2016), scrive di profughi climatici italiani in fuga verso nord.
Nel 1962, lo scrittore britannico James G. Ballard pubblicò Il mondo sommerso (Feltrinelli, 2015). Il romanzo è ambientato in una Londra allagata. Le strade inondate e i nidi di iguane e basilischi di nuovo padroni della città raccontano dove possono portarci quei 3,7 millimetri accumulati nel tempo, in un modo che nessun report riesce a trasmettere. Il dato diventa un posto che riconosci.
È lo stesso meccanismo che agisce nel romanzo La Strada di Cormac McCarthy. Lo scrittore statunitense non parla di clima, la causa del disastro non viene mai rivelata, ma racconta quello che resta dopo. E quello che resta dalla lettura non è né la polvere né l’aridità del terreno, ma l’effetto che quel mondo ha su di noi e sulle persone che amiamo. È un padre e un figlio che trovano delle scatolette in una cantina e finalmente rifugio dall’orrore che li circonda. Chi ha letto quelle pagine ha sentito cosa significa cercare riparo quando tutto il resto è perduto.
La narrativa fa quello che i dati faticano a realizzare. Da soli, i numeri consentono la distanza, mentre le storie la riducono.
Il lettore che entra in un romanzo climatico vive accanto a qualcuno che subisce le conseguenze delle nostre scelte. L’immedesimazione cambia il modo in cui elabora l’informazione. Restare indifferenti diventa più difficile, almeno fino a quando il sapore di quella storia rimane vivo nella memoria.
I report misurano l’innalzamento del mare in centimetri, la letteratura lo trasforma in effetti sulle persone e ci mette di fronte a una domanda diversa.
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