Il “manifesto” di Palantir ci dice (soprattutto) che il suo capo non sta bene

Alex Karp non sta bene. Si vede da quello che scrive, ma soprattutto da ciò che fa. Da come gesticola. Da quel ghigno e da quegli occhi spiritati, mentre dice le cose più indigeste del mondo.
A febbraio dell’anno scorso, per esempio, durante una conference call con gli investitori di Palantir, la società che tutto controlla, tutti spia e di cui Karp è il Ceo, se ne uscì così: «Siamo qui per rivoluzionare il settore e rendere le istituzioni con cui collaboriamo le migliori al mondo e, quando necessario, per spaventare i nemici e, se necessario, eliminarli». Chi era in videoconferenza giura di avergli visto uno strano sorriso in volto. E poi aggiunse: «Amiamo la rivoluzione, e tutto ciò che è positivo per l’America sarà positivo per gli americani e molto positivo per Palantir. La rivoluzione, in fin dei conti, mette a nudo ciò che non funziona. Ci saranno alti e bassi. È una rivoluzione. Ad alcuni verrà tagliata la testa».
Lo ha ricordato nei giorni scorsi Mike Brock nella sua seguita newsletter per giungere a una dura conclusione (di cui faremmo bene a prendere atto): «A me sembra mentalmente instabile».
Le occasioni in cui Karp mostra pubblicamente, e senza pudore, qual è la sua idea del mondo, il futuro che brama e i modi in cui intende realizzarlo, sono frequenti. Al World Economic Forum di Davos definì l’Onu «un’istituzione discriminatoria nei confronti di qualsiasi cosa positiva», mentre all’indomani dei massacri del 7 ottobre affidò ai social la seguente dichiarazione: «Certi tipi di male possono essere combattuti solo con la forza». Frase edulcorata dai comunicatori di Palantir, dopo una insistita opera di mediazione. La parola scelta da Karp era “violenza”. Senza dimenticare l’intervista rilasciata ai primi di marzo alla Cnbc in cui Karp preconizzava che l’intelligenza artificiale avrebbe «sconvolto» il potere degli «elettori altamente istruiti, spesso donne, che votano prevalentemente per i Democratici», per darlo alla classe operaia, «spesso uomini». Una misoginia che non mancò di palesare anche quando una contestatrice osò interromperlo durante una conferenza, apostrofandola come «prodotto inconsapevole di una forza malvagia».
Il vocabolario e i riferimenti culturali del Ceo di Palantir sono questi, Brock la definisce una «sorta di pornografia della violenza». Di sicuro Karp, e in generale gli uomini di Palantir, si ritengono investiti di una missione superiore, di un mandato divino: difendere dai barbari l’America e quindi l’Occidente. Chi siano i barbari e chi no, ovviamente, tocca a loro deciderlo.
Si torna a parlare di Karp perché Palantir ha pubblicato sul proprio account X una sorta di manifesto in ventidue punti che riassume la sua filosofia aziendale. Il post, nel momento in cui scriviamo, è stato visualizzato trentaquattro milioni di volte e nei fatti non è altro che una summa del pensiero di Karp già espresso nel libro “La repubblica tecnologica”, uscito a febbraio 2025 e pubblicato in Italia lo scorso ottobre da Silvio Berlusconi editore. Il perché le idee di Karp abbiano fatto tanto scalpore adesso, nonostante fossero conosciute da tempo, sarebbe esso stesso fonte di studio: con buona probabilità, in un’epoca in cui nessuno più approfondisce un bel niente, un bignami in ventidue punti anziché 384 pagine su come «la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente» ha reso il tutto più commestibile, ma non per questo digeribile.
Il fulcro del “manifesto” è che la Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del suo Paese ed è tenuta a saldarlo, a partecipare alla sua difesa. È la chiamata alle armi di una élite tecnologica che adesso deve farsi élite di potere: l’era del soft power è finita e con essa quella della deterrenza nucleare, è il tempo degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale militare, dei sistemi d’arma autonomi. «La questione – sentenzia il “manifesto” – non è se le armi con IA verranno costruite, è chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno per indulgere in dibattiti teatrali…».
Se non fosse che a vendere quelle armi sarebbe proprio chi dice che è necessario farlo. Karp vuole più armi, più soldati (la leva obbligatoria negli Stati Uniti), ma è nella sua parte finale che il bigino su X mostra gli aspetti più inquietanti, con derive suprematiste e il rifiuto di qualsiasi forma di inclusività. Ambivalenza di un uomo che si autodefinisce un “guerriero progressista” e che ha finito per essere un tecno-fascista, al pari di Peter Thiel con cui ha fondato Palantir.
Chi è davvero, dunque, Alexander Caedmon Karp? Figlio di un’artista afroamericana e di un pediatra ebreo, è cresciuto in una famiglia di sinistra, intrisa di impegno. Non è sposato, non ha figli, ha studiato filosofia all’Haverford College di Philadelphia, poi legge a Stanford e in seguito ha conseguito un dottorato in teoria sociale a Francoforte, culla della filosofia del secolo scorso. Sono almeno tre gli eventi che deviano la sua esistenza verso la convinzione che l’Occidente debba essere difeso attraverso l’analisi dei dati e che lui sia tra i supereroi chiamati a farlo. Il primo è l’incontro negli studentati di Stanford con Peter Thiel, l’anima nera della Silicon Valley, uno nato libertario e che oggi tiene conferenze sull’Anticristo, finanzia il movimento MAGA e l’ascesa di JD Vance.
Il secondo è l’attentato alle Torri Gemelle e la decisione di dar vita a Palantir, ispirandosi alle “pietre veggenti” del Signore degli Anelli: lo stesso paradigma identitario dei movimenti di ultradestra. Il terzo evento sono i massacri del 7 ottobre, che per Karp sono stati uno shock e la conferma della sfida esistenziale che attende la civiltà giudaico-cristiana.
Una delle principali contraddizioni nel profilo di Karp risiede nel suo rapporto con Jürgen Habermas, il filosofo di cui si dice allievo. In realtà, Karp entrò presto in conflitto con Habermas e nel 2002 scrisse la sua tesi sull’“Aggressione nel mondo della vita” con la supervisione di Karola Brede, una psicologa sociale di un diverso dipartimento dell’università di Francoforte, con posizioni molto distanti da quelle post-marxiste di Habermas e il cui lavoro si concentra «sugli elementi irrazionali e profondi che portano alle condotte violente».
Moira Weigel, junior fellow ad Harward, ha studiato a fondo quella tesi di ricerca per giungere alla conclusione che Karp considerava «il desiderio di commettere violenza come un fatto fondante e costante della vita umana» e che sia questa la chiave che lo accomuna a Thiel e alla sua passione per la teoria del desiderio mimetico di René Girard. «Karp – ragiona Block – ha studiato, a livello accademico, il meccanismo attraverso il quale le dichiarazioni pubbliche irrazionali alleviano le pulsioni aggressive inconsce», e adesso lo sta mettendo in pratica, con i suoi discorsi intrisi di rimandi alla violenza e all’intransigenza per i suoi nemici: la cultura woke, l’Onu, la Cina, le civiltà subordinate.
Se il tuo vicino a una cena, esemplifica Block nella sua newsletter, parlasse come fa Karp, non lo inviteresti più. «Se parlasse in questo modo tuo cugino, ti preoccuperesti. Se un insegnante di una scuola pubblica parlasse in questo modo, entro un paio di giorni si ritroverebbe nell’ufficio del preside». E ancora: «Quando ascolto Karp parlare, sento un uomo che si è costruito un futuro che trova meraviglioso. Nel futuro che ha immaginato, l’Occidente prevale eliminando i suoi nemici con il software. Gli strumenti di Palantir scelgono i bersagli. I bersagli muoiono. I sopravvissuti imparano ad avere paura. E l’uomo che descrive tutto questo agli investitori, ai giornalisti, a chiunque sia disposto ad ascoltarlo, non riesce a nascondere quanto gli piaccia».
Inutile girarci intorno: il bignami su X propaganda misure salvifiche per l’America e i suoi alleati, che finiscono sempre per coincidere con l’interesse di Thiel e Karp: maggior potere per Palantir, più mercato per i suoi software, meno vincoli (di democrazia e di moralità) per la tecno-élite a cui appartiene. Block e i tanti che sempre più spesso Oltreoceano e altrove esprimono preoccupazione per questa visione del mondo magari esagerano, sono solo tecno-pessimisti. E vedono il Diavolo dove non c’è.
La mozione che Block e i tanti come lui pongono, però, resta: può un uomo come Karp «essere l’amministratore delegato di una delle aziende fornitrici di software cruciali per la sicurezza nazionale americana»? Una domanda che attende risposta.
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