L’Ue ha ridotto le emissioni climalteranti del 40% dal 1990, l’Italia si ferma a -30,2%

Da quasi sette lustri le emissioni di CO2 e degli altri gas climalteranti continuano a calare nell’Unione europea, mentre l’economia è cresciuta: secondo l’ultimo inventario ufficiale inviato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) appena riportato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), tra il 1990 e il 2024 le emissioni nette domestiche di gas serra nell’Ue sono infatti calate del 40%, pur a fronte di un Pil aumentato di oltre il 70%. Anche nel 2024 le emissioni hanno continuato a scendere, con un -3% rispetto all’anno precedente, raggiungendo il livello più basso mai registrato nel periodo storico considerato: complessivamente la riduzione dal 1990 ammonta a 1,8 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, con emissioni che nel 2024 si attestano a 2.786 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.
Sul fronte dell’intensità emissiva, nel 2024 l’Ue registra 6 tonnellate di CO₂ equivalente pro capite e 184 grammi di CO₂ equivalente per euro generato nell’economia, segni di un disaccoppiamento strutturale tra crescita economica ed emissioni. Un ruolo centrale lo hanno avuto l’attuazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets) – che il Governo Meloni vorrebbe sospendere – e la forte diffusione delle fonti rinnovabili, che hanno ridotto l’intensità carbonica della produzione e dei consumi energetici; a questo si sommano i progressi nell’efficienza energetica, che hanno migliorato l’intensità energetica dell’economia europea. Tendenze che, nello stesso arco di tempo, hanno contribuito anche a risultati collaterali su qualità dell’aria e sicurezza energetica.
La riduzione delle emissioni riguarda la maggior parte dei settori economici tra il 1990 e il 2024, con cali particolarmente marcati nella produzione di elettricità e calore, nella combustione residenziale e nell’industria. Nel periodo più recente 2005-2024, oltre tre quarti del taglio complessivo delle emissioni nette dell’Ue viene attribuito ai settori coperti dall’Ets.
In termini di peso globale, l’Unione europea oggi rappresenta circa il 5% delle emissioni mondiali di gas serra, contro circa il 14% nel 1990; ma se si guarda alle emissioni storiche cumulate in atmosfera dal 1850, all’alba della Rivoluzione industriale, la quota europea sale ancora al 12% del totale globale, richiamando una responsabilità storica che resta significativa.
Dentro questo quadro, l’Italia appare più in ritardo rispetto alla media europea. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha aggiornato al 2024 l’inventario nazionale dei gas serra: dal 1990 al 2024 le emissioni totali dei sei gas serra, espresse in CO₂ equivalente, sono diminuite del 30,2%, scendendo da 521 a 363 milioni di tonnellate annue. Un risultato che resta “abbondantemente inferiore” al dato medio Ue, in un contesto in cui la crisi climatica accelera: il 2024 è stato il primo anno in cui la temperatura media globale ha superato la soglia critica di +1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Nello stesso anno, in Italia l’anomalia di temperatura è stata pari a +1,33°C rispetto alla media climatologica 1991-2020, valore che viene tradotto in “oltre tre gradi” rispetto al riferimento 1850-1900, circa il doppio del dato globale.
Guardando alla composizione delle emissioni italiane, il settore energetico resta dominante (81% del totale), pur registrando un calo del 30,9% dal 1990. All’interno del comparto energia pesa soprattutto il nodo trasporti: vale il 38,5% delle emissioni del settore energetico e segna un aumento del 10,9% dal 1990, con il trasporto responsabile del 31% delle emissioni nazionali e per oltre il 90% legato alla mobilità stradale. Nel quadro complessivo, insieme ai trasporti, i settori della produzione di energia (18%), del residenziale (18%) e dell’industria manifatturiera (13%) arrivano a circa l’80% delle emissioni nazionali. Altri comparti mostrano dinamiche differenziate: i processi industriali (5,5% delle emissioni) sono in calo del 47%; l’agricoltura (7,7%, soprattutto allevamenti) segna -22,3%; mentre la gestione rifiuti (5,5%) risulta in crescita del 5,2% dal 1990.
E per il 2025 l’Ispra prevede già un nuovo lieve aumento delle emissioni (+0,3%), legato in particolare a un maggiore ricorso al gas naturale per produrre elettricità, anche in relazione a una riduzione dell’idroelettrico. Un ottimo modo per rinunciare in un colpo solo a migliorare sia la sicurezza energetica, sia la sicurezza climatica.
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