Il ma-cosa-cazzo sulla vita a Milano, e la dolenza perpetua dei giovani pensatori

Aprile 24, 2026 - 07:00
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Il ma-cosa-cazzo sulla vita a Milano, e la dolenza perpetua dei giovani pensatori

Chissà se nelle scuole di giornalismo c’è un corso apposito per l’unico genere di successo in questo tempo sbandato, per l’unica cosa alla quale possano servire i giornali in un secolo in cui sono utili quanto i maniscalchi o il cinema in sala. Chissà se esistono docenti che ti insegnino a fare i pezzi che possiamo catalogare alla voce: ma cosa cazzo.

Se per l’intervista che diventa reportage il modello insuperato è “Frank Sinatra ha il raffreddore” (Gay Talese, Esquire 1966), se per l’invettiva si considera archetipo contemporaneo “La rabbia e l’orgoglio” (Oriana Fallaci, Corriere della sera 2001), per il ma-cosa-cazzo bisogna arrivare all’epoca dei clic, prima della quale i ma-cosa-cazzo potevano passare inosservati o sembrare involontari, e non una formidabile macchina da visualizzazioni.

La madre di tutti i ma-cosa-cazzo compie dieci anni a luglio, la pubblicò Internazionale (in una sezione allora coordinata da Christian Raimo), la firmò Violetta Bellocchio. S’intitolava “Vi racconto la brutta aria che tira a Milano”. L’autrice raccontava che alla stazione di Rogoredo le avevano chiesto i documenti. Basta. Non era successo altro.

Le duecento righe con dorso della mano sulla fronte e varie reiterazioni della consapevolezza del proprio “privilegio” non contenevano altri traumi: non l’avevano picchiata, arrestata, niente. Certo, una «catena di umiliazioni», e sappiamo bene che lo spirito del tempo questo è: nessun dramma è mai troppo piccino per farsi letteratura, «una volta si sono dimenticati di venire a prendermi a scuola» vale come «una volta mi hanno chiesto i documenti in una stazione malfamata».

L’altro giorno mi è comparsa su Instagram una cui pure avevano chiesto i documenti in una stazione. Diceva che era segno dei tempi, di questo governo fascista, di questa sozza società. Ho pensato: bella, devi farne di strada, con la tua carta d’identità elettronica, prima di diventare Violetta Bellocchio.

Alla prima lezione del corso di ma-cosa-cazzo dovrebbero insegnare la selezione all’ingresso. Per scrivere il ma-cosa-cazzo devi avere spalle larghe: se sei il tipo che, quando l’internet la spernacchia, si costerna si turba si angoscia, è meglio rinunciare. Chissà che tipo è Camilla Burelli. Me lo chiedo da qualche giorno, da quando l’internet ha deciso che quello della Burelli – “Odiare chi può permettersi una casa in centro a trent’anni”, pubblicato da Lucy sulla cultura – è il più imperdonabile articolo mai scritto.

(Di recente mi è passato davanti un post di Tlon, pubblicizzavano un libro americano da loro tradotto secondo il quale gli elettrodomestici non ci hanno affatto emancipate: negli anni Cinquanta le donne facevano cinquantacinque ore di faccende domestiche a settimana, e ora ne fanno cinquantanove. A parte me, che neanche pulisco cinquantanove ore l’anno, sospetto che il conteggio sia sballato un po’ per tutte: in compenso ogni settimana passiamo tutte almeno novantacinque ore a indignarci perché qualcuno ha scritto qualcosa che non ci somiglia).

Può essere che sia condizionata dai pochi dati che Burelli comunica di sé, ma mi pare che i limiti del suo articolo siano i limiti della sua biografia: è una trentaquattrenne che lavora all’università. Solo una trentaquattrenne – cioè: una senza passato, una che otto anni fa stava a casa della mamma e non aveva mai pagato una bolletta – può pensare che il mercato immobiliare della Milano del 2018 fosse abbordabile. E solo un’accademica può credere che il capitale culturale e quello economico siano legati: non ho niente contro Bourdieu, mi piace Bourdieu come a tutti, ma non avendo la zavorra di vivere dentro un’università sono in grado di capire che quell’analisi lì non funziona più. Non ci vuole un nuovo Bourdieu per accorgersene: basta aprire gli Instagram di Elisabetta Franchi o di Marco De Benedetti.

Ma scusate, ho dato per scontato che siate tutti degli sfaccendati che conoscono l’articolo della Burelli, considerato che l’internet sta passando la settimana a discuterne, invece che a pulire casa. La Burelli dice che ormai a Milano, anche non in centro, una casa non puoi permettertela nemmeno se vieni da generazioni di benessere economico.

Io la Burelli la capisco, perché le parti che hanno più irritato l’internet mi somigliano moltissimo. Anch’io, come lei, ho lavorato da ragazzina per fare quella che lavorava, mica perché mi servissero i soldi. Potremmo qui aprire una discussione sulla ragione per cui io posso dirlo e lei no. Perché io, se l’internet si indigna, mi diverto moltissimo invece di panicare e cancellarmi dai social? O perché io so come dirlo? Non è che alla fine tutto si riduce a quella berselliana constatazione che chi se ne frega di avere idee, convinzioni, posizionamenti, «io ho solo dei modi di dire le cose»?

(Nota per la Burelli, che per età potrebbe essere mia figlia: l’internet sente l’odore del sangue. Se capisce che te ne fotti, ti lascia stare. Se capisce che soffri il dissenso, infierisce. È sempre parte della prima lezione, quella sulla selezione all’ingresso dei ma-cosa-cazzo: se sei fragile, lascia stare).

Quando scrive «qui anche solo sei o sette anni fa, non dico che riuscivi proprio a comprare, ma, insomma, era fattibile», scrive una cazzata perché, appunto, sette anni fa Milano era già la Milano di oggi, ma il concetto che intuisce è un concetto che esiste in ogni famiglia (ogni famiglia benestante, cioè ogni famiglia media dell’occidente satollo; non in quelle dei polemisti dell’internet, che da un telefono da mille euro spiegano al mondo che vengono da una dinastia di mendicanti e ancora oggi non sanno come mangeranno domani).

In ogni famiglia c’è una leggenda privata che riguarda una casa che avremmo dovuto comprare e invece. Nella mia era la mansarda di piazza santo Stefano in cui mia madre aveva abitato da studentessa. Quando la misero in vendita, raccontava, lei non aveva i venti milioni di lire necessari. Com’era pentita di non esserseli fatti prestare.

Questo è il punto in cui chi conosce Bologna e piazza santo Stefano – senza discussioni la piazza più bella del mondo, persino adesso che i tavolini dei bar che garantiscono al ceto medio riflessivo il diritto umano al gin tonic ne hanno devastato la prospettiva – si mette a piangere. Come sarebbe, si comprava un appartamento con l’equivalente di diecimila euro.

Sono passati sessant’anni, è ovvio che i prezzi non siano gli stessi, però io questa storia la sentivo raccontare negli anni Ottanta, e già allora era lunare che con venti milioni si comprasse un appartamento in quel posto spettacolare, già allora con venti milioni compravi un garage (adesso ci compri i materiali per la ristrutturazione del garage). Era vero? Era la mitomania di mia madre? Era che le leggende familiari sono tutte inattendibili? Non lo so, ma sarebbe stato un modo di dire le cose, prenderla dal lato della percezione.

Invece Camilla Burelli l’ha voluta (saputa?) prendere solo dal lato della brutta aria che tira a Milano, e – invece di deliziarmi col rancore verso generazioni che evidentemente hanno scialato i loro patrimoni senza comprare a Camilla un pied-à-terre piccino picciò in via Senato – ha deciso di descrivere il padre primario come uno che «si spacca la schiena operando il sabato» in modo da comprare balocchi ai suoi puccettoni. Camilla, l’internet non lo sa che miseria guadagni un primario ospedaliero italiano. Camilla, l’internet non ha nozioni ma ha un’istintiva diffidenza per chi parli d’un primario come uno che sta al tornio.

Come spesso accade, l’internet sbaglia mira. Perché questa settimana il ma-cosa-cazzo su cui si sarebbe dovuta concentrare è un altro. Una conversazione a tre tra la figlia di Art Spiegelman (giornalista culturale al New York Times), Jia Tolentino (sopravvalutatissima giornalista del New Yorker) e uno che fattura con le dirette su Twitch. Il titolo è: “I ricchi non rispettano le regole. Perché dovrei farlo io?”.

Parlano di quello che la Spiegelman propone di chiamare «microsaccheggio»: del fatto che se vanno da Whole Foods (catena di supermercati fighetti in cui la sinistra americana faceva la spesa più volentieri prima che se li comprasse Jeff Bezos) rubano i limoni.

È ovviamente un podcast, perché tutto ormai è un podcast, ma c’è la trascrizione, se come me non avete tempo da perdere coi ma-cosa-cazzo degli intellettuali americani e volete saltabeccare per farvi un’idea. Jia Tolentino ha 37 anni, che corrispondono ai 17 del secolo scorso, e in quest’ottica tutto ha senso. A 17 anni io rubavo il Corolle numero 44 (un rossetto) alla Standa. Se fossero esistiti i podcast, probabilmente anch’io avrei detto che lo facevo come forma di giustizia sociale.

I tre spiegano che ruberebbero al Louvre ma mai un libro in biblioteca, che gli spot che dicevano che piratare un film era come rubare una macchina erano insensati perché se rubare una macchina fosse facile come piratare un film lo faremmo tutti, e tu pensi: ma meno male che la sinistra non vincerà mai più le elezioni in nessun luogo del mondo, sarebbe come se l’asilo fosse gestito dai treenni.

La quota maschile del trio è traumatizzata da una volta che il padre lo punì per aver rubato delle carte dei Pokémon – e io resto in attesa del suo memoir dolente su questo gravissimo trauma – e perciò non ruba personalmente. Tuttavia ha precise linee-guida su cosa rubare e cosa no: dai negozi pubblici che vuole Mamdani – cioè: dall’asilo gestito dai treenni – non ruberebbe.

In compenso gli sembra che Luigi Mangione abbia pareggiato i conti: citando l’omicidio sociale di Engels, dice che il tizio ammazzato, lavorando per un’assicurazione sanitaria, era certamente responsabile di omicidi sociali. La quota maschile ha 34 anni ed è pure americano: non possiamo pretendere che capisca alcunché, e certo non che, se credi che quel che un pensatore ha detto sulla società di due secoli prima sia applicabile oggi, sei la dimostrazione che studiare non serve a niente, neanche a capire quel che studi.

I tre, cui Spotify deve aver passato la “Chi ruba nei supermercati” di De Gregori, spiegano che se rubi alle multinazionali non stai rubando davvero, perché a loro volta rubano ai loro operai, e io penso che il podcast avrebbero dovuto titolarlo “Tira una brutta aria nelle corporation”. Tira un’aria ma-cosa-cazzo tra i pensatori trentenni, anche.

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