Serra bioclimatica, la macchina solare passiva che l’Italia continua a ignorare

Nel Paese del sole abbondante, la serra bioclimatica non ha ancora preso piede. Scambiata per veranda e frenata da norme frammentate, continua a essere sottoutilizzata, proprio dove potrebbe offrire i maggiori benefici energetici
In Italia la serra bioclimatica, o serra solare, continua a occupare un posto marginale nel lessico e nella prassi del progetto, nonostante sia una delle più limpide espressioni dell’architettura passiva e vero e proprio dispositivo energetico.
Eppure, il contesto climatico nazionale ne renderebbe tutt’altro che velleitario l’impiego: l’energia solare incidente annua su piano orizzontale si attesta, in ordine di grandezza, intorno a 1,3–1,45 MWh per metro quadrato nell’area di Milano e sale a circa 1,6–1,75 MWh per metro quadrato a Palermo.
Valori significativi, certamente superiori a quelli di gran parte del Nord Europa, Danimarca compresa dove l’architetto Rasmus Jensen fa di necessità virtù per trasformare l’esiguo soleggiamento, che vede già da ottobre soggiungere il buio alle 4 del pomeriggio, nella chiave di volta dei suoi progetti di orangery.
Il paradosso sta proprio qui: mentre nei Paesi con minore disponibilità di luce la cultura del progetto ha saputo trasformare il limite climatico in intelligenza costruttiva, in Italia la serra bioclimatica viene ancora trascurata o, peggio, banalizzata.
La si confonde con la veranda, con la loggia vetrata, con la chiusura improvvisata del balcone: dispositivi edilizi che possono ampliare uno spazio, ma che non coincidono affatto con una macchina termica passiva pensata per captare, accumulare e ridistribuire calore.
Serra bioclimatica, dalle radiazioni solari energia per la casa
La serra solare, infatti, non è un semplice involucro trasparente. È un sistema solare passivo fondato su una parete vetrata – preferibilmente orientata a sud – e su una massa termica capace di assorbire la radiazione solare e restituirla gradualmente all’ambiente adiacente.
Non richiede collettori, non richiede apparati meccanici, non richiede energia diversa da quella del sole. Chiede però progetto: forma corretta, superfici vetrate adeguate, ventilazione naturale per la stagione calda, capacità di disattivazione estiva e un orientamento rigoroso, evitando esposizioni est e ovest che favorirebbero surriscaldamenti difficili da governare.

A frenarla non è solo un ritardo culturale, ma anche un quadro normativo frammentato. La serra bioclimatica è considerata un locale tecnico non abitabile: non può diventare un nuovo vano riscaldato, né consentire la presenza continuativa di persone.
Per non essere computata come volume edilizio, deve dimostrare un beneficio energetico reale sull’unità immobiliare collegata, con riduzioni del fabbisogno di riscaldamento comprese, secondo i riferimenti riportati nel testo, tra il 10 e il 25 percento, da attestare in relazione tecnica.
In assenza di una disciplina nazionale univoca, regioni e comuni fissano limiti specifici: nel Lazio, per esempio, la superficie non può superare il 30 percento di quella utile dell’alloggio; in contesti come Milano si aggiunge anche il vincolo di una profondità massima del lato corto.
È qui che si gioca la distinzione decisiva: la serra bioclimatica non è un’escrescenza edilizia, ma un dispositivo energetico e come tale andrebbe finalmente pensata.
Se la si continua a leggere come un lusso vetrato, resterà un equivoco urbanistico; se invece la si assume come tecnologia climatica, potrà tornare a essere ciò che realmente è: una soglia intelligente tra interno ed esterno, tra architettura e sole, tra comfort e parsimonia energetica.
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Alfredo Fusco: architetto, ha fatto della integrazione uomo-ambiente la bussola con la quale orientare la (ri)evoluzione del suo lavoro attorno ai rami dell'etica ambientale e dello sviluppo sostenibile. Si è diplomato in Etica e Sostenibilità ambientale a Roma | LinkedinL'articolo Serra bioclimatica, la macchina solare passiva che l’Italia continua a ignorare è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.
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