Sviluppo sostenibile: l’Europa resta prima, ma perde slancio su clima e coesione

Il nuovo rapporto – Europe Sustainable Development Report (Esdr) 2026, pubblicato da Un Sustainable Development Solutions Network (Sdsn) – sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile certifica una fase di stagnazione nell’Unione europea: arretramenti su clima e biodiversità, crescita delle disuguaglianze interne e minore centralità politica dell’Agenda 2030, a fronte di una leadership globale ancora rilevante
A distanza di oltre un decennio dall’adozione dell’Agenda 2030, l’Europa continua a occupare le prime posizioni nelle classifiche globali sulla sostenibilità, ma mostra segnali evidenti di affaticamento strutturale.
È quanto emerge dallo Europe Sustainable Development Report 2026 (Esdr), pubblicato dal Un Sustainable Development Solutions Network, che fotografa una stagnazione diffusa nei progressi verso i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile.
Il rapporto, giunto alla settima edizione, analizza 41 Paesi europei – Stati membri, candidati, Paesi Efta e Regno Unito – restituendo un quadro articolato: nessun Paese è oggi in traiettoria per il pieno conseguimento di tutti gli Sdg. Anche le economie più performanti registrano criticità strutturali su almeno due obiettivi.
Clima, biodiversità e consumi: i nodi irrisolti
Le maggiori difficoltà si concentrano sugli obiettivi ambientali: azione per il clima (Sdg 13), biodiversità marina e terrestre (Sdg 14 e 15), modelli sostenibili di produzione e consumo (Sdg 12) e agricoltura sostenibile (Sdg 2). Permangono invece performance relativamente solide su contrasto alla povertà (Sdg 1), salute (Sdg 3) e accesso all’acqua (Sdg 6).
Il dato più rilevante riguarda le cosiddette emissioni importate: circa il 40% delle emissioni climalteranti associate ai consumi dell’Ue-27 è generato al di fuori dei confini europei. La decarbonizzazione interna, pertanto, non risulta sufficiente in assenza di una governance rafforzata delle catene globali del valore e di strumenti contabili capaci di integrare il capitale naturale nei bilanci aziendali e nazionali.
L’indice Leave-No-One-Behind (Lnob), costruito su 35 indicatori, segnala un’inversione di tendenza in diversi Paesi ad alta performance. In Finlandia e Svezia, dove nel 2015 la deprivazione materiale grave riguardava circa l’1% della popolazione, il dato è triplicato a partire dal 2021. In Germania si osserva un ritorno ai livelli pre-2015 dopo i progressi registrati fino al 2019.
L’indice evidenzia inoltre persistenti disuguaglianze intra-nazionali nei Paesi baltici e nell’Europa centro-orientale, mentre i Paesi candidati all’adesione presentano uno scarto medio superiore a 11 punti rispetto alla media europea nell’indice europeo Sdg.
La coesione, pilastro storico del modello sociale europeo, mostra dunque crepe non trascurabili.
I Paesi nordici ancora in testa, ma con ombre
L’edizione 2026 dell’indice europeo Sdg è guidata da Finlandia, Svezia e Danimarca; nell’Indice Lnob primeggia la Norvegia, seguita da Islanda e Finlandia. La tradizione nordica di pianificazione integrata e robustezza istituzionale continua a produrre risultati misurabili.
Tuttavia, anche queste economie affrontano criticità su clima, agricoltura e biodiversità. Il rapporto speciale pubblicato nel 2025 sui Paesi nordici aveva già evidenziato tensioni emergenti tra competitività industriale, transizione energetica e tutela degli ecosistemi.
Un elemento di particolare rilievo riguarda la progressiva attenuazione del riferimento agli Sdg nei documenti programmatici della Commissione europea a partire dal 2025. Le linee guida della seconda Commissione guidata da Ursula von der Leyen (2024-2029) non menzionano esplicitamente l’Agenda 2030.
Il ridimensionamento si inserisce in un contesto segnato dalla revisione delle priorità di spesa, dalla progressiva diluizione di alcuni strumenti del Green Deal europeo e da pressioni geopolitiche, tra cui la guerra in Ucraina e il riemergere di posizioni critiche verso il multilateralismo Onu.
Permangono, tuttavia, segnali istituzionali di continuità: il Parlamento europeo ha adottato nel 2025 una terza risoluzione sugli Sdg e il Consiglio mantiene un gruppo di lavoro dedicato all’Agenda 2030. Inoltre, cresce il numero di Voluntary Local Reviews promossi da città e regioni, in particolare in Germania, Finlandia e Spagna.
Fiducia pubblica e finanza per lo sviluppo
Il rapporto segnala un calo della fiducia nei governi nazionali: nel 2025 meno del 40% dei cittadini in Paesi come Francia, Germania e Regno Unito dichiara fiducia nell’esecutivo. Tale dinamica complica l’implementazione di riforme strutturali in materia ambientale e sociale.
Sul piano finanziario, l’assistenza pubblica allo sviluppo (Oda) risulta in diminuzione nella maggior parte dei Paesi europei; solo Norvegia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca rispettano l’obiettivo dello 0,7% del reddito nazionale lordo.
Le analisi tecniche incluse nell’Esdr 2026 propongono traiettorie basate su evidenze scientifiche: maggiore integrazione dei Piani nazionali energia e clima fino al 2050; linee guida eque per le emissioni agricole; strategie di bioeconomia sistemiche; rafforzamento della finanza sostenibile.
L’approccio raccomandato è trasversale, intersettoriale e fondato su obiettivi condivisi, tempistiche armonizzate e sistemi di monitoraggio robusti. In assenza di una visione unitaria post-2030, il rischio è che la leadership europea resti confinata alle classifiche, mentre la traiettoria reale si allontana dagli impegni assunti.
L'articolo Sviluppo sostenibile: l’Europa resta prima, ma perde slancio su clima e coesione è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




