La guerra “atomica” in Iran. Il nucleare civile è strettamente intrecciato ai conflitti

Dietro le spalle della presidenza del 1795esimo meeting del Board of Governors dell’Internationanal atomic energy agency (Iaea) si legge lo slogan “Atoms for peace and development” e mai forse frase è stata più bugiarda, visto che quella riunione è stata convocata d’urgenza per discutere di un attacco di due potenze nucleari – Usa e Israele – militari e civili che hanno attaccato un altro paese per impedire che continui a dotarsi del nucleare civile e che arrivi al nucleare militare.
Quella in corso nel Golfo Persico e che rischia di incendiare il Medio Oriente e il Mediterraneo è infatti - dopo quella in corso in Ucraina - la prima dell’infinita serie guerre energetiche che oltre al petrolio e al gas ha nel mirino anche il nucleare, o meglio l’imposizione armata di chi possa averlo e chi no, visto che Israele ha non solo il nucleare civile ma anche più o meno 200 bombe atomiche senza aver mai aderito al trattato di non proliferazione nucleare e senza aver mai accettato i controlli degli ispettori dell’Iaea (come invece ha fatto l’Iran) e che gli Stati Uniti sono la più grande potenza nucleare civile e militare del mondo e che – insieme alla Russia – posseggono tante bombe nucleari da distruggere il pianeta Terra diverse volte.
Il nucleare e la pace sono due cose che non stanno insieme, l’energia atomica è incestuosamente legata alla guerra, è la maniera più costosa, pericolosa e sporca di produrre energia e di mettere in pericolo la vita degli esseri umani.
Nonostante un equilibrismo dialettico sempre meno efficace, questa contraddizione è emersa anche dalla dichiarazione introduttiva fatta dal direttore generale dell’Iaea Rafael Mariano Grossi al del Board of Governors: «Tutti noi abbiamo seguito con preoccupazione gli attacchi militari nella Repubblica islamica dell'Iran e in Medio Oriente. L'Agenzia ha risposto immediatamente, in conformità con il nostro mandato, concentrandosi sulle possibili emergenze radiologiche derivanti dalle operazioni militari. E’ operativo l’Incident and Emergency Centre (IEC) dell'Ieaea, con un team dedicato che raccoglie informazioni e valuta la situazione, tenendo conto delle limitazioni nelle comunicazioni causate dal conflitto. La rete regionale di monitoraggio della sicurezza è stata messa in stato di allerta e collabora costantemente con noi. Finora, non è stato rilevato alcun innalzamento dei livelli di radiazione al di sopra dei normali livelli di fondo nei Paesi confinanti con l'Iran. Per quanto riguarda lo stato degli impianti nucleari in Iran, finora non abbiamo alcuna indicazione che uno di essi, tra cui la centrale nucleare di Bushehr, il reattore di ricerca di Teheran o altri impianti del ciclo del combustibile nucleare, sia stato danneggiato o colpito. I tentativi di contattare le autorità di regolamentazione nucleare iraniane tramite la IEC continuano, ma finora non hanno ricevuto risposta. Ci auguriamo che questo indispensabile canale di comunicazione possa essere ripristinato il prima possibile».
Poi Grossi ha dettagliato una situazione paradossale che fa emergere il doppio standard con il quale vengono trattati i Paesi “ostili” come l’Iran rispetto alla dittature e ai regimi autoritari amoci come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: «L'Iran e molti altri Paesi della regione che sono stati oggetto di attacchi militari dispongono di centrali nucleari e reattori nucleari di ricerca operativi, nonché di siti di stoccaggio di combustibile associati, il che aumenta la minaccia alla sicurezza nucleare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno quattro reattori nucleari operativi; la Giordania e la Siria hanno reattori nucleari di ricerca operativi. Anche Bahrein, Iraq, Kuwait, Oman, Qatar e Arabia Saudita sono stati attaccati. Tutti questi paesi utilizzano applicazioni nucleari di un tipo o dell'altro. Pertanto, esortiamo alla massima moderazione in tutte le operazioni militari».
E si può aggiungere che, restando nell’area dove è stata scatenata l’ennesima guerra energetica, sauditi ed emiratini non nascondono, così come il regime egiziano, non nascondono l’intenzione di dotarsi di armi nucleari utilizzando l’uranio arricchito che produrranno le loro centrali nucleari già costruite o in costruzione, mente la Turchia ha già sul suo territorio i missili nucleari della NATO e si sta facendo costruire reattori nucleari dai russi non nascondendo l’intenzione di dotarsi s di armi atomiche nazionali.
Se poi si allarga lo sguardo, si scopre che il nucleare civile e militare si intrecciano in una faglia sempre più pericolosa che va dagli Usa – con le guerre energetiche dichiarate contro Venezuela e Cuba – passando per l’Europa dove Francia e Regno Unito fanno a chi ha i missili più lunghi, per l’Ucraina dove un disastro nucleare è all’ordine del giorno nella più grande centrale nucleare europea - Zaporizhzhia – occupata dai russi e di nuovo a Chernobyl, e poi, saltando il medio oriente in fiamme, in Pakistan che ha appena dichiarato guerra all’Afghanistan e che si scambia minacce nucleari con l’India, per passare alla Cina che minaccia di invadere Taiwan e che rischia per questo uno scontro col Giappone del nucleare e di Fukushima Daiichi e che si sta riarmando e pensa di rafforzare autonomamente l’ombrello nucleare statunitense.
C’è poi la penisola di Corea dove forse l’intreccio fra nucleare civile e militare è più sfacciatamente alla luce del sole e dove il regime nazional- stalinista della Corea del Nord con le bombe atomiche e i missili balistici si è costruito un’assicurazione di sopravvivenza e si è guadagnato la simpatia di Donald Trump, che però dispiega i suoi missili nucleari in Corea del sud.
La Russia, erede dell’arsenale nucleare sovietico, dopo averlo svenduto a pezzi agli occidentali per farne plutonio e combustibile nucleare, ora sfoggia nuovi missili ipersonici e continua a produrre plutonio nelle sue vetuste e nuove centrali sovietiche e post-sovietiche, sottomarini nucleari e rompighiaccio atomici e centrali nucleari galleggianti da esportare nel mondo come alternativa meno costosa ai mini reattori dei quali vorrebbe dotarsi anche il nostro governo.
E la Russia è il fornitore di tecnologia nucleare dell’Iran. Il 28 febbraio, Alexei Likhachev, direttore generale della società nucleare statale russa Rosatom, che sta costruendo due nuove unità nellla centrale nucleare iraniana di Bushehr in Iran, ha reso noto che 94 russi, tra cui i figli dei dipendenti, sono stati evacuati e che «I nostri dipendenti sono attualmente dislocati nel cantiere della centrale nucleare di Bushehr o nella comunità residenziale. Sono state adottate tutte le misure di sicurezza necessarie. Un piccolo gruppo dei nostri dipendenti che lavora a Teheran è concentrato presso l'Ambasciata russa».
Di fronte a questo caos (al quale va aggiunta anche la guerra per l’uranio, il petrolio e il gas in corso nel Sahel), Grossi si è tappato gli occhi e gli orecchi e ha dichiarato: «In linea con gli obiettivi dell'Iaea sanciti dal suo Statuto, ribadisco il mio appello a tutte le parti affinché diano prova della massima moderazione per evitare un'ulteriore escalation».
Di fronte a rischi immensi che corriamo in questa falda instabile che attraversa il mondo, con Israele e Usa che hanno già attaccato solo pochi mesi fa gli impianti nucleari iraniani e con Zaporizhzhia occupata militarmente dai russi e bombardata più volte dagli ucraini, il segretario generale dell’Iaea non ha trovato meglio di dire: «Vorrei ricordare ancora una volta le passate risoluzioni della Conferenza generale che affermano che gli attacchi armati contro gli impianti nucleari non dovrebbero mai aver luogo e potrebbero provocare rilasci radioattivi con gravi conseguenze all'interno e all'esterno dei confini dello Stato attaccato».
Mentre esplodono le bombe e Trump ha tenuto in piedi i negoziati in Oman solo per prepararsi meglio e per definire i dettagli di un attacco già deciso insieme a Netanyahu, Grossi è riuscito a dire solo che «Per ottenere la garanzia a lungo termine che l'Iran non acquisirà armi nucleari e per mantenere l'efficacia continua del regime globale di non proliferazione, dobbiamo tornare alla diplomazia e ai negoziati. L'Agenzia continuerà a monitorare la situazione, sfruttando le sue risorse uniche, la sua profonda competenza e la sua ampia rete internazionale. Riferiremo su qualsiasi conseguenza radiologica dell'attuale attività militare e siamo pronti a fornire consulenza e supporto ai nostri Stati membri in caso di impatto sulla sicurezza nucleare».
Eppure, Grossi, come afferma lui stesso, ha contribuito agli sforzi per trovare una soluzione diplomatica all'impasse sul programma nucleare iraniano. E’ stato invitato dai negoziatori ai due ultimi cicli di consultazioni a Ginevra, ma prende atto del suo fallimento: «Questa volta l'intesa è sfuggita alle parti. Sono certo che, comprensibilmente, proviamo un forte senso di frustrazione». Poi, abandonando perfino la prudente linea ufficiale dell’Onu di cui l’Iaea è un’Agenzia, ha cercato quasi di giustificare la decisione di Trump e Netanyahu: «L'uso della forza è presente nelle relazioni internazionali da tempi immemorabili. È una realtà. Ma è sempre l'opzione meno preferita», anche se ha aggiunto: «Sono convinto che la soluzione duratura a questa dissidenza di lunga data risieda sul tavolo diplomatico. L'Iaea sarà lì, pronta a svolgere il suo ruolo indispensabile, ogni volta e ovunque sarà chiamata». Peccato che l’Iaea sia stata ignorata, esclusa e, alla fine, nemmeno chiamata.
Poi Grossi, come se nulla stesse succedendo, è tornato sul tavolo negoziale rovesciato per la seconda volta da Trump (che ha sempre accuratamente evitato di nominare): «Quando si tratta di questioni nucleari, è essenziale comprendere con chiarezza la portata e la verificabilità di un accordo. La diplomazia è difficile, ma non è mai impossibile. La diplomazia nucleare è ancora più difficile, ma non è mai impossibile. Non è una questione di se, ma di quando ci riuniremo di nuovo a quel tavolo diplomatico: dobbiamo semplicemente farlo il più rapidamente possibile».
Eppure, Grossi ha smentito le dichiarazioni di Usa e Israele su una presunta totale non collaborazione dell’Iran con l’Iaea e rivelato che gli attacchi di giugno contro gli impianti nucleari iraniani non poteva essere giustificato con questo: «L'Iran ha continuato a facilitare l'accesso dell'Agenzia alle strutture in Iran non colpite dagli attacchi del giugno 2025. Tuttavia, l'Iran non ha fornito né relazioni né accesso all'Agenzia, come richiesto dall'Accordo di salvaguardia del Trattato di non proliferazione (TNP, al quale non aderisce Israele, ndr), alle strutture interessate e al materiale nucleare associato. Inoltre, l'Iran non ha consentito l'accesso all'Agenzia per verificare la sospensione di tutte le attività di arricchimento, riprocessamento e relative all'acqua pesante, come richiesto dalle pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio di Amministrazione. Da oltre 8 mesi non abbiamo più accesso agli inventari di LEU e HEU precedentemente dichiarati dall'Iran, il che rende la loro verifica – secondo le normali pratiche di salvaguardia – attesa da tempo. Di conseguenza, l'Agenzia non può fornire garanzie in merito al fatto che il materiale nucleare dichiarato non venga dirottato da attività pacifiche presso gli impianti interessati. Come richiesto dal Consiglio nella sua risoluzione GOV/2025/71 adottata il 20 novembre dello scorso anno, ho presentato al Consiglio una relazione sull'attuazione dell'accordo di salvaguardia del TNP e delle disposizioni pertinenti delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nella Repubblica islamica dell'Iran.
E’ la conferma che nucleare civile e militare vanno di pari passo e che, però, quel che si chiede all’Iran non si pretende da altri Paesi. Alla fine il capo dell’Iaea ha ammesso che la situazione è pericolosa e che potrebbe diventare terrificante: «L'Iaea ha una conoscenza approfondita della natura e dell'ubicazione del materiale nucleare e radiologico nella regione e disponiamo di linee guida chiare per le azioni necessarie nel caso in cui un attacco o un incidente provochi una fuoriuscita di materiale radiologico, nonché della capacità di fornire assistenza diretta in caso di necessità. Vorrei sottolineare che la situazione odierna è molto preoccupante. Non possiamo escludere una possibile fuoriuscita di materiale radioattivo con gravi conseguenze, inclusa la necessità di evacuare aree estese quanto o più delle grandi città. Quello che posso assicurarvi è che l'Iaea è presente, collabora con i suoi Stati membri e tiene informata la comunità internazionale, pur essendo pronta a reagire immediatamente in caso di violazione della sicurezza nucleare».
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