Salvini e Schifani sono tornati ad amarsi, nel frattempo in Sicilia è tutto fermo

Mar 3, 2026 - 12:30
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Salvini e Schifani sono tornati ad amarsi, nel frattempo in Sicilia è tutto fermo

Prima si amavano, poi si odiavano, adesso sono tornati a parlarsi, a confrontarsi, a volersi bene. Uno, il giovane ministro dei Trasporti, con il sogno del Ponte sullo Stretto che ogni volta sembra a un passo e ogni volta scivola un po’ più in là. L’altro, l’anziano presidente della Regione, ex presidente del Senato, riserva della Repubblica che coltiva un’ambizione ardita quanto il Ponte: salire, chissà, al Quirinale, nel dopo Mattarella. Sono Matteo Salvini e Renato Schifani. Sono tornati ad amarsi. O almeno così sembra.

Meno di due mesi fa, a domanda diretta, Salvini aveva risposto che sul bis di Schifani avrebbe avuto «qualche suggerimento» da dare. Non proprio una carezza: più un modo elegante per ricordare al governatore siciliano che la ricandidatura non era un diritto acquisito. Che bisognava rinnovare la classe dirigente. Oggi il clima è cambiato. Il vicepremier ha detto pubblicamente che è pronto a sostenere un secondo mandato di Schifani. Che l’età non è un problema, anzi, c’è bisogno di persone di esperienza e di grande saggezza.  Neppure Antonio Tajani è  stato così esplicito.

Che sia una pace di cartapesta o un nuovo patto destinato a durare, è presto per dirlo. Di certo, le frizioni tra i due sono andate avanti per mesi. Salvini, tuttavia, non rinuncia al messaggio in bottiglia per gli alleati: la regola dell’uscente ricandidato vale per Schifani, ma deve valere anche altrove. Lombardia compresa, dove governa il leghista Attilio Fontana.

La pace siciliana, dunque, è già proiettata sulle partite nazionali. E mentre i due leader si riabbracciano, sotto il tappeto restano polvere e macerie. Il rimpasto regionale è congelato, le riforme arrancano, la maggioranza è un mosaico di diffidenze. Se per il Ponte sullo Stretto bisognerà attendere ancora, per il rimpasto l’attesa è già diventata paralisi. La Giunta non riparte, le riforme attendono.

Il rimpasto che non arriva non è solo un fatto di equilibri tra correnti, di poltrone promesse o di paci armate tra leader. È un problema amministrativo. E quindi politico, nel senso più concreto del termine.

Da oltre tre mesi due assessorati chiave – Famiglia e Politiche sociali da un lato, Enti locali e Lavoro dall’altro – viaggiano senza una guida politica pienamente operativa. Le deleghe che facevano capo ai “cuffariani” sono rimaste in sospeso, trattenute in capo al presidente.

Schifani ha revocato gli assessori regionali della Nuova Dc dopo che Totò Cuffaro e il gruppo dirigente del partito sono finiti al centro di una nuova inchiesta giudiziaria su appalti e sanità, che ha portato alle dimissioni di Cuffaro da segretario e poi ai suoi domiciliari, a dicembre. La Procura di Palermo ha avviato un’inchiesta su un presunto sistema di corruzione e appalti pilotati nella sanità regionale, con richieste di arresti domiciliari per 18 persone, tra cui appunto Cuffaro e il capogruppo Dc all’Ars Carmelo Pace. L’indagine contesta un “sistema” di gestione di nomine e posti negli ospedali. La Nuova Dc sosteneva il governo regionale di centrodestra guidato da Renato Schifani, con due assessori in Giunta. Dopo i primi sviluppi dell’inchiesta, nel giro di 48 ore è maturata la decisione di estromettere la Dc dall’esecutivo: Schifani ha parlato di esigenza di «massima trasparenza, rigore e correttezza istituzionale» di fronte al quadro delle indagini.  Schifani ha dichiarato che, finché il quadro giudiziario non sarà chiarito, non sussistono le condizioni perché gli assessori espressione della Nuova Dc continuino a svolgere il loro incarico. Ha rivendicato la scelta come un atto «improntato al senso di responsabilità» e alla tutela della credibilità delle istituzioni, ponendo al primo posto legalità e trasparenza nell’azione di governo. Contestualmente, il presidente ha assunto ad interim le deleghe.

L’interim non è una soluzione: è una pausa che si allunga. E la pausa, in una Regione che vive di bandi, graduatorie e scadenze europee, diventa paralisi. I numeri raccontano più delle dichiarazioni. La spesa legata al Pnrr, che in Sicilia è già un percorso a ostacoli, procede a rilento. Centinaia di progetti fanno capo ai dipartimenti del Lavoro e delle Politiche sociali, per un valore che supera i cento milioni. Ma i pagamenti restano fermi a una percentuale minima rispetto al programmato, mentre la rendicontazione arranca. La macchina burocratica, già appesantita da anni di sotto-organico e turnover bloccato, senza un assessore nel pieno delle funzioni si limita all’ordinaria amministrazione. E talvolta neppure a quella.

Il risultato è che riforme annunciate come prioritarie restano sulla carta. La riforma degli enti locali è diventata il simbolo dello scontro permanente nella maggioranza: norme bandiera della Lega – dal consigliere supplente al terzo mandato per i sindaci dei Comuni medi – sono state bocciate in Aula, lasciando macerie politiche e nessun riordino effettivo. I Comuni, già in affanno finanziario, attendono ancora una revisione strutturale delle competenze e dei trasferimenti.

Sul fronte sociale, l’assenza di una legge quadro regionale sul welfare continua a pesare. La Sicilia procede per norme sparse: disabilità, contrasto alle dipendenze, interventi per l’infanzia e l’adolescenza. Ma manca una cornice organica che metta ordine tra servizi, terzo settore e Comuni. Anche i bandi finanziati con fondi europei scontano ritardi: graduatorie pubblicate, piattaforme che tardano ad aprire, tempi tecnici che si dilatano fino a bruciare mesi preziosi. Nel frattempo, periferie, minori a rischio, detenuti in attesa di percorsi di reinserimento restano dentro emergenze che non possono permettersi di attendere le trattative di Palazzo.

Il rimpasto sarebbe dovuto servire a questo: ridare una guida politica piena a settori nevralgici e riattivare la filiera decisionale. Invece è diventato ostaggio delle diffidenze reciproche. Ogni casella in giunta è un segnale agli alleati, ogni delega è un pezzo di potere da negoziare. Così la discussione sulle riforme viene continuamente subordinata alla discussione sugli equilibri.

La maggioranza si riunisce, si conta, si minaccia, si riavvicina. Ma la Regione resta sospesa. E mentre Salvini e Schifani celebrano la loro nuova intesa, il governo regionale sembra vivere in una dimensione provvisoria: senza scosse, ma anche senza slancio.

Il paradosso è tutto qui: la Sicilia avrebbe bisogno di riforme strutturali – sugli enti locali, sul lavoro, sul welfare – e invece è bloccata da una riforma che non parte, quella della sua stessa giunta. Il rimpasto mancato non è solo una questione di nomi. È il sintomo di un governo che rinvia le decisioni per non rompere gli equilibri. E così finisce per non cambiare nulla.

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