Cresce la produzione di plastica nel mondo, mentre quella riciclata in Europa cala

Mar 4, 2026 - 06:30
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Cresce la produzione di plastica nel mondo, mentre quella riciclata in Europa cala

L'industria europea ed italiana della plastica, incluso il comparto del riciclo, è sotto pressione: i prezzi inferiori dei polimeri vergini, le importazioni extra-UE e gli alti costi energetici stanno paralizzando il comparto. A fine 2025, la Commissione Europea ha varato un primo pacchetto di misure di sostegno. Ma non basta. Serve un approccio più organico, che combini strumenti normativi e leve economiche. Altrimenti, si rischia una perdita strutturale di capacità industriale, con ricadute sull'economia circolare e sull'occupazione.

I numeri del settore

Per capire la portata della crisi occorre partire dai dati. Tra il 2018 e il 2024, la produzione complessiva di plastiche in Europa è in contrazione del 12%, da 62,3 milioni di tonnellate a 54,6 milioni di tonnellate, nonostante le plastiche derivanti da riciclo meccanico post-consumo aumentino del 57,1%. Nel medesimo periodo (2018-2024), la produzione totale di plastica mondiale fa segnare un andamento opposto, in crescita del 16%.

produzione ue plastica 2024

La Germania si conferma il principale produttore europeo, mentre l'Italia occupa il sesto posto con 3,3 milioni di tonnellate annue, pari al 6% del totale europeo. La quota italiana sale, però, al 14,5% se si considera la sola produzione di plastica post-consumo da riciclo meccanico e chimico: in questo segmento, il nostro Paese si colloca subito dietro alla Germania, a dimostrazione di un contributo tutt'altro che marginale alla circolarità della plastica europea.

Sul fronte della bilancia commerciale, i dati sono preoccupanti: l'UE-27 registra nel 2024 un saldo negativo di 1,6 milioni di tonnellate, in esito ad uno sbilancio di 200mila tonnellate nella produzione e di 1,4 milioni di tonnellate nella trasformazione delle plastiche. Dal 2022, le importazioni extra-europee eccedono costantemente le esportazioni in volumi.

bilancia commerciale plastica ue rev

L'intero comparto manifatturiero europeo conta 47.126 imprese, oltre 1,4 milioni di occupati e 305 miliardi di euro di fatturato netto nel 2024; in Italia le imprese sono 6.797, gli occupati 145.281 e il fatturato si aggira sui 40,9 miliardi. Il comparto specifico del riciclo europeo conta 850 aziende, 8,6 miliardi di fatturato e 13,5 milioni di tonnellate di capacità installata. Anche qui la Germania guida la classifica (2,5 milioni di tonnellate), mentre l'Italia si ferma a 1,5 milioni.

Le cause della crisi

A fronte di un contributo tangibile fornito negli anni, l'industria del riciclo delle plastiche in Europa sta attraversando una fase acuta di difficoltà. I fattori di stress sono molteplici e si alimentano reciprocamente: elevati costi energetici che erodono i margini degli impianti, prezzi bassi e volatili della plastica vergine che rendono le materie prime seconde (MPS) poco competitive, frammentazione del mercato delle MPS, domanda debole di materiali riciclati e concorrenza sleale da parte di plastiche importate da paesi extra-UE con vincoli ambientali meno stringenti. Mancano inoltre politiche che promuovano l’utilizzo di plastiche riciclate anche in applicazioni complementari open-loop, le quali vengono invece spesso ostacolate.

I risultati di questo insieme di pressioni sono già visibili nei dati più recenti. Nel 2024, per la prima volta, i volumi complessivamente riciclati in Europa sono diminuiti, scendendo a circa 7,5 milioni di tonnellate rispetto alle 7,7 del 2023. Il fatturato del settore è in calo per il secondo anno consecutivo, e il 2024 ha registrato la più consistente chiusura di capacità operativa di riciclo mai osservata in Europa. Parallelamente, la dipendenza europea da forniture esterne di polimeri è cresciuta in modo significativo: la quota di polimeri importati è passata dal 15% del 2020 al 24% del 2024, esponendo l'Unione a rischi di approvvigionamento amplificati dalle attuali tensioni geopolitiche internazionali.

In Italia, la crisi ha raggiunto nel 2024 il picco dell'intero decennio (2015-2024) per quanto riguarda le esportazioni extra-UE di MPS da riciclo e scarti riciclabili: 103.352 tonnellate. Un dato, questo, che segnala la crescente difficoltà di trovare sbocchi interni ai materiali raccolti. Il blocco degli impianti di riciclo sta a sua volta ripercuotendosi sulle fasi intermedie della selezione e della compattazione, mettendo progressivamente sotto pressione l'intera filiera a monte, inclusa la raccolta.

Le misure già in campo

Sul fronte delle risposte istituzionali, la Commissione Europea ha presentato il 23 dicembre 2025 un pacchetto di misure a breve termine. Il primo intervento punta ad una maggiore integrazione del mercato interno attraverso un atto di esecuzione che istituirà criteri di End of Waste (EoW) unionali per le plastiche riciclate meccanicamente, misura che potrebbe abbattere costi di transazione oggi stimati in 120 milioni di euro annui. Il secondo garantisce maggiore certezza giuridica agli investimenti nel riciclo chimico attraverso "regole di allocazione" basate sul bilancio di massa, per quantificare la quota di output attribuibile al riciclaggio chimico e riconoscerne il ruolo complementare al riciclo meccanico. Si prevede poi il rilancio della Circular Plastics Alliance come piattaforma strutturata di cooperazione, l'istituzione di codici doganali distinti per plastiche vergini e riciclate e, nell'ambito del "Circular Economy Act", l'abbattimento delle barriere al mercato unico dei rifiuti e delle MPS. È stata avviata anche una consultazione pubblica sulla Direttiva SUP (“Single-Use Plastics”, Direttiva (UE) 2019/904).

A livello nazionale, l'Italia sta attuando la Strategia Nazionale per l'Economia Circolare (SEC) nel quadro del PNRR. Tra le misure implementate, figurano incentivi per le imprese produttrici di plastica monouso verso la riconversione produttiva, un credito d'imposta (in regime di de minimis) per l'acquisto di prodotti riutilizzabili o in materiale alternativo alla plastica monouso, contributi per eco-compattatori comunali e un D.M. sui tassi di raccolta degli attrezzi da pesca dismessi in plastica. Restano però ancora da attuare due provvedimenti chiave: lo schema di decreto per l'EPR sulla filiera delle plastiche non imballaggio e il D.M. sull'EoW nazionale delle plastiche miste.

Cosa servirebbe davvero?

Le misure finora adottate sono necessarie ma non sufficienti. È bene ricordare che il quadro impiantistico italiano presenta caratteristiche specifiche: un sistema capillare di raccolta differenziata, oltre 30 centri di selezione secondari tra i più evoluti d'Europa, un’ampia dotazione di impianti di riciclo anche per le plastiche miste e flessibili e un rilevante deficit di capacità di termovalorizzazione. In questo contesto, la priorità è il mantenimento e la saturazione della capacità di riciclo esistente, insieme allo sviluppo di nuove applicazioni e tecnologie anche in logica open-loop.

Un primo intervento da introdurre riguarda le Garanzie d'Origine (GO), da estendere al riciclo delle plastiche allargandone il perimetro alle MPS, oltre alla produzione di energia rinnovabile. Le GO potrebbero certificare le emissioni di CO₂ evitate ed essere riconosciute ai fini dell'assolvimento degli obblighi nell'ambito dell'EU ETS (“European Union Emissions Trading System”), garantendo un incentivo economico strutturale e coerente con gli obiettivi climatici. Sul fronte della domanda, occorre rafforzare gli obblighi sul contenuto minimo di plastiche riciclate negli imballaggi in PET e HD al 2030 e al 2040, ad esempio prevedendo obiettivi intermedi tecnicamente fattibili, che consentano di guidare lo sviluppo impiantistico e che evitino fenomeni di dumping. Parimenti, si dovrebbe estendere il perimetro applicativo alle plastiche flessibili e miste al di fuori del packaging-to-packaging. Il Green Public Procurement (GPP), con i relativi Criteri Ambientali Minimi (CAM), andrebbe infine applicato sistematicamente dalle Amministrazioni Pubbliche, che possono operare da "consumatori privilegiati" in grado di orientare il mercato.

Un secondo intervento strutturale riguarda il sostegno alle aziende del riciclo nella copertura dei costi di smaltimento degli scarti di lavorazione, ad oggi pari a circa 200 euro/ton. Le criticità impiantistiche nel trattamento di tali scarti, acuite dalla normativa che impone la gestione entro i confini regionali o in regioni limitrofe (in presenza di accordi tra Regioni per sostenerne il recupero energetico), rendono necessario l'intervento di provvedimenti economici ad hoc.

Merita attenzione l'esperienza francese: dal 1° gennaio 2026, la Francia ha introdotto un sostegno economico modulato su tre soglie di contributo per gli utilizzatori di plastica riciclata post-consumo proveniente dalle filiere EPR. Il meccanismo non grava sulla finanza pubblica e non ha sollevato obiezioni da parte della Commissione Europea. Replicarne l'impostazione in Italia, ampliandola per includere le plastiche post-consumo flessibili e miste sia in applicazioni plastic-to-plastic sia open-loop, consentirebbe di aumentare la circolarità dell'intera filiera senza impatto sul bilancio pubblico.

Il quarto intervento riguarda il riordino della Plastic Tax. In sede europea è proposto l'innalzamento dell'aliquota sui rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati da 0,8 a 1 euro/kg dal 2028. Un raccordo normativo dovrà garantire che le risorse generate siano destinate a sostenere i processi di riciclo, evitando che una tassazione eccessiva risulti paradossalmente controproducente per il recupero della plastica stessa.

a cura di Andrea Ballabio, Donato Berardi, Antonio Pergolizzi, Nicolò Valle

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