Due Palazzi, carcere al collasso? Prove di dialogo tra Terzo settore e Dap
Il Coordinamento Carcere Due Palazzi raggruppa da oltre 10 anni le associazioni e cooperative attive nella casa circondariale di Padova, «che ha una storia lunga 50 anni nel Terzo settore», dice Nicola Boscoletto, fondatore di Giotto, cooperativa che nell’istituto da 40 anni (appena compiuti) svolge attività per le persone detenute. Il Coordinamento, formato da una ventina di realtà tra cooperative e associazioni, ha ottenuto un incontro al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, richiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, delle 22 persone detenute di Alta sicurezza e il conseguente drammatico suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro.
Boscoletto, il Coordinamento Carcere Due Palazzi della casa di reclusione di Padova ha incontrato a Roma, il 18 febbraio scorso, Stefano Carmine De Michele, capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, ed Ernesto Napolillo, direttore della Direzione generale detenuti e trattamento. Cosa avete chiesto durante l’incontro?
Essere stati ricevuti a Roma sicuramente è un elemento che va riconosciuto come positivo, finora tutte le richieste e tutte le considerazioni su quello che era successo non avevano trovato un’interlocuzione. Incontrarsi, ascoltarsi, guardarsi negli occhi e rispettarsi sono quattro pilastri su cui provare a costruire qualcosa insieme.
L’appuntamento era stato chiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, realizzate dal Terzo settore in stretta collaborazione con l’istituzione, delle 22 persone detenute di Alta sicurezza e il conseguente suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro. Oltre a questo tema, il Coordinamento ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della casa di reclusione di Padova da istituto innovativo nell’ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo.
Per quanto riguarda le persone detenute trasferite, cosa è stato detto?
Si tratta di persone che non hanno passato cinque anni al Due Palazzi, ma 25, 30, in alcuni casi anche più di 40 anni. Sono stati trasferiti in altri istituti, non solo del Nord. Stavano facendo dei percorsi, con l’impegno della struttura penitenziaria, di educatori, di agenti, erano inseriti in attività lavorative, scolastiche ricreative e culturali del Terzo settore, specifiche per loro ovviamente: le persone in Alta sicurezza non possono mescolarsi con i “detenuti comuni”. Con il trasferimento si buttano tanti anni di lavoro. Il Coordinamento ha documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell’Alta sicurezza trasferita: molti, tra l’altro, usufruivano di permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all’esterno.

Il confronto ha previsto la possibilità di segnalare eventuali richieste dei detenuti trasferiti di essere ubicati in equivalenti sezioni di istituti più conformi alle esigenze familiari e/o di coinvolgimento sociale pregresso. Ci impegniamo a monitorare e segnalare le situazioni delle persone trasferite per le quali da tempo si era avviato un percorso di inserimento nel territorio. Inoltre, verificheremo quali possibilità di trattamento offrano le realtà in cui sono state trasferite. Il tema Alta sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale.
Ci spieghi meglio.
Rispetto al numero esorbitante (in tutta Italia sono circa 9.800 i detenuti di Alta sicurezza) ci si è confrontati su come sia importante andare a fondo della questione delle declassificazioni da detenuti Alta sicurezza a “detenuti comuni”. Ciò anche alla luce della relativa disattesa circolare del 2015, firmata dall’allora capo del Dap Santi Consolo (avente in oggetto la “Procedura di declassificazione per l’eventuale estromissione dal circuito ‘alta sicurezza’ ed inserimento nelle sezioni dedicate ai detenuti comuni”, ndr). Da questo punto di vista è emersa l’ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra Dap e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione distrettuale antimafia.
Per quanto riguarda il tema del rischio di un progressivo snaturamento della casa di reclusione di Padova?
Il tema è condiviso dalla polizia penitenziaria e dall’area educativa, sulle cui spalle ricade il peso delle conseguenze sul campo dei processi di “riempimento” delle carceri italiane. Vi è stato accordo sull’importanza di favorire, in sostituzione delle persone trasferite e più in generale, l’accesso alla reclusione di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che rendono la casa di reclusione un “modello di rieducazione” a livello nazionale.

Il Coordinamento ha anche fatto presente al capo del Dap il tema delle gare per l’affidamento degli spazi per le attività trattamentali, che così come sono impostate non valorizzano la vocazione sociale delle realtà del Terzo settore. È stata prospettata l’ipotesi che a breve ci saranno modifiche legislative che introdurranno criteri di valorizzazione delle realtà già presenti da anni negli istituti con attività documentate e svolte con successo e serietà. L’incontro si è concluso con un impegno a raggiungere gli obiettivi su cui c’è stato confronto e a continuare nel dialogo.
A Padova, al Due Palazzi, la storia con il Terzo settore, diceva, è intrecciata da 50 anni.
Lorenzo Contri, un professore universitario della San Vincenzo De Paoli, è stato il primo volontario a entrare nelle carceri italiane, proprio al Due Palazzi. Nella casa di reclusioone di Padova c’è una storia lunga legata al Terzo settore, abbiamo visto passare decine e decine di ministri e altrettanti decine di capi del Dap. Quindi, cogliamo l’aspetto positivo di quest’incontro che abbiamo avuto, senza illuderci troppo. La volontà deve essere reale, sappiamo che per costruire dalle macerie non ci si mette poco, però riconoscere che ci sono delle macerie, che bisogna costruire e che bisogna farlo insieme è già un passo avanti.

Alla casa di reclusione di Padova manca poco per collassare, mi riferisco alla storica e varia offerta trattamentale che da sempre l’istituto ha costruito in maniera veramente diversificata in questi 50 anni, con tutto il Terzo settore e con il sostegno del personale dell’amministrazione penitenziaria, di agenti, educatori, personale sanitario.
La cooperativa sociale Giotto ha da poco spento 40 candeline. Un modello di inclusione e crescita sociale che ha ispirato esperienze internazionali e che dal 1986 ha il suo fulcro a Padova.
Questi 40 anni non sono solo storia della cooperativa sociale Giotto: sono la dimostrazione che un’economia più umana è possibile, che il lavoro può davvero essere strumento di dignità per tutti, e che insieme si costruisce un futuro migliore. In questi 40 anni più di 2mila persone hanno trovato nella cooperativa sociale Giotto non solo un lavoro stabile, ma una vera valorizzazione personale e umana. Persone detenute, giovani con disabilità fisiche o psichiche, persone con disagio sociale – nessuno escluso. Perché, come ricordava Papa Francesco: «Il lavoro dà dignità» e «non ci si salva da soli: siamo tutti sulla stessa barca».

Foto cooperativa Giotto (in apertura, prima colletta alimentare in carcere – Padova, 26 novembre 2011)
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