La tutela della biodiversità inizia dal cibo che portiamo a tavola

Nel 2013, durante la sua 68ª sessione, l'Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 3 marzo la Giornata mondiale della fauna selvatica che si celebra oggi in tutto il mondo – Italia compresa – anche se c’è poco da festeggiare. Siamo nel corso della sesta estinzione di massa da quando la vita è apparsa sul pianeta, con un tasso di estinzione delle specie sta accelerando a causa dei pesanti interventi dovuti all’azione umana: oggi è stimato da cento a mille volte superiore alla media delle estinzioni della storia del pianeta.
In altre parole, secondo la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (Ipbes) circa 1 milione di specie viventi – un dato che oscilla tra un decimo e un quarto di tutte le specie animali e vegetali presenti sulla Terra – è a rischio estinzione a causa di una specie soltanto, quella umana.
Si tratta di uno stravolgimento epocale che impatta direttamente la sicurezza nazionale, come emerso da un recente rapporto d’intelligence del Regno Unito, tanto preoccupante da essere passato al vaglio della censura, che appare così distante dalla vita quotidiana da essere immodificabile. La buona notizia è che non è così, come emerge dal rapporto Nature-Positive Lifestyles: Unlocking Opportunities for People and Planet appena pubblicato dall’Hot or Cool Institute col supporto analitico di esperti dell’Università di Jyväskylä, Finlandia.
Basandosi su un’analisi multi-paese dell'impronta sulla biodiversità (biodiversity footprint) associata ai consumi in tre Stati molto diversi tra loro – Brasile, Finlandia e Giappone – il report individua i principali ambiti dello stile di vita che generano pressioni significative sulla natura: il solo consumo di cibo rappresenta tra il 51% e l’84% degli impatti sulla biodiversità legati agli stili di vita, col cambiamento di uso del suolo associato agli allevamenti animali come principale fattore determinante.
Partendo dal presupposto che il consumo annuale di carne raggiunge circa 100 kg per persona in Brasile, 75 kg in Finlandia e 60 kg in Giappone, il Brasile registra l’impronta sulla biodiversità legata agli stili di vita più elevata, pari a 44 pBDe per persona all’anno, rispetto ai 27 pBDe del Giappone e ai 20 pBDe della Finlandia; se i consumi globali rispecchiassero i livelli del Brasile, il 36% delle specie a livello mondiale sarebbe esposto a rischio di estinzione, rispetto al 22% con livelli di consumo analoghi a quelli del Giappone e al 16% con livelli analoghi a quelli della Finlandia.
Anche l’impatto sulla biodiversità legata alla mobilità varia di quasi un ordine di grandezza – da 0,8 pBDe pro capite in Brasile a 5,5 in Finlandia – principalmente a causa della domanda di trasporto e della dipendenza dall’automobile.
«I risultati sono inequivocabili: il cibo è la singola maggiore pressione che esercitiamo sulla natura attraverso i nostri stili di vita – spiega Alessandro Galli, research director dell’Hot or Cool Institute e autore principale del rapporto, nonché firma di prestigio di greenreport – Questo significa che non possiamo proteggere la natura senza rimodellare in modo fondamentale i sistemi alimentari e i modelli di consumo. La perdita di biodiversità è profondamente radicata nel modo in cui funzionano le nostre società. Trasformare gli stili di vita quotidiani deve diventare una strategia centrale guidata dalle politiche. Ciò significa rimodellare sia i sistemi che forniscono beni e servizi sia le norme culturali e le aspirazioni che guidano i consumi, a partire da aree ad alto impatto come il cibo e la mobilità».
Concentrare l’attenzione sugli impatti degli stili di vita sulla perdita di biodiversità, infatti, non può trasformarsi in una comoda scusante per lasciare l’onere e la responsabilità del cambiamento nelle mani dei singoli individui. È improbabile che il cambiamento dei comportamenti individuali persista quando i sistemi di offerta e le norme culturali continuano a favorire opzioni ad alto impatto ambientale: allineare ciò che è possibile al singolo individuo con ciò che è socialmente desiderabile crea le condizioni perché le scelte “nature-positive” diventino la norma predefinita, andando ad agire sull’architettura delle scelte sin dal livello delle politiche pubbliche. L’obiettivo è agire su più livelli per abilitare un cambiamento sistemico tramite pacchetti integrati di policy che rimodellino mercati e norme culturali affinché le scelte nature-positive diventino accessibili e convenienti per la grande maggioranza.
In questo caso, a ringraziare non sarebbe “solo” la biodiversità (e la sicurezza nazionale) ma anche il clima. Il report mette infatti in relazione la biodiversity footprint con l’impronta di carbonio (carbon footprint), evidenziando opportunità per un’azione coordinata su clima e natura. In Brasile, ad esempio, il consumo alimentare genera l’84% degli impatti sulla biodiversità e il 67% delle emissioni di carbonio, rendendo il cambiamento delle diete la leva più efficace per affrontare congiuntamente le sfide climatiche e della biodiversità.
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