Acqua sotto attacco in Medioriente: il rischio è alto per tutti

Sprechiamo ancora troppa acqua perché non riusciamo a darle il giusto valore, eppure è diventata sotto i nostri occhi anche un’arma di guerra con i recenti impianti di desalinizzazione che sono stati fatti saltare in Medio Oriente
Nella Giornata mondiale dell’acqua 2026, che cade domenica 22 marzo, il conflitto in Medio Oriente ricorda una verità spesso ignorata: più del petrolio, è l’acqua la risorsa davvero vitale. E oggi, sempre più spesso, anche un obiettivo militare.
Secondo l’analisi di Francisco Carrión, pubblicata su El Independiente, gli ultimi giorni di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno aperto un nuovo fronte strategico: gli impianti di desalinizzazione, infrastrutture fondamentali per l’approvvigionamento idrico della penisola arabica.
Teheran ha denunciato il danneggiamento di un impianto sull’isola di Qeshm, nello stretto di Hormuz, con ripercussioni sull’acqua potabile per decine di villaggi.
Il giorno successivo il Bahrein ha segnalato un attacco con droni contro una struttura analoga. Washington ha negato di aver colpito infrastrutture civili, ma il messaggio è chiaro: l’acqua è entrata nel calcolo strategico della guerra.
La ragione è semplice. Come spiega David Michel, ricercatore del programma di sicurezza alimentare e idrica del Center for Strategic and International Studies (Csis), gli impianti di desalinizzazione sono “uno dei punti più vulnerabili della regione“.
Nel Golfo si concentra oltre il 40% della capacità mondiale di desalinizzazione e migliaia di impianti forniscono acqua potabile a milioni di persone. Alcuni Paesi dipendono quasi totalmente da questa tecnologia: il Bahrein ricava circa l’85% dell’acqua potabile, il Kuwait il 93%, mentre Qatar e Arabia Saudita ne dipendono in larga misura.
Secondo Michel, queste infrastrutture possono essere colpite in molti modi: direttamente, oppure attraverso attacchi alle reti energetiche da cui dipendono. “Gli impianti richiedono enormi quantità di energia. Colpire le centrali elettriche può bloccare la produzione di acqua“, avverte l’esperto.
Anche incidenti ambientali possono paralizzarli: durante la Guerra del Golfo del 1991, ricorda Michel, una massiccia fuoriuscita di petrolio bloccò le prese d’acqua degli impianti kuwaitiani.
Per Ali Vaez, esperto di Iran dell’International Crisis Group, colpire infrastrutture civili rientra nella logica delle escalation moderne: “la fase successiva di una guerra è rendere il conflitto sempre più intollerabile per la popolazione“.
Un rischio confermato anche da Karen Young, ricercatrice del Middle East Institute, secondo cui queste azioni fanno parte di una strategia di pressione reciproca tra gli attori regionali.
La crisi idrica globale rende questo scenario ancora più inquietante. Secondo il Wwf (2021), circa il 40% del cibo prodotto nel mondo viene perso o sprecato, mentre l’agricoltura utilizza il 70% delle risorse idriche disponibili. In pratica, quasi il 28% dell’acqua dolce globale serve a produrre alimenti che non verranno mai consumati.
Come ricorda Mirco Cerisola, country director Italia di Too Good To Go, “ogni alimento salvato significa anche acqua preservata“. Salvare 1 kg di cibo equivale a risparmiare circa 810 litri d’acqua (dati Mérieux Nutrisciences | Blonk).
In Italia, i 33 milioni di pasti recuperati tramite l’app hanno già evitato lo spreco di circa 27 miliardi di litri d’acqua. In un mondo in cui l’acqua può diventare bersaglio di guerra, ridurne lo spreco diventa anche una questione di responsabilità globale.
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