Al G7 Ambiente di Parigi la crisi climatica viene tenuta fuori dall’agenda: «Gli Usa non vogliono sentirne parlare»

Si sta svolgendo a Parigi il G7 Ambiente, ma né ieri nel giorno di apertura si è parlato né oggi nella sessione di chiusura si parlerà del tema principale e più urgente in tale ambito (e non solo): il cambiamento climatico. E per un motivo molto semplice, che il ministero francese per la Transizione ecologica guidato da Monique Barbut non può far altro che confessare al sollevarsi delle prime critiche da parte delle associazioni ambientaliste di mezza Europa: «Se si comincia a parlarne, non c’è più G7».
La Francia, che a gennaio 2026 ha assunto la presidenza dell’organismo di cui fanno parte le sette principali economie del mondo (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) non vuole metterne a rischio l’unità proprio in questi mesi in cui si trova a guidare il forum intergovernativo. Gli Stati Uniti non vogliono sentir parlare di crisi climatica, che il presidente Donald Trump sostiene non esista, né del ruolo giocato nell’innalzamento della temperatura globale dall’uso dei combustibili fossili. E dunque il ministero guidato dalla Barbut, che ha un nome completo piuttosto complesso e che non a caso tiene dentro anche la questione climatica e addirittura i «negoziati» relativi ad essa – «ministero della Transizione ecologica, della biodiversità e dei negoziati internazionali sul clima e la natura» – si è visto costretto a scrivere per il G7 di ieri e oggi un’agenda in cui non compaiono all’ordine del giorno né i cambiamenti climatici né l’uscita dai combustibili fossili, nonostante al G7 del 2022 (a Berlino, durante l’anno di presidenza della Germania) vennero prese importanti decisioni per accelerare la decarbonizzazione del settore elettrico entro il 2035.
Nel documento relativo alla due giorni di Parigi, il governo francese ha stilato un programma che prevede il confronto su «degrado degli ecosistemi, crollo della biodiversità, aumento dell’inquinamento, crescenti pressioni sulle risorse idriche, desertificazione e moltiplicarsi delle catastrofi naturali», ma non c’è accenno ai fattori che sono alla base, come causa o concausa, di tutto ciò. Nel testo si dice che «quasi un milione di specie animali e vegetali sono oggi a rischio di estinzione, mentre oltre l’85% delle zone umide mondiali è già scomparso», ma nella discussione su come invertire la rotta non possono entrare riferimenti all’innalzamento delle temperature per motivi di origine antropica né si potranno citare le responsabilità dei settori estrattivi e degli idrocarburi perché al tavolo siede il rappresentante del principale negazionista della crisi climatica e sponsor del «drill, baby, drill» come volano per l’economia americana.
A Parigi, Washington è rappresentata da Usha-Maria Turner, vicedirettrice dell’ufficio per gli affari internazionali e tribali (il riferimento è alle relazioni con le comunità dei nativi americani) dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti. Non proprio una prima fila dell’amministrazione americana, e già questo dà il segno dell’importanza che Trump ritiene abbia questo G7. In ogni caso, nella capitale francese si è preferito non rischiare spaccature in questi mesi di presidenza. Dal ministero della Transizione ecologica si spiega che questa due giorni si concentrerà su «questioni meno controverse»: «Abbiamo scelto di non affrontare di petto la questione climatica, poiché le posizioni degli Stati Uniti su questo argomento sono ben note. Volevamo dare priorità all’unità del G7, in particolare per salvaguardare questo forum».
Quanto all'Italia, dire che «non ha affrontato di petto la questione della crisi climatica» sarebbe un eufemismo. Non l'ha neanche sfiorata. Intervenendo oggi nella giornata di chiusura del G7, informa il ministero dell'Ambiente e della transizione energetica, il ministro italiano Gilberto Pichetto Fratin ha dedicato il suo discorso alla «vulnerabilità del settore edilizio». Tema assolutamente importante per un paese ad alto rischio idrogeologico e sismico come il nostro, ci mancherebbe, ma che sarebbe stato quantomeno opportuno inserire in un contesto che richiamasse per esempio il rapporto, confermato da tutte le analisi scientifiche degli ultimi anni, tra crisi climatica e il presentarsi sempre più frequente e con sempre più devastante drammaticità di eventi meteo estremi, alluvioni e non solo. E invece niente, il nostro ministro si è limitato a dire che «è essenziale investire nella conoscenza: sistemi di monitoraggio, mappature dei rischi e strumenti digitali possono aiutarci a identificare le aree più vulnerabili e a orientare le decisioni».
La decisione della presidenza G7 di bandire la crisi climatica dal confronto viene duramente contestata dalle associazioni ambientaliste, che parlano di scelta «assurda» e «ipocrita» (l’ong 350.org), ricordano tra l’altro che diversi studi confermano che l’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del mondo e criticano la politica di appeasement adottata nei confronti di Trump. Dice per Climate action network (Can) Gaia Febvre: «Un G7 che si muove al ritmo degli Stati Uniti non può pretendere di rispondere alle crisi del secolo. Cedendo alle pressioni indebolisce l’azione collettiva e rinuncia al suo potenziale ruolo guida». Aggiunge la responabile politiche internazionali della rete di associazioni ambientaliste: «Il mondo non può fare affidamento sugli accordi di Donald Trump più di quanto possa fare sui combustibili fossili come fonte di stabilità. L’esperienza recente dimostra invece che queste dipendenze alimentano l’instabilità, la coercizione e i conflitti. Nel momento in cui l’emergenza climatica si aggiunge alle tensioni geopolitiche alimentate dalle energie fossili, il silenzio non è più neutrale, diventa un errore politico».
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