Alla maratona oratoria del Sì, in nome di Tortora e degli "ultimi"
La Corte di Cassazione incombe con pesantezza in senso fisico (non per niente la sua sede è detta “ Palazzaccio”), mentre Piazza Cavour si prepara a ospitare con spirito leggero i sette giorni di maratona oratoria pre-referendaria per il Sì (da ieri a domenica, per otto ore al giorno, cinquanta persone al giorno) nel nome di Enzo Tortora – il cui volto compare sulla maglia indossata dalla compagna storica Francesca Scopelliti, ma anche nel nome sotteso di Marco Pannella, il cui modello oratorio volteggia nell’aria, davanti al cartellone che fa da sfondo agli interventi dei volontari e dei promotori della manifestazione (comitati “Sì Separa” della Fondazione Einaudi, “Cittadini per il sì” e “Camere penali per il sì”). Arrivano alla spicciolata gli oratori maratoneti che vogliono contrastare con la verità, dicono, le fake news che infarciscono il dibattito pubblico, “coltivando la speranza”, dirà poi Sergio D’Elia con la voce di “Nessuno tocchi Caino”, di sconfiggere le tante mistificazioni che coprono il merito dei quesiti. Tortora parla idealmente, attraverso una sorta di lettera aperta di Scopelliti; ed è un Tortora da non custodire “gelosamente” nella memoria, ma da “condividere” con gli astanti: avvocati, politici, cittadini comuni, ex vittime di malagiustizia. Da Forza Italia, nel primo giorno di campagna oratoria di piazza, arrivano in massa varie “staffette”. Tra gli altri, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulé, il senatore Pierantonio Zanettin, già componente del Csm, la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano, appassionata alfiera del Sì anche in nome del padre (ai tempi politico democristiano passato attraverso la via crucis processo-assoluzione), e la segretaria romana azzurra Luisa Regimenti. Parla, di buon mattino, anche il costituzionalista dem e punto di riferimento della Sinistra per il Sì Stefano Ceccanti, per una riforma che, dice, renda il giudice davvero terzo e imparziale, separando i Csm per evitare che “una squadra stia con l’arbitro a gestire le carriere”. Giandomenico Caiazza, già difensore di Tortora, arringa i presenti poco prima che dal web piombi il post di Magistratura democratica (foto della piazza con pochi avventori e frase che paragona la maratona oratoria a Woodstock): questa, dice Caiazza, è una “bella prova di resistenza psicologica alla manipolazione”. Poi prende i capi d’accusa contro il Sì per ribaltarli: “C’è chi sostiene che il pm sarà sottoposto al governo, cosa non scritta da nessuna parte; che questi non sarà più obbligato a investigare anche in favore dell’indagato e addirittura che, se vince il Sì, si potranno difendere solo i ricchi: qualcosa di prossimo al delirio”. Anche Mulé prende di petto uno degli slogan del No: “In realtà questa è una riforma antifascista che completa il mandato dei padri costituenti”, dice, evocando l’ex partigiano e giurista Giuliano Vassalli, padre del nuovo codice di Procedura Penale. Un applauso accoglie il comitato “Voce degli innocenti” e l’intervento di Marco Sorbara, commercialista aostano assolto in via definitiva (perché “il fatto non sussiste”) dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo 909 giorni in custodia cautelare (di cui otto mesi in carcere, con 45 giorni iniziali di isolamento. All’epoca dell’arresto, rievocato nei particolari fin dall’incredulità terrorizzata della prima notte in carcere, Sorbara era consigliere regionale dell’Union Valdotaine. Rieletto nel 2025 per FI nel consiglio regionale della Valle d’Aosta, racconta la paura, compagna di viaggio che, da quella prima notte, non lo ha “mai più abbandonato”, dice, mentre in piazza compaiono vari amministratori di piccoli paesi e cittadini comuni. Avvolto in un lungo cappotto, va al microfono Pierluigi Borghini, imprenditore ed ex candidato sindaco di Roma (nel 1997, per il Polo delle Libertà), ricordando quello che accadde ai tempi dell’inchiesta Mafia capitale: in molti casi il coinvolgimento per mafia svelò più che altro l’assenza di mafia. Ma è la radicale Rita Bernardini a entrare nel vivo della gogna: “Se è andato in carcere qualcosa avrà fatto”, è la frase di condanna mediatica che precede e spesso trascende la verità giudiziaria, dice. La giovane militante di FI Eleonora Di Francesco invita a votare “per se stessi, non per un partito”, perché “la presunzione di innocenza è garanzia per tutti”. Scende la sera e l’avvocato Guido Camera, accanto a Francesca Scopelliti, prova a smontare il ritornello propagandistico: “Chi vota per il Sì è per lo stato autoritario”. “E’ vero il contrario, e lo sanno bene i penalisti”, dice: “Chi è trascinato in tribunale in catene, anche se è Enzo Tortora, è sempre e comunque un ultimo”.
Marianna Rizzini
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




