Di che cosa parliamo quando parliamo di referendum? Di Enzo Tortora

Mar 21, 2026 - 05:30
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Di che cosa parliamo quando parliamo di referendum? Di Enzo Tortora

Se la serie tv su Enzo Tortora diretta da Marco Bellocchio fosse stata trasmessa su Raiuno, anziché su HboMax, che è l’ultima e la meno diffusa delle piattaforme a pagamento arrivate in Italia, non ci sarebbero dubbi sull’esito del referendum del 22 e 23 marzo.

Il caso Tortora è la fotografia esatta della malagiustizia italiana di quegli anni, e non c’è fotogramma di “Portobello” che non lo ribadisca in modo preciso, e allo stesso tempo tragico, violento e surreale.

Le figure grette e meschine dei due procuratori della Repubblica, ma si dovrebbe dire dei “persecutori della Repubblica”, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, uno dei quali definito “il Maradona del diritto”, dicono tutto. Di Pietro e Di Persia orchestrarono le testimonianze di una serie di camorristi – uno detto «’o animale», l’altro «’o pazzo» e infine un altro ancora detto «’o bello» – per incastrare a fini mediatico-narcisisti, e modalità sadiche, il totalmente estraneo Enzo Tortora in una maxi retata sulla Nuova Camorra Organizzata, ma senza aver svolto alcuna indagine seria sul giornalista e conduttore, nemmeno una chiamata al numero telefonico trovato su un’agendina dell’amica di un camorrista (immaginatevi di che prova regina stessero parlando), anche perché se avessero telefonato avrebbero scoperto che a quel numero non avrebbe risposto il popolare conduttore di Portobello ma un tal Enzo Tortona, con la n al posto della r, di Caserta, titolare di un negozio di macchine per caffè.

Ma il caso Tortora, che in realtà era il caso Italia, non è stato soltanto un episodio isolato di malagiustizia che ha rovinato la vita a un uomo pubblico, alla sua famiglia, e a molte altre persone. Il caso Tortora è straordinariamente attuale non solo perché arriva in tv grazie a Bellocchio, ma perché riguarda esattamente il tema del referendum di domenica e lunedì: i due procuratori, il giudice istruttore e gli altri magistrati, compreso Diego Marmo che si permise di definire Enzo Tortora «un cinico mercante di morte», non hanno subìto alcun procedimento disciplinare da parte del Csm nonostante i loro grossolani errori. Anzi sono stati premiati con incarichi prestigiosi, e in un caso addirittura eletti proprio al Csm, l’organo che giudica i colleghi magistrati (abbiamo visto come) grazie a un sistema di lottizzazione degli incarichi e di autoassoluzioni in base all’appartenenza alle correnti politiche della magistratura.

Sapete chi è stato l’unico dei magistrati coinvolti nel caso Tortora a non aver fatto carriera? Si chiama Michele Morello, ed è il giudice che in appello ha assolto Tortora. Morello è stato sottoposto anche a un procedimento disciplinare intimidatorio da parte del Csm, per aver detto ai giornalisti una semplice frase al momento della lettura della sentenza di assoluzione di Tortora: «Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto», una frase che – come ha ricordato Filippo Facci – fu ritenuta una «violazione del segreto della camera di consiglio, anche se il fascicolo, forse per imbarazzo, fu lasciato estinguere per prescrizione dal Csm»,

Ora è vero che ai tempi di Tortora c’era ancora il rito inquisitorio e non quello accusatorio di stampo anglosassone, approvato proprio in conseguenza della débâcle della giustizia italiana durante il caso Tortora, ma allora il Csm era esattamente quello che il referendum di questo weekend vuole riformare, e che ha funzionato con le logiche di spartizione politica e di auto assoluzione dei magistrati, e non a tutela dei cittadini.

Di questo parliamo quando parliamo del referendum di domenica: dell’ultima tappa in ordine di tempo di un processo riformatore della giustizia italiana nato in reazione anche popolare all’ingiustizia del caso Tortora e che, grazie al referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici (il cosiddetto referendum Tortora, approvato da oltre l’80 per cento degli elettori) ha portato alla riforma del codice di procura penale, alla legge sulla (tenue) responsabilità civile dei giudici, e poi alla riforma costituzionale sul giusto processo del 1999, e all’apertura del dibattito sul sistema di elezione del Csm, oggetto peraltro di un altro “referendum Tortora” su cui nel 1987 non si è votato perché bocciato dalla Corte Costituzionale. Fino all’annoso scontro post Mani Pulite sulla separazione delle carriere, brillantemente affrontato senza nessuna polemica da Mario Draghi con la riforma Cartabia che, senza scossoni politici, ha portato alla separazione di fatto delle funzioni tra pubblico ministero e giudice.

La riforma costituzionale Nordio che va al voto referendario è residuale, non meritevole di così tanta agitazione e allarmi democratici. In linea teorica, completa il quadro normativo cambiato dalla legge Cartabia e, in continuità con le riforme post caso Tortora, separa le carriere dei magistrati, sdoppia il Csm, elegge i membri con il sorteggio per rompere l’assedio delle correnti, e affida le questioni disciplinari a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare.

La riforma Nordio è molto discutibile, ma per ragioni diverse se non opposte a quelle che si sentono ogni sera nei talk show e negli accorati appelli social di gente molto fotogenica ma che non ha mai avuto a che fare con le pandette.

Il problema della riforma Nordio non è che rischia di mettere i pm sotto il controllo del governo, e quindi di indirizzare l’azione penale, come peraltro succede in tutti quei i Paesi liberi e democratici del pianeta, anche perché è attività che non può prescindere dall’articolo 112 della Costituzione che impone al pubblico ministero di avviare l’azione penale ogni qual volta viene a conoscenza di una notizia di reato (obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale).

La campagna elettorale e le dichiarazioni dei due fronti dimostrano che questo non è nemmeno uno scontro tra garantisti e giustizialisti. Buona parte del fronte del Sì è composto da forze politiche certamente non garantiste, o garantiste solo con gli amici, esattamente come una parte consistente del fronte del No.

Le dichiarazioni dei leader della maggioranza, poi, sono critiche in particolar modo nei confronti dei giudici non dei pubblici ministeri, dei giudici che applicano le direttive Ue contro le leggi del Parlamento, per esempio, o dei giudici che scarcerano i militanti dei centri sociali fermati durante gli scontri di Torino, respingendo le richieste dei pm, e così via.

O vi sembrano garantisti e cultori del diritto romano quei leader di governo che a gennaio erano sul punto di dichiarare guerra alla Svizzera perché i giudici locali avevano scarcerato, in attesa del giudizio, il proprietario del locale dove si era consumata la tragedia di Crans-Montana?

Vi sono sembrati garantisti e rispettosi dei principi del giusto processo quando, sempre loro, hanno applaudito all’uccisione di uno spacciatore a Rogoredo, schierandosi senza se e senza ma con il poliziotto che ha sparato e ucciso, salvo poi scoprire che la vittima non aveva un’arma, nemmeno caricata a salve, e che molto probabilmente c’è stata un’inquietante messa in scena?

Alla destra di governo vanno benissimo i pubblici ministeri giustizialisti e i metodi spicci delle forze dell’ordine che, sui temi cari e purché non tocchino gli amici, arrestano i sospettati e dimenticano la chiave della cella.

Alla destra di governo non vanno bene i giudici che non aderiscono alle sue scelte politiche e quelli che si ostinano a voler applicare le leggi che impediscono la piena soddisfazione del sentimento popolare alimentato dalla maggioranza, come dimostrano i casi dei centri per immigrati in Albania o della scarcerazione del criminale di guerra libico Al Masri.

I promotori della riforma sono meno interessati a tutelare le garanzie del cittadino e più a rafforzare il potere esecutivo, sulla scia di quanto avviene nell’Ungheria di Orbán, nella Turchia di Erdogan e nell’America di Trump.

Tutto molto pericoloso, ed evidente, ma si tratta di un progetto che prescinde dal merito della riforma del Csm, una tendenza autoritaria che fotogra lo spirito del tempo e che non accelererà né arretrerà a seconda del risultato del referendum. Non succederà niente di irreparabile nel caso vincesse il Sì e nemmeno in caso di vittoria del No, specie se come pare la differenza sarà piccola. A metà settimana avremo dimenticato tutto.

Per questi motivi, come si dice in questi casi, su Linkiesta non ci siamo granché appassionati al tema, che certamente è meno rilevante rispetto all’aggressione russa all’Europa, all’avventura in Iran e alla tragedia trumpiana. Abbiamo ospitato articoli garantisti per il Sì di Carmelo Palma e di Marco Taradash, opinioni garantiste ma per l’astensione dell’avvocato Cataldo Intrieri, un appello di garantisti per il No organizzato quasi per scherzo da Francesco Cundari, e anche un mio contro appello col quale, pur ammettendo che non avrei mai potuto votare No, mi sono dichiarato garantista per il Boh.

Poi, però, ho visto la serie tv su Enzo Tortora.

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Redazione Redazione Eventi e News