Gucci, Fendi, Prada, Dolce&Gabbana... Il commento di Antonio Mancinelli alle sfilate
Tornare a casa dopo un lungo viaggio non è come non essere mai partiti. Esiste una frazione di secondo dilatata all’infinito, un respiro sospeso nel momento esatto in cui la chiave scatta nella serratura, in cui lo spazio che un tempo ci appartiene in modo viscerale appare improvvisamente alieno, cristallizzato in un tempo che non è più il nostro. L’aria odora di polvere e di assenza, la luce filtra dalle persiane chiuse disegnando geometrie inedite e malinconiche sui pavimenti, e ogni singolo oggetto lasciato fuori posto assume la gravità solenne di un reperto archeologico. In quell’istante si materializza una rivelazione spietata, ovvero ci si rende conto che la casa ha continuato a respirare anche senza di noi, nutrendosi silenziosamente delle nostre memorie.
Questa malinconia sottile e pungente del riordinare, del rimettere a posto oggetti fisici e frammenti di un’esistenza passata per dare un senso compiuto al presente, ha attraversato come un fremito elettrico ed emozionale l’intera settimana della moda milanese delle collezioni autunno-inverno 2026-27. Mai come in questa stagione le passerelle si sono trasformate in spazi domestici e psicologici dove il concetto di “sentimento” ha smesso di essere un termine decadente per essere chiave di lettura della difficile condizione di oggi.
Abiti, accessori e il loro Sentimental value
Il sistema moda milanese ha compiuto esattamente questo stesso, dolorosissimo e affascinante viaggio introspettivo. I direttori creativi hanno aperto i bauli sigillati, hanno rispolverato i ricordi di infanzia e i fantasmi del proprio archivio storico non per indulgere in una nostalgia consolatoria, ma per compiere un atto vitale di sopravvivenza intellettuale. Le collezioni presentate non sono state mere sequenze di abiti cuciti insieme, ma veri e propri tentativi filosofici di rimettere ordine nell’accumulo bulimico del passato prima di poter finalmente e onestamente fare ritorno alle proprie radici.

Diesel A/I 2026-27.
C’è una frase che si aggira tra i corridoi come un ospite che non ha voglia di andarsene: «Tenderness is the new punk». L’ha detta Joachim Trier parlando di Sentimental Value, e sembra scritta apposta per questo défilé autunno inverno 2026-2027. Quello di Diesel, che ha inaugurato il calendario con un’energia dirompente, ha messo in scena esattamente questo resto indomabile, questo eccesso non catalogabile della nostra civiltà. Il geniale direttore creativo Glenn Martens ha recuperato oggetti dimenticati dai vasti magazzini del marchio, assemblandoli metodicamente per creare un’installazione monumentale che fungeva da passerella per i modelli. Non si trattava affatto di semplice spazzatura o di feticci casuali, ma di detriti pulsanti di memoria esposte orgogliosamente come opere d’arte in una immensa galleria distopica. Lì l’upcycling non è morale, è memoria in ricomposizione, un caos curato che ti costringe a guardare il passato non come museo ma come materiale da lavoro.
Ma è da Prada che l’operazione si fa più profonda, quasi archeologica. Miuccia Prada e Raf Simons, per questo “Inside Prada”, hanno aperto gli armadi e ne hanno tirato fuori strati su strati di personalità. Non è nostalgia, avvertono, ma curiosità per ciò che esiste già. Le modelle che si spogliano in passerella non sono uno striptease; sono un’anamnesi. L’idea stessa di sbucciare le apparenze era intessuta nella materia dei capi, come dimostravano i cappotti che esponevano frammenti visibili di tweed sottostante, ricordando la superficie affascinante di un muro antico in via di decadimento. Questa spoliazione performativa non era assolutamente un frivolo virtuosismo stilistico, ma una profonda indagine sull’identità contemporanea. Come ha scritto Nietzsche, «tutte le cose sono incatenate, annodate, innamorate»; e quei fiori di filo sono il nodo che lega la donna pratica a quella romantica, la viaggiatrice alla sedentaria.

Bella Hadid in passerella per Prada A/I 2026-27.
Louise Trotter da Bottega Veneta questa casa l’ha cercata nella città stessa. Milano è il suo teatro: «brutalista e sensuale». Come tornare a casa e scoprire che la facciata grigia del palazzo nasconde un giardino segreto. I suoi abiti sono metafora di questa scoperta. Vestirsi diventa un gesto spettacolare, certo, ma anche un rito di iniziazione: solo chi è stato via può capire la bellezza di riappropriarsi del proprio territorio, della sua manualità, dei suoi cortili interni.
Radici, fondamenta del futuro
Dall’altra parte della barricata estetica milanese, per la sfilata autunno/inverno 2026-27 di Max Mara, Ian Griffiths ha risposto al caos assordante del mondo moderno erigendo una magnifica e inscalfibile corazza protettiva. Ispirandosi alla figura storica e volitiva di Matilde di Canossa, la potente e temuta sovrana medievale, Griffiths ha declinato un’eleganza istituzionale affilata e appuntita come un’inesorabile arma esecutiva. La sua donna non cede mai a storicismi romantici o a svenevolezze nostalgiche, ma traduce la propria forza interiore e la necessità di permanenza in sontuosi cappotti a vestaglia, tuniche monastiche dalle linee severe e silhouette avvolgenti.
E poi c’è Fendi, dove ha debuttato Maria Grazia Chiuri: un vero ritorno a casa perché la stilista, che ha iniziato la sua carriera proprio nella maison romana, ora ne ha preso le redini. Il cuore della sua prima volta è una dichiarazione d’officina, quasi da meccanica fine: rimettere a modello le pellicce vintage, emblema del brand. Rientrano in atelier, si smontano, si restaurano. Poi cambiano funzione: un collo, una fodera, una borsa, persino un oggetto domestico. Anche la Baguette, nata nel 1997 e disegnata da Silvia Venturini Fendi quando Chiuri era in atelier, si muove come un personaggio: non trofeo, ponte. Tra abbigliamento e pelletteria, tra memoria e presente.

Fendi A/I 2026-27.
Il tema del ritorno alle radici, ha avuto un volto chiarissimo da Marni. La prima sfilata sotto la direzione creativa di Meryll Rogge è stato un ritorno impregnato di significato sincero. I codici fondamentali del vocabolario di Consuelo Castiglioni c’erano tutti, chiaramente percepibili ma mai del tutto fissati o dogmatici. Abbiamo assistito al grande e gioioso comeback dei gioielli stravaganti, con collane in corda adornate da pesanti sculture a forma di petali e foglie cadenti, perfette espressioni di un artigianato naif. Le paillettes giganti, applicate su gonne asimmetriche e magliette disinvolte, danzavano insieme a cardigan pesanti lavorati a maglia jacquard, capispalla dalle stampe animalier coraggiose e giacche in pelle dall’aria vissuta, come quando riscopri un vecchio maglione e ti sorprende quanto ti assomigli ancora.
Tra sincerità sussurrata e caricatura sfrontata
Il debutto di Demna alla guida di Gucci è stato un grido lacerante, una dichiarazione di intenti sfacciata, clamorosa e volutamente polarizzante. Allestendo la sua sfilata in un ambiente monumentale all’interno del Palazzo delle Scintille, uno spazio circondato da repliche di sculture classiche in chiaro omaggio alla Galleria degli Uffizi di Firenze, il designer georgiano ha affrontato di petto la titanica eredità della maison.

Kate Moss chiude la sfilata di Gucci A/I 2026-27.
La sua prima collezione ufficiale, ribattezzata Gucci Primavera, ha corteggiato senza pudore una italianità che sfiorava consapevolmente la caricatura, ma lo faceva con una lucidità tagliente e una sensualità letteralmente debordante. Abbiamo assistito increduli a una rielaborazione dei codici dell’era dorata di Tom Ford, riproposti però attraverso la lente sovversiva, oscura e underground di Demna. Sulla passerella si sono susseguiti minidress trasparenti vere e proprie seconde pelli, pantaloni aderenti a vita bassissima con tagli sui fianchi, top attillati su torsi maschili scultorei.
Adrian Appiolaza, alla guida creativa di Moschino, ha invece scelto di compiere il viaggio più intimo e struggente di tutta la settimana della moda, orchestrando un vero e proprio ritorno a casa nella sua terra d’origine, l’Argentina. Dimenticando per un attimo l’ironia graffiante, il designer ha battezzato la sua collezione La Extranã Muchacha Appiolaza e ha infuso nei capi l’anima malinconica di chi vive lontano, trasformando il guardaroba in una valigia carica di ricordi.
Giorgio Armani, è stato il ritorno più delicato e più carico. Perché qui la casa è anche un’assenza. La linea storica, per la prima volta guidata da Silvana Armani, ha parlato di “Nuovi Orizzonti” con una femminilità morbida, velluti, blu e bordeaux, come se il lutto diventi una grammatica cromatica. E la sfilata autunno inverno 2026-27, accompagnata da un inedito di Mina, A costo di morire, scritta da Fausto Leali, ha aggiunto quel tipo di emozione mai plateale, che prende lo stomaco e si finge educata.
Quando le origini sono eredità spirituale
La riattivazione del proprio stile vede una ulteriore consapevolezza in Dolce & Gabbana. Con la sfilata autunno inverno 2026-27, gli stilisti hanno riavvolto il nastro della propria storia, immergendosi in un viaggio viscerale verso le proprie origini e mettendo in scena un compendio mozzafiato dei loro successi visivi più iconici. La passerella si è trasformata in un teatro delle ombre dove il nero assoluto dominava incontrastato, scolpendo silhouette anatomiche, pizzi delicati e preziosa lingerie esibita non come facile strumento di seduzione, ma come atto di profonda intimità psicologica.
I designer hanno chiarito il loro intento teorico dichiarando che la loro opera non è nostalgia ma presenza, un linguaggio costruito su basi vibranti di vita. Si è trattato di un ritorno a casa che rifiuta la polvere, scegliendo di riabitare la propria identità con una fermezza che ha magnetizzato lo sguardo attento di Madonna, in prima fila a benedire questa celebrazione della memoria.
Tornare a casa dopo un lungo viaggio significa ritrovare le proprie cose esattamente dove le avevamo lasciate e, paradossalmente, scoprire che sono cambiate semplicemente perché siamo cambiati noi che le guardiamo. E in questa malinconia bella e struggente, in questo continuo e affannoso riordinare le grucce dell’esistenza sperando di trovare il pezzo giusto da indossare per affrontare la giornata, troviamo finalmente la vera e profonda natura dello stile: mai un’imposizione frivola dettata dall’alto, ma la cronaca esatta e spudoratamente sentimentale del nostro ostinato bisogno di vivere.
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