Hormuz: i flussi petroliferi crollano da 20 a 1 milione di barili al giorno
A circa 60 giorni dall’inizio delle tensioni nello Stretto di Hormuz, i flussi petroliferi restano su livelli minimi, scesi da circa 20 milioni di barili al giorno a poco più di 1 milione ad aprile. Il mercato globale sta assorbendo lo shock non attraverso nuova offerta, ma tramite una serie di aggiustamenti interni: tagli alla produzione, riduzione dell’attività delle raffinerie, calo della domanda e utilizzo delle scorte. È quanto emerge da un aggiornamento della società di analisi energetica Kpler.
Nel dettaglio, la voce più rilevante è il crollo delle esportazioni, che ha sottratto al mercato circa 18 milioni di barili al giorno. A questo si aggiungono tagli alla produzione di greggio e condensati per oltre 10 milioni di barili al giorno, una risposta diretta dei produttori all’impossibilità di esportare i volumi. Le raffinerie hanno reagito riducendo i cicli di lavorazione (cosiddetti “run cuts”) per circa 6 milioni di barili al giorno, limitando così la domanda di greggio a monte.
Un contributo positivo, ma contenuto, arriva dal cosiddetto rerouting, cioè il reindirizzamento dei flussi verso rotte alternative o mercati diversi, che vale poco più di 5 milioni di barili al giorno. Questo dato evidenzia un punto chiave: la capacità del sistema di aggirare il blocco è limitata, sia per vincoli logistici sia per la concentrazione geografica dei flussi nel Golfo. A sostenere l’equilibrio intervengono poi due fattori tampone.
Il primo è l’“oil on water”, ossia il greggio già caricato su petroliere prima dell’escalation e ancora in viaggio, che continua ad alimentare temporaneamente il mercato (circa 2,5 milioni di barili al giorno). Il secondo è il ricorso alle scorte commerciali, con prelievi netti stimati in oltre 1 milione di barili al giorno. Parallelamente, si osserva una riduzione della domanda di prodotti raffinati (circa 3 milioni di barili al giorno), legata sia a prezzi più elevati sia a minore attività economica in alcune aree. Nel complesso, il riequilibrio è definito dagli analisti come “redistributivo e non additivo”: il sistema non crea nuova offerta, ma redistribuisce e comprime quella esistente. Questo implica una minore resilienza strutturale e una crescente dipendenza da fattori temporanei come le scorte. Secondo Kpler, una graduale ripresa dei flussi potrebbe iniziare a partire da giugno, ma il processo resta incompleto.
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