La politica italiana fatica a rappresentare chi ha meno di quarant’anni

Maggio 2, 2026 - 00:30
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La politica italiana fatica a rappresentare chi ha meno di quarant’anni

Il nuovo Documento di finanza pubblica delinea un quindicennio di crescita della spesa pensionistica, con il picco che sarà toccato nel 2041, anno in cui il rapporto tra costo delle pensioni e Pil arriverà al 17,1 per cento – oggi, superata la soglia dei trecentocinquanta miliardi di euro, siamo al 15,2 per cento. Su Pagella Politica, Lorenzo Ruffino ha recentemente spiegato come i dipendenti guadagnino meno di vent’anni fa e i pensionati molto di più: il reddito da lavoro è diminuito, quello da pensione cresciuto in modo significativo, fino a pareggiare i due redditi medi e a far crescere il carico pensionistico più rapidamente del monte salari.

Lo scenario complessivo è poi caratterizzato da una mobilità intergenerazionale che resta tra le più basse dell’Ocse: le generazioni Millennials e Gen Z dispongono di patrimoni sensibilmente inferiori rispetto alle precedenti (basti pensare che, nel 2022, il settantacinque per cento della ricchezza nazionale era detenuta da over 50) e un quarantenne odierno, metà del patrimonio di un boomer alla stessa età.

Questo quanto eccelsamente esposto dal rapporto del think-tank Tortuga, insieme a Future Proof Society – che indica pure come nei prossimi vent’anni l’Italia affronterà uno dei più grandi passaggi di ricchezza della storia, con oltre 6.400 miliardi di euro che verranno trasferiti per via ereditaria. Ancora, abbiamo davanti un’altra grave questione nazionale, troppo spesso sottovalutata, presentata dall’ultimo bilancio redatto dall’Istat e legata alle tendenze demografiche.

Il nuovo record negativo di 350.000 bambini nati nel 2025, con una popolazione sempre più anziana, delinea un moto sostanzialmente inarrestabile, per il quale le politiche pubbliche che potevano essere portate avanti negli ultimi anni non sono state adeguate o sono mancate. Davanti a tutto ciò, si sente l’esigenza sempre più forte di un cambio di rotta.

Pensando agli strumenti, l’idea di una grande startup politica generazionale (o meglio, di più startup politiche generazionali), che possano portare avanti le istanze giovanili e dei relativamente giovani, insieme a una certa voglia di futuro, oggi inascoltata dalla politica per logiche strettamente numeriche, dimensionali e di consenso, può essere un’azione di richiesta di futuro, capace di creare grandi azioni congiunte da posizioni minoritarie.

I giovani infatti contando aritmeticamente poco hanno bisogno di operazioni di advocacy capaci di unire e far sentire voci, tramite studi, ricerche, innovazioni, in un certo senso costringendo politica, leader e partiti a occuparsi delle loro esigenze. Sono infatti gli under 40 a dover pagare domani ciò che in passato ha creato un distorto benessere passeggero; l’identikit del povero, Istat, oggi è proprio il giovane, ancor più se con basso livello di istruzione. Quasi un lavoratore su due ha oggi più di cinquanta anni, i lavoratori under 35 sono uno su cinque, in una struttura del mercato del lavoro completamente bloccata. 

Ragionare sull’elaborazione di proposte e singole politiche pubbliche concrete aiuterebbe inoltre a tenere insieme un secondo aspetto, e cioè quello della partecipazione continuativa. La non-appartenenza disegna infatti il tratto distintivo dei giovani nell’approccio alla cosa pubblica, che è molto comune, ma appunto ancora più intensa negli under 35.

Il voto della Gen Z è quello che si è astenuto di più alle politiche 2022 ed elezioni europee, ma sarebbe un errore dipingerli come disinteressati: la partecipazione è in sostanza cambiata, non svanita, declinandosi oggi su base tematica e divenendo quella partecipazione che Nando Pagnoncelli ha definito «a geometria variabile».

Punto focale, il riequilibrio generazionale va costruito poi non (o non solo) per i giovani di adesso, ma anche e soprattutto per quelli che verranno, elaborando come creare ricchezza, con spunti innovativi, come produrre Pil, come arrestare il declino. Salari di ingresso, politiche abitative, lavoro femminile, politiche di conciliazione, congedi parentali, orari flessibili, smart working, servizi per la prima infanzia: insomma, incentivi reali e non passeggeri, politiche all’altezza dell’immensa sfida che abbiamo davanti per la tenuta del sistema Paese.

In uno Stato in cui diminuiscono redditi da lavoro e crescono redditi da pensione, sbandierare presunti patti generazionali è sia un’illusione che una menzogna. Se la capitalizzazione elettorale non è interessata all’elettore giovane, il tentativo deve essere quello di scardinare quegli stessi presupposti su cui si basa la logica del consenso, in un accordo basico che punti alla trasversalità tra tutti gli attori in campo.

Tali passaggi vanno però compiuti privandosi di quella retorica giovanilistica che contraddistingue il parlare dei giovani, più che con loro. Un esempio su tutti: il Parlamento più giovane di sempre, quello della XVIII legislatura, è lo stesso che ha prodotto Quota 100; il giovanilismo non è un valore, mentre il generazionalismo sì – con generosità ma soprattutto con equilibrato senso di giustizia e normalità politica.

A tutto questo, come accennato, si aggiunge il problema della partecipazione democratica nazionale. Quando discutiamo di astensionismo parliamo di un fenomeno strutturale, che va oltre l’anagrafica, lì dove in settant’anni l’affluenza alle politiche è crollata di trenta punti percentuali.

Negli ultimi dieci anni si sono tenute cinque tornate referendarie e le consultazioni abrogative non hanno mai raggiunto il quorum; le startup potrebbero agire da sorta di incubatore di progetti civici e politici dedicati ai giovani (o almeno, che da questi partano), in grado di restituire quell’onda emozionale che oggi manca, capace di regalare speranza, immaginando nuovi percorsi partecipativi e generativi.

L’empirica ci dice che il modo attraverso il quale si prendono decisioni pubbliche – come ricorda Nova, una delle prime startup dedicate proprio alla partecipazione e all’elaborazione politica – è già cambiato in tante città del Continente, da Barcellona, a Lisbona, passando per Helsinki e Reykjavik, dove i cittadini gestiscono già fondi importanti, ascoltandosi e agendo in un rapporto reciproco con le istituzioni, lavorando in prospettiva a un’aggregazione verso una strategia europea condivisa.

Per costruire startup che siano davvero intergenerazionali e generative, capaci di agire da lievito democratico, sono tante le persone disposte a impegnarsi, con l’obiettivo di chiedere alla politica di riavvicinarsi, non nel tentativo di farsi arruolare da qualche partito, ma con il fine di rendere il riequilibrio giovani-vecchi davvero protagonista – partecipando in maniera continua ai processi decisionali, non solo un giorno ogni cinque anni. Là dove chi dovrebbe non copre un bisogno, subentra lo spazio dell’immaginare e del fare: più che il tempo del fare qualcosa, ora è tempo di sbrigarsi a realizzare.

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