Usare l’intelligenza artificiale per interrogare la storia della moda

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
Culturalmente è soprattutto una macchina del plausibile. Sa come suona una frase riuscita, come cade un riferimento, come si apparecchia una voce. Qualità mondane, vocazioni artistiche. Quando poi si abbandonano i dibattiti da canapé e si guardano i dati, il quadro diventa più interessante. Lo studio uscito su Nature Human Behaviour nel 2025 confronta 9 198 persone e 215 542 osservazioni di Llm nel Divergent Association Task. La media, presa da sola, accarezza la macchina: gli umani stanno appena sopra, i modelli se la cavano. Ma la creatività, come il talento vero, non abita nella media. Gli esseri umani hanno più variabilità, più estremismi, più esiti memorabili.

I modelli AI sono più presentabili, decorosi. Tengono pulito il pavimento, ma non alzano il soffitto e la moda, quando non è solo merce ben pettinata, vive sempre all’attico. Lo stile si può imitare, la scintilla no. Si può chiedere a un modello di parlare come Shakespeare e ottenere una polvere elisabettiana ben distribuita. Ma nello studio accade una cosa spietata: quando ai modelli si chiede di assumere genius personae, la performance s’inceppa. Vale per la letteratura, per l’arte e per la moda. L’AI può rifare la silhouette, la palette, il broncio metafisico. Più difficile che inventi la necessità storica, erotica, politica che rende quella forma inevitabile. Nell’agosto 2025 Vogue America ha ospitato una pubblicità Guess con modelli generati da AI creati da Seraphinne Vallora, mentre Condé Nast ha precisato che un modello AI non è mai apparso editorialmente su Vogue. United Colors of Benetton, per la FW25, ha affidato a Rick Dick una campagna in cui l’AI “amplifica” i codici del marchio. E Sybille de Saint Louvent ha fatto del faux campaign il suo piccolo teatro, costruendo campagne per marchi come Prada e Gucci fino ad attirare collaborazioni reali.
Tra i protagonisti di questo scenario, poi, è emersa anche CreAItors, la prima Creative AI Agency italiana, alla quale dobbiamo gli artwork di questo articolo e che lo scorso anno ha lanciato Forget AI, il primo magazine indipendente interamente realizzato con l’intelligenza artificiale. CreAItors è un collettivo internazionale di circa 70 artisti specializzati nell’uso creativo dell’AI e che dal 2024 il gruppo collabora con D la Repubblica, contribuendo alla produzione di contenuti editoriali e sviluppando progetti in sinergia con brand come Bulgari, Cartier, Chanel, Giorgio Armani e Gucci. Un percorso proseguito sino al 2026, con una campagna per Acqua di Parma costruita con immagini generate con AI declinate in uno stile illustrativo pensato per il Capodanno cinese. La moda, che per decenni ha venduto sogni industriali, ora si scopre capace di industrializzare anche il sogno del sogno: una forma superiore di nevrosi. La via più interessante, però, non è quella dell’iperproduzione lucidata a specchio. È un’altra.

Usare l’AI per interrogare la storia della moda, i suoi canoni di bellezza, le sue gerarchie sociali, le sue amnesie selettive. In quel momento il dataset smette di essere una dispensa neutra e diventa una carta topografica dei nostri pregiudizi. I bias non sono difetti tecnici, sono sintomi culturali. Non è una fantasia da teorici insonni: Unesco ha documentato nei modelli generativi stereotipi di genere, razza e sessualità, mentre lavori su Nature mostrano che dataset iniqui compromettono la fairness dei sistemi mentre l’ecosistema delle immagini online amplifica il bias di genere. Letta così, l’AI non serve a produrre l’ennesima dea fotorealista con zigomi da regime estetico. Serve a fare archeologia critica del visivo e a restituire cittadinanza a ciò che la moda ha espulso mentre parlava di universalità.
Forse il suo futuro meno noioso è questo: aiutare la moda a smitizzarsi, a decolonizzare le liturgie del genio, della bellezza neutra, dell’archivio come club privato. È qui che il progetto CreAItors e il magazine Forget AI si fanno più interessanti e smettono di sembrare l’ennesimo giocattolo per dirigenti che dicono “vision” ogni sette minuti. Per mettere questa convinzione alla prova, Linkiesta Etc ha proposto all’agenzia di realizzare gli artwork di queste pagine, che reinterpretano la moda contemporanea “vestendo” lo stile di grandi maestri della pittura. Di notevole in questi esperimenti, che dobbiamo qui all’arte di Ece Ershein, non è anzitutto il primato, ma il gesto concettuale che usa la macchina non come make-up artist ma come linguaggio critico, che non documenta la moda, la mette sul lettino. Spiega Francesco Sorrentino, Co-Founder CreAItors e Creative Director di Forget AI: «L’intelligenza artificiale non crea al posto nostro, ma amplifica la nostra capacità di pensare, intuire e immaginare. La creatività resta profondamente umana: è lo spazio in cui le idee diventano visione e significato. Oggi l’AI ne espande i confini, rendendo possibile l’irrealizzabile e ridefinendo l’immaginario culturale contemporaneo». Da qui si capisce perché, per creare con l’AI, servano persone che sappiano scrivere con cultura, precisione, crudeltà selettiva.

Chi non sa nominare un’immagine non saprà ottenerla. Commenta Carlo Domingo, Co-Founder CreAItors e Editorial Director Forget AI: «L’AI non sostituisce la moda, la libera da vincoli produttivi, geografici e temporali. Ci permette d’immaginare senza compromessi, riportando al centro ciò che conta: la visione». Il prompt non è una formula magica. Non a caso il paper di Nature Human Behaviour rileva che il prompt engineering, quando pretende di fabbricare creatività, dà risultati negativi. L’AI funziona quando resta selettiva sotto la direzione e il controllo umano. Dunque sì, il copywriter torna centrale. Non come stregone del prompt, ma come regista semantico. Sarà un problema in futuro? Sì, ma non perché le macchine avranno una crisi esistenziale, il che potrebbe risultare persino simpatico. Il dilemma sarà la standardizzazione del desiderio.
Uno studio su Science Advances mostra che le idee offerte dall’AI aiutano i meno creativi, rendono i testi più godibili, ma più omologati. Applicato alla moda, significa: più immagini passabili, meno deviazioni; più efficienza visiva, meno incidenti fertili. La creatività del XXI sarà più distribuita, collettiva, ricombinatoria. Ma l’innesco, il gesto che sceglie dove guardare e perché, non si fa distribuire. Perciò, davanti a opere generate con AI e ispirate ai grandi maestri, la domanda non è tanto “è arte?”, bensì: sta rifacendo la pelle di un linguaggio o lo usa per mostrarci qualcosa di ancora non visto? La gerarchia non cambia. Prima viene l’ossessione, poi lo stile. Prima la domanda, poi il dispositivo. L’AI può essere atelier, archivio, specchio, complice. Ma mai il motore primo. È uno strumento con cui una scintilla umana, quando c’è, decide di darsi una forma. Ma non sa accendere un fuoco.

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Gli artwork di queste pagine sono stati realizzati da CreAItors, la prima Creative AI Agency italiana, in collaborazione con Linkiesta Etc. Non reinterpretano la moda, bensì la filtrano attraverso lo sguardo dei grandi maestri della pittura, generando immagini che non appartengono né al passato né al presente, ma a uno spazio intermedio dove il linguaggio visivo si riscrive.
Fondata da Carlo Domingo e Francesco Sorrentino, CreAItors unisce visione creativa e tecnologia, esplorando l’AI come linguaggio applicato a moda, comunicazione, design e arti visive. Nel giugno 2025 ha lanciato Forget AI, primo magazine indipendente di moda interamente generato con l’AI sotto una direzione umana, che riunisce AI artists internazionali, designer e curatori in una continua ricerca sull’immagine. Non un esercizio tecnico. Una riflessione aperta su corpo, identità e percezione.
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