Per un primo maggio in puro work-life balance: ecco l’orientamento per raggiungere questo stato

Crediamo che fornire strumenti e conoscenza sul mondo del lavoro proprio in una giornata come oggi – 1° maggio – sia il miglior modo per dare una visione importante a chi è alla ricerca dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, ma anche a chi cerca proprio un nuovo orientamento professionale
Tra insoddisfazione, ricerca di senso e necessità di conciliare vita privata e lavoro, l’orientamento professionale si conferma uno strumento fondamentale per i giovani come anche per gli adulti.
Fare una scelta implica il capire prima di tutto da dove partire e avere ben chiari i valori per noi imprescindibili che danno un senso alle nostre decisioni. Cambiare lavoro oggi non significa soltanto inseguire una nuova opportunità.
“Sempre più spesso, dietro la scelta di rimettersi in gioco, c’è il bisogno di ritrovare equilibrio, senso e compatibilità tra vita personale e professionale“. A spiegarlo è Stefania Pratissoli, orientatrice professionale di Ifoa ed esperta di Politiche attive per il lavoro e Ricerca&Selezione del personale.
Pratissoli mette in luce come il cambiamento lavorativo sia spesso preceduto da una condizione di insoddisfazione: un ruolo che non convince, un clima relazionale difficile, poche prospettive di crescita, un compenso percepito come inadeguato o, ancora, un’organizzazione del tempo incompatibile con la vita privata.
Secondo la sua esperienza, uno degli elementi più trasversali è proprio il contesto relazionale: il modo in cui ci si trova con colleghi, responsabili e ambiente di lavoro incide in modo decisivo sulla soddisfazione professionale e a tal punto che quando alcuni di questi elementi vacillano, siamo spinti al cambiamento.
Ci possono poi essere ragioni più pratiche, ovvero legate a insoddisfazione retributiva, incompatibilità logistiche o organizzative, mancato riconoscimento professionale, che tanto quanto la sfera più personale, sono variabili importanti, capaci di influire negativamente sulla permanenza in un posto di lavoro.
Le necessità attuale di conciliare vita professionale e privata
Se molte di queste ragioni esistono da sempre, il presente ha però introdotto un fattore nuovo e molto forte: la crescente difficoltà di conciliare stili di vita e di lavoro.
Il post-pandemia ha accelerato la digitalizzazione e, con essa, i ritmi quotidiani. Le giornate si riempiono di riunioni, messaggi, attività da gestire in tempi sempre più stretti.
Parallelamente, molte persone hanno iniziato a considerare con maggiore attenzione il valore della sfera personale, familiare e del tempo libero. Questa trasformazione si riflette anche nelle nuove generazioni, che mostrano aspettative diverse rispetto al passato.
Per molti giovani, il lavoro ideale non è solo quello stabile o ben retribuito, ma quello che consente autonomia, flessibilità e benessere. Il concetto di work-life balance è diventato centrale non solo per i più giovani, ma per lavoratori di tutte le età. In questo scenario, il ruolo dell’orientamento professionale resta essenziale.
“Non si tratta soltanto di scegliere un percorso, ma di aiutare la persona a conoscersi, a mettere a fuoco competenze, bisogni e desideri ma, attenzione, anche a leggere la realtà del mercato del lavoro senza illusioni, ma anche senza rinunce premature” afferma Pratissoli.
Per i più giovani, l’orientamento serve a collegare inclinazioni personali e possibilità concrete. Per gli adulti, invece, diventa uno strumento per valutare se sia davvero necessario cambiare strada o se, piuttosto, sia possibile ritrovare un equilibrio diverso restando dove ci si trova già.
La differenza è importante soprattutto nei percorsi di riqualificazione (re-skilling) e di miglioramento delle competenze di ruolo (up-skilling).
“Cambiare lavoro a 20 o 25 anni non è la stessa cosa che farlo a 45 o 50. L’età, il bagaglio di esperienza, la situazione economica e il tempo a disposizione incidono profondamente sulla fattibilità di un cambiamento.
Per questo – sottolinea Pratissoli – ogni percorso deve essere costruito con realismo: a volte il passaggio più sensato non è un cambio totale, ma un potenziamento delle competenze già possedute, una riconversione graduale o una nuova collocazione all’interno dello stesso settore“.
L’orientamento, in questa prospettiva, non serve quindi solo a decidere se cambiare o restare. Serve soprattutto a restituire alla persona il proprio baricentro, aiutandola a fare scelte coerenti con ciò che è davvero importante per lei. In alcuni casi, il percorso porta a un nuovo lavoro; in altri, a un nuovo modo di stare nel lavoro già esistente.
Accanto all’orientamento, si sta sempre più affermando nella richiesta e nell’offerta, il Coaching come servizio volto allo sviluppo personale e professionale.
Si tratta di un approccio distinto da consulenze, mentorship o training che non trasferisce informazioni, soluzioni, modelli o competenze predefinite, ma si fonda su una relazione di fiducia e su un processo collaborativo tra coach e coachee (cliente), orientato a stimolare la riflessione e a valorizzare le risorse già presenti ma ancora non consapevolizzate ed espresse (potenziale).
Il coaching accompagna la persona nello scoprire, esprimere e potenziare le proprie capacità, facilitando il cambiamento e il raggiungimento di obiettivi definiti. È particolarmente efficace quando si desidera sviluppare competenze, affrontare sfide specifiche o attivare nuove modalità di azione.
Oggi, più che in passato, il lavoro non è più l’unico criterio attraverso cui misurare il successo personale. È diventato una parte della vita, non la vita intera.
Ed è forse proprio questo il cambiamento più profondo: non cercare soltanto un posto sicuro, ma un contesto che sappia rispettare la persona nella sua interezza.
In un mercato del lavoro che cambia rapidamente, quindi, orientarsi non significa solo trovare una strada, ma imparare a leggere sé stessi e il contesto e avere, a volte, la maturità e gli strumenti giusti per vivere quel cambiamento.
Tutto questo tenendo be chiaro che spesso la scelta più giusta non è quella più radicale, ma quella per noi più sostenibile.
articolo redatto da Monica Cascone, Ifoa
Crediti immagine: Depositphotos
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