L’intelligenza artificiale toglierà il lavoro a chi è più istruito e ha uno stipendio alto

Maggio 2, 2026 - 00:30
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L’intelligenza artificiale toglierà il lavoro a chi è più istruito e ha uno stipendio alto

Per anni abbiamo pensato che l’intelligenza artificiale avrebbe colpito prima i lavori manuali, come accade per la maggior parte delle innovazioni tecnologiche. Un nuovo report di Anthropic dice esattamente il contrario: i più esposti sono i lavoratori istruiti, ben pagati, con carriere da colletto bianco. Lo studio “Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence” ribalta anni di retorica sull’intelligenza artificiale, dicendo che non riguarda tanto i robot nei magazzini, né i camion a guida autonoma, ma tocca chi scrive, analizza, programma al computer.

La nuova metrica introdotta dallo studio si chiama “esposizione osservata” ed è una misura empirica di ciò che l’intelligenza artificiale sta già facendo oggi, dentro flussi di lavoro reali, a partire da milioni di utilizzi professionali di Claude (lavora su ciò che già si può vedere, non tanto sul potenziale futuro). Il team di Anthropic quindi ha analizzato le task già automatizzate o accompagnate dalle nuove tecnologie generative in contesti professionali: l’obiettivo, scrivono gli autori del report, è combinare «la capacità teorica dei modelli di linguaggio e i dati di utilizzo nel mondo reale, dando più peso agli usi automatizzati e legati al lavoro».

Questo permette intanto di creare una consapevolezza solida sul fatto che l’intelligenza artificiale è già parte integrante della quotidianità in molte professioni. Ma soprattutto viene usata in modo incompleto, o non al massimo delle sue potenzialità .E qui arriva il primo dato chiave: «L’intelligenza artificiale è ancora lontana dal raggiungere la sua capacità teorica: la copertura effettiva rimane una frazione di ciò che è possibile», si legge nel report.

L’immagine qui in basso aiuta a spiegare questo aspetto: da una parte l’area blu, cioè tutto ciò che i modelli potrebbero fare; dall’altra l’area rossa, ciò che fanno davvero. E la distanza tra le due è enorme.

Anthropic

Nel caso delle professioni legate a informatica e matematica, l’intelligenza artificiale potrebbe teoricamente gestire quasi tutti i compiti – il novantaquattro per cento, secondo il team di Anthropic. Al momento ne copre circa un terzo. Nei lavori d’ufficio e amministrativi, il potenziale è intorno al novanta per cento, mentre l’uso reale oggi si ferma attorno al quaranta per cento. «I dati mostrano che l’AI è ancora lontana dal raggiungere le sue capacità teoriche. Man mano che le capacità avanzano e l’adozione si diffonde, l’area rossa crescerà fino a sovrapporsi a quella blu». E forse è la frase più importante di tutto il documento. Perché implica che la rivoluzione non dipende più tanto da nuove scoperte tecnologiche, quanto dalla diffusione di ciò che esiste già: il punto di non ritorno è già stato superato. Dobbiamo solo scoprire quando, e quanto velocemente, le aziende interessate decideranno di sfruttare a pieno il potenziale delle nuove tecnologie.

Un altro elemento interessante riguarda la demografia dei lavoratori più esposti. Secondo i dati si tratta di persone che guadagnano il quarantasette per cento in più della media, hanno molte più probabilità di avere una laurea o un titolo avanzato, sono più spesso donne e non sono giovani. Sono generalmente i cosiddetti lavoratori della conoscenza, cioè una categoria molto ampia che includ ricercatori, manager, ingegneri, insegnanti, avvocati, analisti finanziari, sviluppatori, specialisti di marketing e così via. E quindi l’automazione non cancella lavori manuali e a bassa qualifica. Più che la fine del lavoro manuale si dovrebbe temere la trasformazione del lavoro intellettuale.

Tutto questo, il report lo ripete più volte, viene calcolato su dati reali del mercato del lavoro negli Stati Uniti. Qui ci sono diverse categorie – circa un trenta per cento dei lavoratori americani – che ha esposizione pari a zero. Sono cuochi, meccanici, baristi, in generale lavori fisici. Per loro, al momento, l’intelligenza artificiale non minaccia nessun taglio dei posti.

In ogni caso si tratta di proiezioni sul futuro, perché al momento «non troviamo un aumento sistematico della disoccupazione per i lavoratori altamente esposti», fanno sapere da Anthropic. A pagarne già ora sono però i giovani: «Troviamo evidenze suggestive che l’assunzione dei lavoratori più giovani sia rallentata nelle occupazioni esposte». In particolare, si registra un calo del quattordici per cento di ingresso al lavoro per i 22-25 anni nei ruoli più esposti. È probabile che le conseguenze di questa condizione si vedranno tra poco all’interno delle aziende: se i lavori entry-level si riducono, si rompe il meccanismo fondamentale della formazione interna alle professioni.

Resta da capire perché Anthropic pubblica un report del genere. L’azienda di Dario Amodei è una delle più importanti del settore e pubblica uno studio che mostra rischi concreti per lavori qualificati, ponendo l’attenzione sull’urgenza di questi problemi. In un certo senso rema controcorrente rispetto a OpenAI e altri competitor. E non è la prima volta. Lo abbiamo visto ad esempio con il caso Mythos – il modello che, secondo la stessa azienda, era in grado di violare sistemi di cybersicurezza riservati – quando Anthropic aveva bloccato il rilascio e invitato i concorrenti a collaborare per limitarne i rischi.

Amodei è probabilmente l’unico volto “umano” del settore, l’unico che prova a mostrarsi responsabile e consapevole dei rischi connessi alle nuove tecnologie, e quindi vuole sganciarsi dalla narrazione dell’oligarchia di tecnopredatori che sembra irrompere sul mercato solo per distruggere il lavoro, l’economia e poi la democrazia globale – ruolo in cui invece i vari Peter Thiel, Elon Musk, Sam Altman e compagnia sembrano poter essere attori protagonisti. Che sia convinzione o strategia, il risultato è non cambia, per ora: Anthropic è tra le poche aziende del settore che stanno dicendo apertamente chi rischia davvero. E per di più non sono i lavoratori che pensavamo.

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