L’IA consuma energia più velocemente di quanto il sistema possa produrre

Aprile 29, 2026 - 10:30
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L’IA consuma energia più velocemente di quanto il sistema possa produrre

L’industria dell’intelligenza artificiale non ha più spazio materiale per sostenere la propria crescita. Il limite non è più tecnologico ma fisico. Server e reti elettriche stanno diventando i veri colli di bottiglia del sistema. Secondo un’analisi del Center for Technology Innovation della Brookings, nel 2024 i data center hanno consumato l’1,5 per cento del consumo globale, con una crescita annua del 12 per cento dal 2017, oltre quattro volte superiore allla domanda elettrica mondiale. Nel 2026, il consumo globale di elettricità dei grandi centri dati arriverà a sfiorare i 1050 terawattora: se queste infrastrutture fossero una nazione, sarebbero al quinto posto al mondo per assorbimento di energia. Per capire la portata energivora dell’industria basti pensare che un singolo polo di calcolo avanzato può richiedere più di un gigawatt di potenza continua: basterebbe per alimentare ottocentocinquantamila case.

La maggior parte dell’energia usata dall’intelligenza artificiale non serve per l’insegnamento dei modelli, ma per rispondere alle domande degli utenti. Questo uso quotidiano oggi assorbe tra l’ottanta e il novanta per cento della potenza di calcolo totale. Una ricerca tradizionale su Google consuma circa 0,3 wattora di energia, mentre una richiesta a un sistema di intelligenza artificiale può arrivare quasi dieci volte di più, fino a 2,9 wattora. 

Come spiega un interessante approfondimento dell’Economist, tra gennaio e marzo i volumi di testo elaborati dai modelli linguistici sono quadruplicati, spinti dalla competizione tra sviluppatori per massimizzare l’uso dei sistemi. Le principali aziende del settore hanno iniziato a razionare l’accesso ai propri servizi. Anthropic ha limitato l’utilizzo dei suoi strumenti nei momenti di picco, registrando disservizi medi di 30 minuti al giorno questo aprile. OpenAI ha sospeso il generatore di video Sora per dirottare la potenza di calcolo verso operazioni più redditizie, mentre la piattaforma GitHub ha bloccato i nuovi abbonamenti per il suo assistente alla programmazione.

Ma la domanda è in aumento e dopo aver promesso nuovi e grandi mondi con l’intelligenza artificiale sarà difficile convincere gli utenti a usare meno l’IA. Per non rassegnarsi alla decrescita felice, i giganti tecnologici stanno accumulando debiti per finanziare la costruzione di nuovi centri dati: Alphabet, Amazon e Oracle hanno accumulato oltre 100 miliardi di dollari di debito dall’inizio dell’anno, mentre Meta e Microsoft hanno avviato tagli al personale rispettivamente del dieci e del sette per cento per liberare liquidità. 

Nel breve periodo, invece, una soluzione efficace è quella di riconvertire siti industriali dismessi dotati di infrastrutture energetiche già esistenti. Ex raffinerie, impianti chimici o aree produttive abbandonate non sono più rottami di un’altra rivoluzione industriale, ma asset strategici perché dispongono di collegamenti diretti alla rete o capacità di generazione autonoma. Questa categoria viene chiamata in gergo powered land ed è aumentata di valore rapidamente. Negli Stati Uniti può costare fino a due o tre volte più di un terreno industriale tradizionale. 

Il rischio è anche quello di creare l’effetto opposto. Nel Regno Unito  il prezzo per acri idonei ai data center ha superato di gran lunga quello degli immobili commerciali standard, facendo gola agli speculatori che  presentano progetti solo sulla carta per ottenere un accesso alla rete elettrica, senza avere ancora né i capitali né i clienti per realizzare i data center.

E anche quando un data center viene approvato e riesce a ottenere l’accesso alla rete elettrica, non è detto che possa entrare subito in funzione. Spesso manca proprio l’hardware necessario per farlo lavorare. I componenti più importanti sono i chip avanzati, come le GPU usate per l’intelligenza artificiale. Sempre l’Economist spiega che il costo per noleggiare i modelli più richiesti, come gli H100 di Nvidia, è aumentato del trenta per cento negli ultimi mesi. La carenza non riguarda solo i chip ma anche elementi essenziali come le memorie ad alta velocità. I principali produttori hanno già venduto quasi tutta la capacità disponibile per il 2026 e le previsioni indicano che la domanda resterà superiore all’offerta almeno per i prossimi tre anni. Anche con strutture pronte e corrente disponibile, molti data center rischiano quindi di restare fermi in attesa dei componenti necessari.

Come ha notato Jeffrey Goldfarb su Reuters, frenare l’avanzata dell’intelligenza artificiale potrebbe essere però una barriera economica e sociale insormontabile. Costruire i 110 gigawatt di nuovi progetti previsti richiederà una spesa vicina ai 7000 miliardi di dollari, una cifra difficile da raccogliere in tempi brevi persino per la grande finanza. 

Di fronte a tempi incompatibili con la velocità degli investimenti tecnologici, alcune aziende stanno cercando di aggirare completamente la rete pubblica. Negli Stati Uniti decine di nuovi data center prevedono la costruzione di centrali elettriche dedicate, spesso alimentate a gas naturale. A Memphis, il centro di calcolo Colossus sviluppato da xAI utilizza turbine a gas installate direttamente sul sito, con una capacità energetica paragonabile a quella di una città di medie dimensioni.

Anche il nucleare è tornato al centro delle strategie industriali. Constellation Energy, il più grande produttore di energia nucleare negli Stati Unit,  ha avviato un investimento da 1,6 miliardi di dollari per riattivare un reattore della centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania, con l’obiettivo di fornire elettricità ai data center di Microsoft attraverso contratti di lungo periodo.

Infine, la costruzione di nuovi data center sta incontrando una resistenza crescente anche sul piano politico e locale. Negli Stati Uniti, nell’ultimo anno, cause legali e proteste delle comunità hanno bloccato o rallentato progetti per un valore complessivo stimato in circa 156 miliardi di dollari. Cittadini e amministrazioni locali temono l’impatto di queste strutture su bollette, consumo di acqua e qualità dell’aria, e chiedono regole più rigide. I legislatori del Maine, spiega l’Economist, hanno approvato una proposta per vietare la costruzione di data center sopra i 20 megawatt fino al 2027. Il provvedimento è stato poi respinto dal governatore, ma iniziative simili sono in discussione in oltre dieci Stati americani.

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