Deepfake e campagne elettorali, il test britannico durante le amministrative di maggio

Nel dibattito su intelligenza artificiale e democrazia, il Regno Unito sta provando a giocare d’anticipo. Mentre nelle elezioni generali del 2024 il temuto effetto deepfake non si è materializzato in modo significativo, le autorità elettorali britanniche stanno comunque correndo ai ripari, consapevoli che la tecnologia sta evolvendo più rapidamente delle regole.
In un’intervista alla newsletter “London Influence” di Politico, il chief executive della Electoral Commission, Vijay Rangarajan, ha illustrato un nuovo strumento sperimentale basato sull’intelligenza artificiale, progettato per individuare contenuti manipolati durante le campagne elettorali. Il sistema è già in funzione in fase pilota e viene testato in occasione delle elezioni locali di maggio, un banco di prova reale ma politicamente meno rischioso rispetto a una consultazione nazionale.
L’approccio è pragmatico: non si tratta tanto di dare la caccia agli autori dei deepfake, quanto di limitarne rapidamente l’impatto. «Quello che ci interessa è l’effetto concreto», ha spiegato Rangarajan, sottolineando come l’attribuzione delle responsabilità richieda tempo e risorse, mentre la disinformazione si diffonde in poche ore. Un esempio citato è quello di un video manipolato circolato in Irlanda, che mostrava falsamente una candidata ritirarsi dalla corsa: ha raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni ed è rimasto online per circa 12 ore prima di essere rimosso.
Il sistema sviluppato dalla Commissione combina analisi automatica e supervisione umana. L’intelligenza artificiale segnala i contenuti sospetti, ne valuta la probabilità di essere generati artificialmente e ne misura la diffusione. Ma la decisione finale spetta a un team di analisti, che può chiedere alle piattaforme la rimozione dei contenuti o, nei casi più gravi, coinvolgere le forze dell’ordine. Un elemento centrale è anche la trasparenza: lo strumento fornisce indicazioni sulle “prove” che lo hanno portato a classificare un contenuto come deepfake, un passaggio cruciale per giustificare eventuali interventi pubblici.
Non tutti i contenuti manipolati vengono trattati allo stesso modo. La linea adottata è quella di intervenire rapidamente quando sono in gioco elementi essenziali del processo democratico – per esempio, false informazioni su seggi chiusi, elezioni annullate o candidati ritirati – o in presenza di campagne di intimidazioni mirate. Molto più cauta, invece, la posizione su contenuti satirici o propaganda politica, dove il rischio di interferire con il dibattito pubblico è più alto.
Resta però un limite strutturale: la velocità di reazione delle piattaforme digitali. Anche con un sistema di allerta efficace, la rimozione dei contenuti dipende da aziende private, che non sempre intervengono con la rapidità richiesta dai tempi elettorali. E ancora più complesso è il tema degli spazi chiusi, come i gruppi WhatsApp o le chat private, dove la disinformazione può circolare senza essere facilmente individuata.
L’obiettivo dichiarato non è solo tecnico, ma profondamente politico: preservare la fiducia degli elettori. Il rischio, infatti, non è soltanto che un deepfake influenzi direttamente il voto, ma che contribuisca a creare un clima di sospetto generalizzato, in cui diventa difficile distinguere tra vero e falso. In altre parole, l’intelligenza artificiale non minaccia solo l’integrità delle informazioni, ma anche le basi stesse della legittimità democratica.
Il caso britannico mostra come le istituzioni stiano cercando di adattarsi a questa nuova fase, sviluppando strumenti di risposta rapida e modelli ibridi tra tecnologia e controllo umano. Una sfida che riguarda da vicino anche altri Paesi europei, Italia inclusa, dove il tema dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle elezioni è ancora in larga parte in fase di definizione.
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