Il prezzo decide il vino

«Looking through the wine list knowing full well you’re going to order the second cheapest one». Un tweet di Neil Stone ha avuto grande successo perché abbina a un meme che ormai è diventato virale (e che ha dato vita anche a questo articolo in cui potrete vedere le ventisette cose più divertenti che sembra che Russell Brand stia facendo mentre sfoglia incessantemente le pagine della sua Bibbia) a uno dei gesti più consueti che ognuno di noi ha fatto almeno una volta nella vita.
Descrive un gesto quotidiano: si sfoglia la carta dei vini, si leggono le etichette, si confrontano territori e annate. Poi, si conferma una decisione già presa.
Quel secondo prezzo, appena sopra il minimo, è una zona di comfort: non espone al rischio di sembrare troppo attenti al portafoglio, ma nemmeno obbliga a giustificare una spesa più alta. È una soglia implicita, condivisa, raramente dichiarata, ma decisiva.
La carta dei vini, in molti ristoranti, resta uno spazio opaco, poco spiegata, poco curata, spesso con un linguaggio tecnico da iniziati, con denominazioni non sempre comprensibili e un’ampiezza dell’offerta che disorienta. In assenza di strumenti, il prezzo diventa una scorciatoia. E anche se non indica qualità in senso assoluto, costruisce comunque una gerarchia immediata. È una mappa semplice, spesso addirittura l’unica àncora con la quale orientarsi senza esporsi troppo.
A questo si aggiunge una dimensione relazionale. Il vino è uno dei pochi prodotti in cui la scelta viene condivisa pubblicamente al tavolo, non è quasi mai un atto individuale, a meno di essere gli esperti designati ai quali viene delegato questo compito. È una dichiarazione, anche involontaria, e racconta qualcosa di chi sceglie, della sua competenza percepita, della sua disponibilità economica, del suo ruolo nel gruppo, dei suoi gusti e della sua conoscenza specifica ma anche della sua attenzione al contesto sociale nel quale è: scegliere una bottiglia non troppo impegnativa è una forma di attenzione verso i propri commensali poco interessati al vino o con una capacità di spesa limitata. In questo equilibrio, il “secondo più economico” funziona come risposta neutra, socialmente accettabile.
Non è un caso che molte carte dei vini siano costruite anche su queste dinamiche. Il cosiddetto “effetto esca” spinge a evitare l’opzione più bassa e a considerare più ragionevole quella immediatamente superiore. In molte carte dei vini, infatti, alcune bottiglie servono più a orientare che a essere vendute.
Resta una questione aperta. Se la scelta è guidata da questi meccanismi, quanto spazio resta al gusto? E quanto il sistema ristorativo investe davvero nell’accompagnare il cliente fuori da questa zona automatica? Ma anche una riflessione per i produttori che queste bottiglie “piazzano” al ristorante: in base a che cosa il cliente sceglierà proprio la loro?
La frase di Stone funziona perché non giudica. Ma dentro quella leggerezza si legge una frattura: tra il vino come esperienza culturale e il vino come prova sociale. Ridurre quella distanza significa restituire senso alla scelta. E, forse, rendere la carta dei vini meno un test e più un invito, e il vino più una questione di piacere personale che di studio e sapienza tecnica.
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