L’Italia deve uscire dalla spirale del regolismo elettorale

Febbraio 27, 2026 - 16:30
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L’Italia deve uscire dalla spirale del regolismo elettorale

Se La Linea fosse una newsletter a pagamento, questo numero dovrebbe essere omaggio. Ma è gratuita, e il mio innato senso di giustizia non si spinge fino a immaginare di pagarvi io per leggerla. Quindi facciamo così, consideratelo una sorta di no spoiler alert: tutti quelli che hanno già letto i miei precedenti diecimilasettecento articoli, cioè uno per ogni volta in cui in Italia la maggioranza di turno ha aperto la discussione sul cambiamento della legge elettorale, possono considerarsi avvisati e passare oltre senza rimpianti. In ogni caso, farò del mio meglio per non ripetermi, sebbene a essere onesti non sono io che mi ripeto, è la politica, e anche i giornalisti, i costituzionalisti, i conduttori televisivi e i cabarettisti che da trent’anni filati ripetono sempre lo stesso copione, una sfilza di dogmi indiscutibili sul bipolarismo, il maggioritario e la governabilità, con un grado di apertura ed elasticità mentale nettamente inferiore alla media dei predicatori salafiti delle madrasse pakistane, e con un’analoga impermeabilità a qualunque smentita dell’esperienza. Basta vedere la nonchalance con cui tutti i più convinti sostenitori dei suddetti dogmi, ogni volta, ma proprio ogni santissima volta, sono i primi a concedere che certo, questo vizio di cambiarsi ogni volta la legge elettorale a proprio vantaggio (almeno nelle intenzioni) è proprio una cosa brutta brutta brutta. Eh già, ma guarda un po’. E da quand’è che è cominciato, questo andazzo? Ne vogliamo parlare?

Questa spirale inarrestabile va avanti da trent’anni filati ed è il vero frutto della cosiddetta stagione referendaria. Con la vittoria del maggioritario nel 1993 si è affermato infatti un sistema basato sulle coalizioni pre-elettorali – mostruosità non per caso sconosciuta a qualsiasi democrazia occidentale – e da lì non siamo più tornati indietro. Il fatto che oggi si parli di proporzionale con premio di maggioranza non cambia assolutamente nulla (era tale anche la famosa «legge porcata»): il punto è sempre la pretesa di ingabbiare la libertà del gioco parlamentare dentro schieramenti precostituiti e immodificabili, cioè controllabili e ricattabili dai leader di turno. Un tentativo di piegare il naturale pluralismo politico che da ben tre decenni si scontra con la natura e la storia della politica italiana, che non è quella della Gran Bretagna né degli Stati Uniti d’America (tralasciando il fatto che ormai neanche il sistema politico britannico sia più rigorosamente bipartitico e proprio per questo anche lì l’effetto distorsivo della legge elettorale ha superato il livello di guardia).

Ecco perché tali tentativi falliscono sistematicamente, suscitando però nei loro fautori la stessa reazione dei comunisti degli anni ottanta di fronte alle smentite della storia: il sistema è perfetto, giurano, è stato solo applicato male. E così ogni volta la discussione riparte, immaginando sempre nuove forzature maggioritarie o para-presidenzialistiche, premi di maggioranza sempre più sproporzionati e magari anche norme “anti-trasformismo”, per essere proprio sicuri che nessun parlamentare possa sognarsi di disubbidire agli ordini del capo. Tutto pur di garantire che l’elettore possa scegliere direttamente presidente del Consiglio, governo e maggioranza, e sapere chi ha vinto la sera stessa del voto, cosa che in questi trent’anni non è capitata quasi mai. A conferma del grado di serietà e sincerità di tutto il dibattito, infatti, l’attuale è una delle pochissime legislature in cui effettivamente la coalizione di governo corrisponde perfettamente a quella uscita vincitrice dal voto, e il suo è anche uno dei governi più stabili della storia repubblicana.

L’obiezione è che ciò è accaduto solo perché il centrosinistra è riuscito a presentarsi diviso addirittura in tre, e in questo c’è naturalmente un elemento di verità, perché è ovvio che il centrodestra non potrà contare sempre sulla fortuna di ritrovarsi Enrico Letta alla guida del principale partito avversario. Ma la storia di questi trent’anni, il fatto che l’intero sistema politico e anche giornalistico e intellettuale non discuta d’altro che di leggi elettorali e riforme istituzionali, sempre nella stessa direzione e sempre con gli stessi risultati, dimostra che il problema è strutturale. Il miraggio del meccanismo elettorale/istituzionale capace di azzerare tutte le difficoltà del confronto e della mediazione politica è un canto delle sirene che continuerà a mandare alla deriva ogni schieramento e ogni leadership, e con essi l’Italia, fino a quando non ci decideremo a rimettere in discussione la religione del maggioritario e il dogma del bipolarismo.
Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo argomento.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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