Parto in anonimato e culla per la vita: tra protezione del neonato e fragilità materna
Il recente caso del neonato lasciato nella culla per la vita di Bergamo riporta all’attenzione il tema delle scelte estreme legate alla maternità e degli strumenti di tutela disponibili in Italia. Il parto in anonimato e la culla per la vita rappresentano due percorsi diversi, ma accomunati dall’obiettivo di proteggere il neonato e sostenere situazioni di grave fragilità. Parla a VdS Valentina Bellafante, Assistente sociale
di Elisabetta Turra
Un neonato lasciato nella culla per la vita di Bergamo. Un gesto estremo, che nei giorni scorsi ha riportato all’attenzione pubblica una realtà complessa, fatta di silenzi, difficoltà profonde e scelte che si collocano sempre dentro una condizione di fragilità estrema. È in questi momenti che emergono con maggiore forza gli strumenti previsti dal sistema sanitario e sociale per evitare l’abbandono non sicuro e garantire comunque protezione: la “culla per la vita” e il parto in anonimato. Due percorsi differenti, che rispondono a situazioni simili ma con livelli diversi di presa in carico e tutela.
Due strumenti per garantire tutela al neonato e protezione alla madre
La culla per la vita è un dispositivo che consente di affidare un neonato alle cure di altri garantendogli sicurezza, cura e protezione, evitando l’abbandono in luoghi non idonei e assicurando un intervento immediato dei servizi sanitari. Nasce come misura di emergenza, pensata per intercettare situazioni in cui si preferisce non ricorrere ad altre forme di assistenza. Il parto in anonimato, invece, si inserisce all’interno del sistema ospedaliero: la donna può partorire in totale riservatezza, ricevendo assistenza medica, sociale e psicologica, senza essere identificata e senza obbligo di riconoscimento del neonato. In Italia è un diritto garantito in qualunque struttura sanitaria, indipendentemente da residenza o cittadinanza.
Il valore della tutela e della riservatezza
Entrambi gli strumenti si fondano su un principio comune: evitare che una condizione di difficoltà si trasformi in un rischio per la vita del neonato. Ma il modo in cui questa tutela si realizza è profondamente diverso. Nel parto in anonimato, la presa in carico multiprofessionale è integrata e strutturata. Come sottolinea l’assistente sociale specialista Valentina Bellafante, in un’intervista a Voce della Sanità, «il percorso del parto in anonimato in ospedale consente di garantire riservatezza e tutela della privacy alla donna, cure mediche appropriate e supporto sociale e psicologico, anche dopo il parto». Centrale è il ruolo dell’assistente sociale che «nei colloqui con la donna prima e dopo la nascita del bambino, l’ascolta, l’accoglie con sospensione di giudizio e mediante interventi idonei, efficaci e mirati la informa anche dei suoi diritti. È necessario considerare, infatti, l’unicità e la globalità della persona in tutte le sue dimensioni, superando la logica delle prassi settoriali e integrando competenze e professionalità diverse, in una prospettiva di prevenzione e sostegno».
Un elemento centrale riguarda anche il futuro del bambino: «Il figlio, nel rispetto della normativa vigente, può in alcune condizioni presentare istanza alle autorità competenti per accedere a informazioni sulle proprie origini, pur sempre nel rispetto della scelta iniziale della donna, che resta tutelata dall’ordinamento».
Le criticità dei percorsi di emergenza
La culla per la vita, pur rappresentando una misura di sicurezza importante, si colloca in una dimensione più emergenziale. Proprio per questo può non garantire lo stesso livello di continuità assistenziale e di accompagnamento. “L’intervento sociale in queste situazioni è fondamentale per intercettare il disagio prima che si traduca in un gesto isolato – spiega ancora Bellafante -. La madre spesso si trova in una condizione di fragilità, nella quale continua a vivere anche dopo aver agito tale scelta senza un adeguato supporto di cura”. Il ruolo del Servizio Sociale Ospedaliero diventa quindi decisivo nel costruire reti di protezione, intercettare il bisogno e attivare percorsi di sostegno condivisi con le équipe sanitarie in sinergia con le Autorità Giudiziarie.
Il ruolo del servizio sociale ospedaliero
L’attività del Servizio Sociale Ospedaliero trova espressione all’interno di contesti sociosanitari complessi ed è orientata a prevenire, affrontare e risolvere le problematiche di natura sociale connesse, direttamente o indirettamente, al ricovero del paziente, e – più in generale – alle cause che comportano un disagio sociale, con particolare attenzione al contesto relazionale di riferimento. L’Assistente Sociale, quale professionista dell’aiuto che, agendo secondo principi, conoscenze e metodi specifici della professione sociale, svolge la propria attività in favore di individui e famiglie, al fine di prevenire e risolvere le situazioni di bisogno delle persone in difficoltà. «L’assistente sociale interviene in situazioni di disagio ed emarginazione attraverso prevenzione, sostegno e recupero – ricorda Bellafante -. La valutazione delle condizioni sociali è un passaggio centrale per attivare progetti di aiuto e percorsi di cura costruiti in équipe multidisciplinare».
Una rete di protezione da rafforzare
Il caso di Bergamo riporta dunque al centro un tema più ampio: la necessità di rafforzare la rete tra ospedali, servizi sociali e territorio, per intercettare prima le situazioni di vulnerabilità e ridurre il ricorso a soluzioni di emergenza. In Italia, la presenza di dispositivi come la culla per la vita si affianca a un sistema sanitario che riconosce nel parto in anonimato uno strumento strutturato di tutela. Due livelli diversi di risposta, che raccontano però la stessa urgenza: proteggere la vita e garantire dignità, anche nelle condizioni più difficili.
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