Per Vasco Brondi, l’iperattività è una forma passiva del fare

Aprile 29, 2026 - 10:30
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Per Vasco Brondi, l’iperattività è una forma passiva del fare

L’arte di rimanere appostati

Forse anche perché sono figlio dello stereotipo stacanovista del Nord-est, o per la paura di dover tornare a un “lavoro vero”, appena si è aperta una breccia mi sono lanciato con la forza della disperazione nel mestiere del cantautore, senza lasciarmi vie di fuga. Non mi davo tregua. Giorno e notte, oltre ad accettare ogni impegno, ero preso dal tentativo di rintracciare cose che potessero entrare nelle canzoni. Dopo quattro anni ero a pezzi, e fermarmi è stato inevitabile.

Ho letto nell’autobiografia di Bruce Springsteen che i due giorni piú importanti della sua vita sono stati quello in cui ha preso in mano per la prima volta una chitarra e quello in cui ha imparato a posarla. Serve piú energia per fermarsi che per lasciarsi trascinare dalla corrente. Scrive il filosofo Byung-Chul Han nella Società della stanchezza: «L’iperattività è, paradossalmente, una forma estremamente passiva del fare».

Piú di duemila anni fa, il Buddha insegnava che il sentiero spirituale è patiloma, cioè «controcorrente». Già allora, tutto spingeva la nostra attenzione verso l’esterno, verso il fare, verso l’azione incessante. Visto cosí, il riposo non è solo una pausa ma una pratica spirituale. Quando subordiniamo il riposo al lavoro ci sfugge il divino. È proprio nell’inattività che la mente può rigenerarsi e aprirsi a nuove idee. Il concetto dello Shabbat – il giorno in cui nella tradizione ebraica è vietato lavorare – esprime questo principio chiaramente. Solo con l’invenzione del sabato, del giorno del non fare, la Creazione risulta compiuta: Non si tratta di una giornata di riposo dopo l’atto creativo, durante la quale Dio, per cosí dire, si riprende dalle fatiche. La quiete è, piuttosto, il nocciolo della creazione. 

Solo lo Shabbat conferisce alla creazione uno status divino. La quiete, l’inazione, è dunque divina. Senza quiete, l’uomo smarrisce la dimensione celeste. Essere iperattivi, in una società iperattiva, è come lasciarsi trascinare. Mentre si è trascinati non è possibile essere creativi. «La vostra alacrità è fuga e volontà di dimenticare se stessi», scrive Nietzsche. Dopo essermi preso un periodo di pausa, uno Shabbat di qualche mese, un lunghissimo sabato – proprio quando avevo smesso di cercare di darmi da fare –, mi sono tornate le idee e la voglia di scrivere. Se chiedevano a Pitagora cosa faceva rispondeva: «Niente. Sono un filosofo». E definiva la filosofia «l’arte di non fare niente, l’arte di rimanere appostati». Forse si può dire lo stesso anche della creatività. In una canzone ho messo un’altra cosa che diceva Pitagora (ho contrabbandato Pitagora). Alla domanda: «Perché l’uomo è al mondo?», rispondeva: «Per osservare il cielo». Come dire che c’è poco da fare, siamo importanti soprattutto come osservatori, come testimoni.

Nella meditazione una delle istruzioni che mi ha piú colpito è quella di «lasciarsi respirare», non fare niente. E vedere se ci è possibile osservare il nostro respiro senza modificarlo. Se in generale ci è possibile osservare qualcosa senza cercare di modificarlo. È difficilissimo. Dice in un’intervista Roland Barthes che c’è un haiku di Bashō che lo sconvolge sempre per la sua semplicità – e che potrebbe essere la definizione poetica della pigrizia che sogna per la sua vita: Seduto pacificamente senza far nulla viene la primavera e l’erba cresce da sola.

© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit. Ag. Milano
Una cosa spirituale, cover

Tratto da “Una cosa spirituale”, di Vasco Brondi, Einaudi, 2026, 13€, 176 pagine

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Redazione Redazione Eventi e News