Referendum Giustizia, benzina sul fuoco del dibattito dal figlio di Licio Gelli: “Mio padre favorevole, riforma realizza sue idee”
A infiammare di nuovo il dibattito sul referendum sulla Giustizia in programma a marzo, dopo una settimana di canzonette e polemicucce sul Festival di Sanremo e dopo l’attacco congiunto USA-Israele all’Iran che allarma il mondo intero, ci pensa un protagonista a sorpresa. “Mio padre sosteneva che la politica italiana spesso si appropriava delle sue idee” e “la questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre”, ha detto Maurizio Gelli, figlio di Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, in un’intervista al Fatto Quotidiano.
Fino a questo momento erano stati soprattutto i botta e risposta tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri a infiammare il dibattito, tanto serrato e grottesco che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era intervenuto al Consiglio Superiore della Magistratura per richiamare a una postura più autorevole e istituzionale. Il referendum è in programma i prossimi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Non sarà necessario il raggiungimento del quorum per validare il risultato, trattandosi di un referendum costituzionale.
Per Gelli junior, le idee del padre “sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico”, ha detto nell’intervista. “Mio padre aveva una mente acuta, con una grande visione della politica italiana: sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma”. Si è anche espresso sulla riforma del premierato che la premier Giorgia Meloni vorrebbe attuare. “La proposta di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale è una questione delicata che richiede un ampio dibattito. Vorrei ricordare che pure il presidenzialismo era già previsto nel Piano della P2″. Parole che hanno lasciato il segno, innescando subito un dibattito durissimo.
Il magistrato Nino Di Matteo, nel corso della presentazione del libro del direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio (Perché No. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole) sulle ragioni del no si era detto d’accordo con Nicola Gratteri: “Assieme alle persone perbene che voteranno sì” al referendum “voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”. Perché “gli autori della riforma, in questo momento la campagna referendaria per il sì, partono dal quotidiano esercizio di denigrazione della magistratura” e “la mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata”. Una vera e propria strategia secondo il magistrato: “Quando ci bombardano di giudizi negativi sulla magistratura, dal caso Garlasco a quello Tortora, la delegittimano agli occhi del popolo e parlano alla pancia di coloro i quali hanno interesse, per la loro stessa essenza, ad una delegittimazione della magistratura. E questi sono i massoni, i mafiosi, coloro i quali temono il controllo della magistratura”.
Presenti alla presentazione anche l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e l’ex premier e leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, secondo cui “Gelli ha rivendicato il copyright. Nel piano di rinascita c’è scritto separazione delle carriere”, è “un piano sofisticatissimo“. Le parole di Gelli e Di Matteo hanno scatenato di nuovo il dibattito tra maggioranza e opposizioni. Dal governo sono intervenuti entrambi i due vicepremier. “I nostri avversari vogliono trasformare questo referendum in una rissa politica, non caschiamo in questa trappola – ha avvertito il ministro degli Esteri Antonio Tajani – I cittadini daranno il giudizio sul governo nel 2027“. Per il segretario della Lega Matteo Salvini “con il sì al referendum, anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano potranno essere sanzionati”.
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