Se il cervello è curioso, la IA funziona meglio

Mar 18, 2026 - 14:30
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Se il cervello è curioso, la IA funziona meglio

Il rapporto tra uomo e macchina, è megliore se ci sono di mezzo un cervello curioso e creativo, che sarebbe decisamente più amico dell’Intelligenza artificiale. In pratica, una mente aperta e curiosa è fondamentale per instaurare una collaborazione proficua e ‘amichevole’ con l’ IA, che non va vista solo come uno strumento tecnico ma come un partner cognitivo che ‘premia’ chi è creativo ed elastico più degli specialisti tecnici. Lo rivelano i ricercatori di Mnesys, il più grande programma italiano ed europeo di ricerca in neuroscienze, commentando i più recenti studi sul tema del dialogo tra le diverse forme dell’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale, a cui quest’anno è dedicata la Settimana del Cervello che si svolge fino al 22 marzo. Molti ricercatori del programma, che è stato finanziato dal PNRR ma continuerà anche oltre, con lo sviluppo del polo di innovazione e centro servizi per la ricerca, si sono impegnati in indagini sul funzionamento del cervello e su come la sua plasticità possa essere una risorsa anche nel rapporto con l’IA. E i nuovi dati confermano quello che si diceva poco fa: le forme di intelligenza umana più utili per trarre il massimo vantaggio dall’interazione con l’IA sono quella creativa, quella critica e quella conversazionale. Inoltre, si sta scoprendo che anche alcuni tratti della personalità facilitano la sinergia uomo-IA e che i più avvantaggiati non sono gli specialisti tecnici, ma le persone con una mente aperta, curiosa ed elastica, come i filosofi o i ricercatori. Spiega Antonio Uccelli, coordinatore scientifico di Mnesys, ordinario di neurologia all’Università di Genova e direttore scientifico dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova: “Nell’era dell’intelligenza artificiale l’intelligenza ibrida, risultato dell’interazione fra quella umana e artificiale, segna un passo in avanti epocale destinato a potenziare le capacità del cervello umano. Ma lo sviluppo di questo cambiamento dipende anche da caratteristiche della personalità che possono incidere sul rapporto con l’IA, come dimostrato da un recente studio della John Hopkins University secondo cui, per esempio, le performance migliori si ottengono se la coppia uomo-macchina è ‘ben assortita’ in termini di tratti caratteriali: in generale chi ha un’intelligenza aperta e curiosa l’interagisce meglio con l’IA”. Appunto.

Per garantire che questo progresso sia una versione potenziata della nostra capacità di pensare e per prendere decisioni senza comprometterne l’autonomia cognitiva, è necessario l’esercizio del pensiero critico. “Se ci limitassimo ad accettare passivamente le soluzioni offerte dall’IA rischieremmo di perdere la capacità di sviluppare idee innovative, avverte Sergio Martinoia, professore ordinario di Bioingegneria all’Università di Genova e coordinatore del comitato scientifico del programma Mnesys. “Uno studio dell’Università di Nanchino in Cina e una recente metanalisi dell’Università di Monaco, in Germania, hanno dimostrato che collaborare con una IA generativa può aumentare la performance creativa, ma esiste anche il rischio di ridurre la diversità delle idee: serve perciò sviluppare la propria intelligenza creativa personale, per far sì che l’IA possa essere una sorta di ‘musa’ che amplifichi le idee possibili. L’umano immagina, interpreta, crea e può servirsi dell’IA per avere più possibilità fra cui scegliere: l’altra forma di intelligenza che è fondamentale nella collaborazione è infatti quella critica, che deve essere coltivata assieme alle competenze sull’utilizzo dell’IA”.

Studi sull’interazione uomo-AI hanno inoltre osservato che l’IA funziona meglio quando l’utente è in grado di formulare buone domande, sa esplorare ipotesi ed è capace di ragionamento iterativo (che cioè si ripete più volte, ndr), è quindi dotato di una buona intelligenza conversazionale. Rivela Enrico Castanini, presidente di Mnesys: “Si tratta di caratteristiche tipiche di chi non ha solo competenze tecniche, per esempio di persone come i ricercatori o i filosofi. Proprio Mnesys è stata un’occasione per far dialogare gli scienziati con i supercalcolatori e l’IA, ed è la dimostrazione di quanto questa sinergia possa essere positiva: la possibilità di analizzare enormi quantità di dati con l’IA, guidata dalla creatività e dal senso critico dei ricercatori, ha consentito di aumentare le conoscenze sul sistema nervoso come mai prima d’ora, grazie alla pubblicazione di oltre 1600 studi sul cervello. La dimostrazione pratica di come l’intelligenza ibrida che nasce dall’incontro fra IA e intelligenza umana possa essere una risposta alle sfide di conoscenza del futuro”. L’immagine è di Zach M su Unsplash.

     

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