L’invasione dell’Ucraina ha messo a repentaglio la credibilità della stampa

Mar 18, 2026 - 16:30
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L’invasione dell’Ucraina ha messo a repentaglio la credibilità della stampa

Lo osservavo camminare avanti e indietro, frugando tra i cespugli, smuovendo la sabbia tra i cadaveri con le mani e i piedi, nei punti in cui il terreno sembrava più morbido. Non si dava pace. La salma era stata seppellita a poche decine di metri dal luogo dove i vicini avevano udito gli spari, nei pressi di un checkpoint russo, in una Buča occupata fino a poche settimane prima dalle truppe di Mosca. Era stata gettata in una fossa comune insieme ad altre decine di vittime, così come avevano ordinato i militari. Il corpo giaceva accanto a quello di un altro uomo, anch’egli ridotto a una sagoma di carne putrida. Entrambe le spoglie erano contorte in posture innaturali, come se gli arti fossero stati spezzati in più punti. Ma solo il cadavere di suo padre era stato decapitato.

Da ore, Serhiy Kubitsky cercava la sua testa.

Ripeteva che senza non avrebbe potuto celebrare il funerale. La testa è ciò che ci rende riconoscibili, la matrice della nostra identità. In essa si concentra la singolarità di ciascuno, il volto che racconta chi siamo. Il corpo, al confronto, sembra quasi un involucro, un mezzo che trasporta quella parte irripetibile che ci distingue. Troncare una testa significa annientare l’identità. Agli occhi di Serhiy, celebrare un funerale per quel mucchio di ossa senza volto sarebbe stato come commemorare un manichino.

Paralizzato dal freddo e dall’odore di quella massa di corpi in decomposizione, mentre osservavo un figlio cercare la testa mozzata di suo padre, Mosca aveva già messo in moto la macchina della disinformazione. Mentre un gruppo di reporter osservava l’abisso di una fossa comune – una voragine che avrebbe messo in discussione persino il senso stesso delle nostre vite –, una catena di fake news e teorie complottiste iniziarono a circolare sui canali Telegram, a essere rilanciate sui social network e amplificate dai talk show televisivi. Nelle stesse ore in cui Serhiy tentava di ricomporre ciò che era rimasto del suo vecchio, gli autori di quelle bufale, sposando la tesi del Cremlino, parlavano di «messa in scena». Secondo la loro narrazione, i cadaveri dissotterrati a nord di Kyiv non erano altro che un set teatrale allestito dall’Occidente per gettare fango sulla Russia. A sostegno di questa versione iniziarono a diffondersi alcuni video, tra i quali quello di due uomini intenti a sistemare fantocci in un ambiente disseminato di vetri infranti e macchie di sangue. Le immagini fecero il giro del web in poche ore. Si trattava in realtà di clip estrapolate da una serie televisiva russa, e girate a Vsevoložsk, non in Ucraina. Ma il danno era già fatto: le menzogne avevano cominciato a scavare nella coscienza pubblica.

Troppi, ancora oggi, continuano a credere che gli orrori emersi dalla terra umida di Buča fossero una montatura.

Il nostro mestiere era cambiato. Il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina stava per incrinare le certezze su cui si reggeva la cronaca dai fronti, aprendo crepe profonde nelle fondamenta stesse del giornalismo di guerra. In gioco c’era la nostra credibilità. Il nostro compito – andare, restare, osservare, verificare e poi raccontare, con le parole o con le immagini – rischiava di essere irrilevante, schiacciato dalla valanga della disinformazione.

Il mio viaggio verso l’Ucraina era iniziato dall’altra parte del confine, in Polonia, dove le prime centinaia di profughi annunciavano l’imminente tragedia. Ero arrivato a Medyka al tramonto del 26 febbraio. La coda di sopravvissuti si allungava per chilometri, dal villaggio ucraino di Shehyni fino al piccolo insediamento rurale sul lato polacco. Avanzavano in silenzio, passo dopo passo, verso quella linea invisibile che separava la guerra dalla pace.

Una frontiera che, nel verso opposto, avrei presto varcato anch’io.

Il «Guardian», ai primi di marzo, mi chiese di entrare nel paese e contribuire alla copertura della guerra scatenata dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.

Insieme al fotoreporter Alessio Mamo attraversammo il confine di notte, a bordo di un furgone polacco che mi aveva recuperato a Cracovia.

Non ci si abitua alla guerra in un istante. Ci vuole tempo perché le orecchie imparino a distinguere il fragore dei missili, perché l’olfatto riconosca l’odore dei cadaveri, perché la mente trovi un fragile equilibrio con la paura, a cui, prima o poi, si fa il callo.

Non so dire quando iniziò quel processo di assuefazione. Ricordo solo il silenzio che accompagnava i miei pensieri, mentre il paesaggio polacco lasciava spazio a quello ucraino.

Raggiunsi Kyiv su un treno che viaggiava a luci spente per eludere i droni russi. Dalla feritoia osservavo le strade puntellate di ricci cechi – le pesanti croci di metallo saldate insieme per fermare i carri armati – mentre in lontananza i bombardamenti illuminavano l’orizzonte.

In quei giorni la capitale era irriconoscibile. Fino a poche settimane prima Kyiv pulsava di vita: tre milioni e mezzo di abitanti, un centro storico brulicante di caffè, librerie, ristoranti, viali attraversati da tram che scintillavano di luci al tramonto. Poi erano arrivati i bombardamenti, e quasi metà della popolazione era fuggita verso ovest, lasciando dietro di sé un paesaggio di vetri infranti e saracinesche abbassate.

Con Alessio decidemmo di spingerci oltre la città, nelle zone appena liberate dall’occupazione russa, in quei luoghi dove, tra villaggi sventrati e campi minati, stavano emergendo la lunga scia di crimini di guerra che i russi si erano lasciati dietro dopo la ritirata: fosse comuni, torture, stupri. Parole che l’Europa pensava di avere consegnato ai libri di storia e che invece tornavano a infestare i giornali. Come in Vietnam, in Siria, in Afghanistan, in Bosnia, anche in Ucraina la guerra sembrava non conoscere piú regole, ignorando quelle convenzioni umanitarie nate dalle macerie del Novecento per separare la civiltà dalla barbarie.

© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Copertina del libro Da vicino di Paolo Giordano

Tratto da “Da vicino. Raccontare la guerra oggi” (Einaudi), a cura di Paolo Giordano, il brano ricavato è di Lorenzo Tondo, 18 euro, 160 pagine.

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Redazione Redazione Eventi e News