Le fonti aperte non bastano quando la trasparenza diventa un rischio operativo

Per un decennio, ricercatori e giornalisti hanno avuto in mano uno strumento che i loro predecessori della Guerra Fredda si sarebbero sognati: immagini satellitari ad alta risoluzione acquistabili sul mercato aperto, capaci di mostrare, in tempo quasi reale, movimenti di truppe, danni agli impianti nucleari, bugie dei comunicati ufficiali. Era la democratizzazione della geospatial intelligence (Geoint), che per decenni era rimasta prerogativa esclusiva delle agenzie governative.
Quella stagione si sta chiudendo. A partire dal 6 marzo, Planet Labs ha imposto prima quattro giorni, poi due settimane di ritardo sulla pubblicazione delle immagini ad alta risoluzione del Medio Oriente. Vantor ha esteso restrizioni analoghe. Le giustificazioni ufficiali invocano la sicurezza operativa. Meno comprensibile è il perché le limitazioni si applichino anche al territorio iraniano, dove non ci sono basi alleate bensì siti nucleari che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non può più ispezionare di persona. Lo racconta l’Economist, evidenziando che sullo sfondo c’è la pressione dell’amministrazione Trump attraverso il National Reconnaissance Office, con il sospetto, tra gli analisti, che l’obiettivo reale sia anche impedire che le immagini documentino perdite statunitensi e alleate.
Una precisazione che i media generalisti tendono a trascurare: le immagini satellitari non sono propriamente open-source intelligence (Osint), ovvero fonti aperte. Sono imagery intelligence (Imint), sottocomponente della Geoint. La differenza non è accademica: indica la tipologia della fonte indipendentemente dal fatto che l’immagine sia classificata o acquistata su un portale commerciale. Quello che era cambiato negli ultimi anni non era la natura dello strumento, ma la sua accessibilità. I governi stanno ora richiudendo quello spazio.
La parabola è emblematica di una trasformazione più ampia. Le fonti aperte hanno progressivamente saturato il fabbisogno conoscitivo di governi e analisti, concentrando il valore aggiunto dell’intelligence classica su una porzione residuale ma cruciale: quella strutturalmente irraggiungibile dai dati pubblici. I satelliti commerciali avevano documentato con precisione l’ammassamento di truppe russe al confine ucraino mesi prima dell’invasione su larga scala iniziata il 24 febbraio di quattro anni fa. Ma osservare i mezzi non equivale a capire le intenzioni. Quante divisioni, in quale posizione: tutto misurabile dall’orbita. Perché Vladimir Putin avrebbe davvero attaccato, quello richiedeva altro, e nessun satellite può fornirlo.
Le conseguenze del blackout sono concrete e riguardano una platea più ampia di quanto si pensi. Quando i Tomahawk statunitensi hanno colpito una scuola femminile a Minab il 28 febbraio, le immagini di Planet, incrociate con i video sui social, sono state decisive per ricostruire edifici colpiti e munizioni usate. Ma lo stesso tipo di servizio lo usano le aziende con personale o interessi nell’area per proteggere i propri dipendenti sul terreno, riorientare forniture verso mercati colpiti dal conflitto, calibrare strategie in contesti di incertezza. Perdere una fonte non è mai indolore, anche quando non è l’unica.
Il vuoto non rimane vuoto: il Tehran Times ha già pubblicato una fotografia di danni a una base americana in Bahrein generata dall’intelligenza artificiale; nel frattempo la startup cinese MizarVision pubblica liberamente immagini annotate con analisi AI di basi americane nel Golfo e dei gruppi da battaglia navali nel Mar Arabico. Il blackout occidentale non ha chiuso nessun rubinetto. Ne ha solo cambiato il gestore, consegnando il mercato dell’informazione satellitare a chi non ha nessun interesse a limitarsi.
Ciò che nel mondo anglosassone viene definito secret intelligence – lo spionaggio vecchia scuola, in particolare la human intelligence fatta di risorse in carne e ossa da reclutare, gestire e manipolare – torna utile, si scopre, quando quella aperta sparisce. Il problema è che il primo non è disponibile per tutti.
Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.
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