Il business degli americani che vogliono diventare italiani per fuggire da Trump

Uno degli effetti collaterali dell’imprevedibile e sciagurata presidenza Trump è aver incrinato il valore simbolico del passaporto americano. Per almeno un secolo la cittadinanza statunitense era considerata il passaporto per la serenità: il documento che garantiva stabilità politica, diritti granitici e opportunità economiche difficilmente eguagliabili altrove. Era il traguardo per generazioni di migranti, italiani compresi, ma anche una garanzia implicita per chi negli Stati Uniti era nato: la certezza di appartenere a un sistema capace di proteggere i propri cittadini ovunque. Oggi per una quota crescente di americani non è più così.
Come spiega il New Yorker in un interessante approfondimento, sempre più cittadini statunitensi stanno cercando di ottenere legalmente una seconda cittadinanza sfruttando le loro origini europee, e in particolari italiane. Non vogliono per forza partire subito, ma avere un’alternativa pronta nel caso in cui le cose peggiorassero.
PortaleItaly, società nata nel 2020 e specializzata nell’assistenza agli americani, ha gestito finora circa 300 pratiche e ne ha oltre 150 ancora aperte. Il processo è lungo e articolato: raccolta dei certificati di nascita, matrimonio e morte, verifica della linea genealogica, traduzioni giurate, legalizzazioni e deposito della domanda. I costi variano tra i 3.000 e i 12.000 dollari, a seconda della complessità del caso, e i tempi medi si aggirano intorno ai 18 mesi. Henley & Partners, uno dei principali operatori globali nel settore della mobilità internazionale, segnala che i cittadini statunitensi rappresentano oggi circa il 25 per cento della propria clientela, contro il 4 per cento nel 2018. In pochi anni, gli americani sono passati da segmento marginale a componente centrale di questo mercato, che include anche programmi di cittadinanza per investimento e residenza.
L’attrattiva principale resta l’accesso all’Unione europea. Un passaporto italiano, irlandese o portoghese funziona come una chiave che apre simultaneamente ventisette mercati del lavoro, sistemi sanitari pubblici e regimi di mobilità senza restrizioni. La via più accessibile resta quella della discendenza: negli Stati Uniti vivono tra 16 e 20 milioni di italoamericani. Per loro, il modo più efficace per ricostruire la propria linea familiare è partire dagli archivi di Ellis Island, l’isola di fronte a New York dove, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, venivano registrati milioni di immigrati in arrivo negli Stati Uniti.
Quei registri, oggi digitalizzati, permettono spesso di individuare il nome dell’antenato, il luogo di origine e la data di ingresso. Questo lavoro certosino viene fatto dalla squadra dell’avvocato Marco Permunian, che il New Yorker ha intervistato. Secondo Permunian, dopo le elezioni del 2024, il ritmo delle richieste è diventato quasi continuo: una ogni tre minuti via email. Un picco visto solo in occasione di shock politici o sociali ben precisi, come la prima elezione di Trump nel 2016, la pandemia e la decisione della Corte Suprema di revocare la tutela federale del diritto all’aborto.
Il paradosso è che proprio mentre la domanda di nuovi passaporti cresce, l’offerta si restringe. Nel 2025 il governo Meloni ha limitato la trasmissione automatica della cittadinanza per discendenza ai soli figli e nipoti, addirittura subordinando in alcuni casi il riconoscimento alla dimostrazione di un legame effettivo con l’Italia.
Per anni il nostro Paese è stato uno dei più permissivi in materia di cittadinanza per discendenza, grazie al principio dello ius sanguinis, secondo cui la cittadinanza si trasmette per linea di sangue, indipendentemente dal luogo di nascita. Questo ha permesso a milioni di discendenti di emigrati italiani di rivendicare il passaporto anche a distanza di diverse generazioni, sfruttando un bisnoonno o un trisavolo. Risultato? Oltre 60.000 procedimenti pendenti tra tribunali e amministrazioni e una forte congestione delle sedi consolari, in particolare in Nord e Sud America, dove si concentra la gran parte delle domande di riconoscimento.
Negli ultimi dieci anni, il numero di cittadini italiani residenti all’estero è cresciuto del 40 per cento, superando i 6,4 milioni. Un incremento dovuto in larga parte alle nuove iscrizioni all’AIRE di cittadini riconosciuti tali per discendenza e non per migrazione diretta, che ha ampliato rapidamente la platea dei cittadini senza un corrispondente aumento dei legami economici, culturali o fiscali con l’Italia.
Secondo stime citate dal governo per giustificare il decreto Tajani, fino a 80 milioni di persone nel mondo avrebbero potuto potenzialmente accedere al riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis secondo l’interpretazione estensiva precedente alla riforma, un numero superiore all’intera popolazione italiana. E in molti casi, il legame con il nostro Paese è puramente genealogico: un antenato partito più di un secolo fa, nessuna conoscenza della lingua, nessuna relazione concreta con il territorio.
Il 12 marzo la Corte costituzionale ha confermato la validità del decreto, respingendo le questioni sollevate dal Tribunale di Torino. Il caso riguardava otto cittadini venezuelani che avevano chiesto la cittadinanza italiana per discendenza, secondo le vecchie regole dello ius sanguinis. La Consulta ha stabilito che la nuova legge non viola né il principio di uguaglianza né i diritti già acquisiti. In particolare, ha chiarito che non c’è stata alcuna “revoca” della cittadinanza: chi non aveva ancora concluso la procedura prima della riforma non aveva un diritto garantito a ottenerla. Sono stati respinti anche i dubbi di incompatibilità con il diritto europeo e con le norme internazionali. La cittadinanza per discendenza non è un diritto senza limiti, ma può essere regolata e ristretta dalla legge. Un bel problema per gli avvocati che continuano a cercare avi italiani negli archivi di Ellis Island.
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