Terre rare, titanio e non solo: l’industria italiana ha cinque anni per evitare di ritrovarsi in emergenza

I settori più esposti sono automotive, aerospazio, difesa ed energie rinnovabili, ma in generale sono pochi i comparti che possono dirsi totalmente immuni rispetto al problema. L’industria italiana è troppo dipendente dall’estero (in particolar modo dalla Cina) per l’approvvigionamento di materiali essenziali come titanio, litio, terre rare, cobalto e nichel. E nei prossimi cinque anni dovrà far fronte a prezzi più alti e a maggiori difficoltà di forniture.
A lanciare l’ennesimo alert su tale questione sono i risultati del progetto Cascade, ricerca finanziata dal ministero dell’Università e della ricerca nell’ambito del Prin-Pnrr e condotta dal gruppo interuniversitario Re4It (Università di Bologna, di Bergamo, dell’Aquila e Politecnico di Milano) in collaborazione con il Centro studi Confindustria. L’indagine è stata presentata a Roma durante l’evento “Materie prime critiche e resilienza delle supply chain” e ha evidenziato quante e quali sono le vulnerabilità strutturali che interessano le filiere industriali europee ed italiane in questa fase di transizioni green e digitale.
«Anche se l'aumento e la volatilità dei prezzi rappresentano una criticità trasversale a tutti i materiali, le tensioni più profonde riguardano le terre rare, che emergono come il materiale con il profilo di rischio più sistemico, e il titanio», viene evidenziato. Viene anche sottolineato che le cause di questa criticità «sono strutturali, non congiunturali». A determinarle è la crescita della domanda globale, la forte concentrazione geografica dell’offerta, le tensioni geopolitiche e la difficoltà di sostituzione di questi materiali. Inoltre, sottolineano gli autori dello studio, «i requisiti ambientali non sono percepiti come il principale fattore di aggravamento, ma contribuiscono a rendere più complesso il quadro regolatorio».
Gli impatti sui comparti produttivi saranno «particolarmente intensi» nei settori ad alta tecnologia e valore strategico, a cominciare da aerospazio e difesa (fortemente dipendenti da titanio e alluminio), elettrificazione ed elettronica (ad alta necessità di rame), magneti e tecnologie avanzate (fortemente dipendenti dal ricorso alle terre rare). Le criticità, viene inoltre sottolineato dallo studio, si propagheranno lungo tutta la catena del valore, dalle fasi estrattive ai prodotti finiti, con effetti amplificati sulle filiere integrate. E la ricerca avverte che si tratta di «una questione di sicurezza industriale»: «Le politiche dovranno essere coordinate, integrate e monitorate. La resilienza delle filiere italiane ed europee si gioca nei prossimi cinque anni».
ll Critical raw materials act (Crma) del 2024 rappresenta un passo in avanti nella strategia europea di riduzione delle dipendenze, ma secondo i ricercatori che hanno lavorato al progetto Cascade presenta una serie di limiti significativi. Questi: obiettivi aggregati e non differenziati per singola materia prima, risorse finanziarie non adeguate alla natura capital intensive degli investimenti in estrazione e trasformazione, scadenza al 2030 giudicata troppo ravvicinata e potenzialmente distorsiva nella selezione dei progetti.
Per i ricercatori, la risposta più efficace passa da un coordinamento delle politiche a livello europeo, con un approccio multilivello che integri politica industriale, commerciale e cooperazione internazionale. Tra le azioni prioritarie indicate dallo studio figurano in particolare la necessità di avviare investimenti in innovazione dei processi di riciclo, lo sviluppo di materiali alternativi, il superamento di dazi sulle importazioni di materie prime critiche e il rafforzamento della capacità di raffinazione interna.
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