850 anni fa nasceva l’Abbazia di Viboldone
L'Abbazia di ViboldoneEra il 4 febbraio 1176. Il santo arcivescovo Galdino reggeva la Diocesi di Milano con ardore di fede e di carità, quale novello Ambrogio, al punto di morire sull’altare pochi mesi dopo, stremato, come raccontano, mentre stava celebrando e predicando. La città si era ripresa dalle distruzioni e dalle umiliazioni dell’imperatore Federico, anche se le reliquie dei Magi erano perdute, trafugate a Colonia: ma la sconfitta del Barbarossa, per mano dei comuni lombardi, era ormai vicina…
In quel clima, tra tensioni religiose e spirituali fortissime, che non di rado sfociavano in quelle che la Chiesa bollava come «eresie», nella casa milanese dell’arcidiacono Uberto Crivelli – futuro papa Urbano III – quel giorno fu rogitato l’atto che sanciva la nascita di una nuova comunità di fratres in loco Vicoboldono, nella pieve di San Giuliano, alle porte di Milano, lungo la via Emilia. Con l’impegno, anzi il desiderio, di erigere una nuova chiesa, da dedicare significativamente a san Pietro.
L’abbazia di Viboldone, dunque, nasceva 850 anni fa. Diverse, già dall’inizio dell’anno, sono le iniziative intraprese dalla comunità pastorale di San Giuliano Milanese e dal monastero di Viboldone, insieme ai tanti amici, volontari e sostenitori, per celebrare questo importante anniversario. Eventi che sabato 9 maggio, dalle ore 14.30, culmineranno in un convegno di studi presso l’abbazia stessa, dedicato, più ampiamente, al tema: «Monachesimo oggi. Quale crisi? Quale speranza?». Intervengono: padre Luca Fallica, abate del Monastero di Montecassino; l’abate del Monastero di Montserrat; il teologo monsignor Pierangelo Sequeri; la storica Mariangela Maraviglia. Modera l’incontro padre Gianni Dal Piaz, priore dell’Eremo di San Giorgio di Bardolino sul Garda. Info:
Crisi e speranze, del resto, sono di tutti i tempi, come ben sappiamo. Anche di quelli in cui nacque la comunità di Viboldone, appunto. Che era espressione di quello che diverrà in breve tempo un originale, diffuso ordine religioso: quello degli Umiliati. Uomini e donne, frati e chierici, accomunati, in quell’ultimo quarto del XII secolo, da un desiderio di vivere il Vangelo in modo più autentico e radicale, come a voler recuperare la purezza delle origini apostoliche. E già questo, per molti versi, era una rivoluzione.
Il nome stesso di «umiliati», con cui vennero ben presto chiamati gli aderenti a questa nuova esperienza religiosa, ne evidenziava il proposito fondamentale: vivere umilmente, semplicemente, totalmente secondo gli insegnamenti evangelici. Laici, per lo più, che pur rimanendo nella loro condizione familiare e lavorativa, pur restando ognuno nella propria casa, si riconoscevano a vista anche per l’abito indossato, di lana grezza, non tinta, comune a tutti. Riunendosi poi periodicamente per esortarsi a vicenda nella fede, ed esercitando carità e assistenza verso i più poveri.
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