Allergie, il ruolo di clima e inquinamento: sempre più bambini con questa patologia, ecco perchè

Mar 24, 2026 - 23:00
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Allergie, il ruolo di clima e inquinamento: sempre più bambini con questa patologia, ecco perchè

Le allergie ai pollini nei bambini sono in crescita in Italia: non è solo una questione di diagnosi più accurate, ma il riflesso di un ambiente che cambia. Clima, inquinamento e nuove specie vegetali stanno modificando tempi, intensità e manifestazioni delle pollinosi. Il pediatra Carlo Alfaro spiega perché i più piccoli sono i più esposti e cosa aspettarsi nei prossimi anni

di Elisabetta Turra

C’è stato un tempo in cui le allergie erano un appuntamento prevedibile, legato a poche settimane l’anno. Oggi, sempre più spesso, quel calendario sembra saltare: i sintomi arrivano prima, durano più a lungo e colpiscono un numero crescente di persone. Nasi che colano già a fine inverno, occhi arrossati anche fuori stagione, tosse e respiro affannoso che non si fermano con la fine della primavera. Non è solo una percezione. Dietro questo cambiamento c’è un intreccio di fattori ambientali che stanno modificando in profondità il rapporto tra organismo e ambiente. Clima più caldo, aria più inquinata, nuove specie vegetali: tutto contribuisce a ridisegnare la mappa delle allergie. «I bambini sono le prime sentinelle di questi cambiamenti», spiega Carlo Alfaro, pediatra di famiglia a Sorrento (NA), probiviro della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza e componente del Gruppo dei diritti dei bambini della Società Italiana di Pediatria, in un’intervista a Voce della Sanità. Ed è proprio osservando loro che si comprende come le allergie non siano più solo una condizione stagionale, ma il segnale di un equilibrio che si sta rompendo.

Un aumento reale, non solo più diagnosi

Negli ultimi anni le allergie ai pollini nei bambini italiani sono diventate sempre più frequenti. Non si tratta soltanto di una maggiore attenzione diagnostica, ma di un incremento reale dei casi. «La genetica non può modificarsi nel giro di pochi anni – osserva Alfaro – quindi è evidente che il cambiamento riguarda l’ambiente». Le aree più colpite sono quelle a maggiore urbanizzazione e inquinamento, in particolare le Regioni del Centro-Nord e la Pianura Padana, dove il fenomeno del “bacino chiuso” favorisce il ristagno degli inquinanti. I bambini, dal punto di vista fisiologico, risultano più vulnerabili: hanno un sistema immunitario più reattivo, vie aeree più strette, una maggiore superficie respiratoria rispetto al peso corporeo e una ventilazione più elevata, fattori che li espongono maggiormente agli agenti inquinanti.

Clima che cambia, pollini che aumentano

Il cambiamento climatico rappresenta il principale motore dell’aumento delle allergie ai pollini. «Inverni più miti e primavere anticipate stanno allungando e intensificando le stagioni polliniche. Le piante, spinte da temperature più alte e dall’aumento dell’anidride carbonica, producono quantità maggiori di pollini e ne diversificano le specie. Le stagioni iniziano prima – anche di 2-4 settimane – e si prolungano fino a oltre tre settimane rispetto al passato. A questo si aggiunge l’effetto degli eventi climatici estremi. Ondate di calore, temporali improvvisi, incendi e alluvioni aumentano la concentrazione dei pollini nell’aria, ne favoriscono la frammentazione e ne facilitano la penetrazione nelle vie respiratorie, aggravando i sintomi», continua il pediatra

Nuove piante, nuove allergie

Il cambiamento ambientale sta modificando anche la distribuzione delle specie allergeniche. «Un esempio emblematico è l’Ambrosia artemisiifolia, una delle piante più allergeniche in assoluto, capace di produrre milioni di granuli pollinici altamente reattivi anche a basse concentrazioni. Diffusa soprattutto al Nord, sta progressivamente espandendosi verso il Centro-Sud, prolungando la stagione allergica fino all’autunno. Accanto all’ambrosia, altre specie stanno diventando più aggressive: la Parietaria judaica, con una fioritura ormai quasi continua; il cipresso, oggi tra le principali cause di allergia invernale; e la betulla, sempre più diffusa e allergenica. Il risultato è una sovrapposizione delle stagioni polliniche che complica il quadro clinico», evidenzia Alfaro.

Inquinamento: il moltiplicatore nascosto

L’inquinamento atmosferico amplifica l’impatto delle allergie attraverso diversi meccanismi. «Gli inquinanti, come il particolato fine e il biossido di azoto, stimolano la produzione di immunoglobuline E, favorendo la risposta allergica. Inoltre, possono legarsi ai pollini e trasportarli più facilmente nelle vie respiratorie, rendendoli più penetranti e aggressivi. Allo stesso tempo danneggiano l’epitelio respiratorio, facilitando l’ingresso degli allergeni e aggravando l’infiammazione – spiega il pediatra – . Nelle aree urbane il rischio è maggiore, anche per effetto delle cosiddette ‘isole di calore’, che aumentano le temperature e prolungano la produzione di pollini».

Genetica e ambiente: un equilibrio alterato

Le allergie sono condizioni multifattoriali. La predisposizione genetica incide per circa il 30-40%, mentre il restante 60-70% dipende da fattori ambientali come dieta, stile di vita, inquinamento, cambiamento climatico ed esposizione agli allergeni. Sempre più spesso si osservano bambini allergici anche in assenza di familiarità. Questo fenomeno è legato all’influenza dell’ambiente sul sistema immunitario, mediata anche dal microbioma, che regola la risposta dell’organismo agli stimoli esterni. «Oggi – sottolinea Alfaro – il sistema immunitario dei bambini è orientato verso una risposta di tipo allergico», con una maggiore tendenza alla produzione di IgE.

Sintomi più lunghi e rischio di cronicità

L’aumento e il prolungamento dell’esposizione ai pollini stanno trasformando le allergie da disturbi stagionali a condizioni croniche. I sintomi compaiono prima, durano più a lungo e possono persistere anche al di fuori dei picchi pollinici. «Questo favorisce un’infiammazione continua delle vie aeree, con conseguenze cliniche rilevanti: iperreattività bronchiale, maggiore severità dei sintomi e rischio di evoluzione verso l’asma, secondo la cosiddetta ‘marcia allergica’», dice Alfaro.

Diagnosi più complesse, ma più precise

La sovrapposizione delle stagioni polliniche ha aumentato i casi di polisensibilizzazione, rendendo più difficile identificare l’allergene responsabile. Le nuove tecniche diagnostiche, come la Component-Resolved Diagnostics (CRD), rappresentano però una svolta. Questa metodica consente di individuare le singole proteine allergeniche verso cui il paziente è sensibilizzato, distinguendo le vere allergie dalle cross-reattività e migliorando la precisione diagnostica.

Prevenzione e prospettive

Una prevenzione completa delle allergie non è possibile, ma è possibile ridurre il rischio, soprattutto nei primi 1000 giorni di vita. «Allattamento al seno, dieta equilibrata, riduzione dell’esposizione agli inquinanti, uso appropriato degli antibiotici ed eliminazione del fumo rappresentano strategie fondamentali. Tuttavia – conclude Alfaro – senza interventi concreti sul cambiamento climatico e sull’inquinamento, il trend è destinato a crescere. Le allergie aumenteranno non solo in numero, ma anche in precocità, complessità e gravità».

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