Bologna, il piscio, e la democrazia spiegata bene dalle influencer comunali

Aprile 16, 2026 - 16:00
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Bologna, il piscio, e la democrazia spiegata bene dalle influencer comunali

Vogliono tutti fare le influencer. E, se «tutti» è maschile e «le influencer» è femminile, è perché la influencer, quella femmina che intorta l’interlocutore senza particolari competenze accendendosi la telecamera del telefono in faccia, è l’ambizione della collettività, quella declinabile al maschile sovresteso. 

In un secolo con più ambizioni che talenti, vogliono fare le influencer i giornalisti, gli scrittori, i sindaci, gli assessori, i medici, gli avvocati. Non c’è giorno che l’algoritmo o qualche amico zelante non mi mandi le performance da influencer di qualche tizio che i genitori hanno speso soldi per far studiare e iscrivere a qualche ordine professionale, e invece guardalo lì: vuole i cuoricini. 

Leggo romanzi scritti da gente che ha con l’italiano la confidenza che io ho col sanscrito, e penso ma perché qualcuno dovrebbe leggerli, in cosa sperava chi li ha stampati, e la risposta è sempre lì: nel fatto che, se racconto di tizio che mi ha spezzato il cuore, tu t’immedesimerai, non ti complesserai perché non scrivi peggio di me, e magari invece di mettermi un cuoricino darai la carta di credito a un libraio. 

Vedo giornalisti presentare con roboanti aggettivi le loro inchieste, una parola che ormai non si sa bene cosa voglia dire, e l’inchiesta sono degli screenshot di messaggi arrivati dai follower, quelli pentiti d’aver messo cuoricini a un’altra influencer e ora pronti a metterli a te, a te che in cuoricini misurerai il tuo essere Woodward e pure Bernstein. 

Ma tutta questa è solo una premessa per arrivare a parlare di ciò che la mia casella di posta ha ricevuto più assiduamente nell’ultima settimana, e cioè non qualche inchiesta o qualche romanzo o qualche arringa legale o diagnosi medica a telecamera del telefono accesa, ma un annuncio. 

L’ha fatto un giornale che si chiama Il Post. Ha annunciato una newsletter su Bologna, e chiunque s’è precipitato a sbeffeggiarmi, immaginando che la newsletter non sarà severa come la vorrei io con l’amministrazione cittadina. Un’amministrazione di influencer. 

La giunta comunale bolognese potrebbe tenere lezioni di influencing, a partire da quel pilastro (è un gioco di parole di cui mi scuso anticipatamente) delle giornate delle influencer che è il box domande. Tu su Instagram apri il box domande. Chiedi, che so, «secondo voi dove dovrei andare in vacanza», e ti assicuri consenso e partecipazione: guardala, ci ascolta, non ci considera solo pubblico muto, i mercati sono conversazioni, il rapporto è orizzontale. 

Poi naturalmente vai in vacanza dove vuoi, mica dicevi sul serio, però questo al pubblico dei cuoricini non glielo puoi dire, altrimenti ti si rivolta contro. Devi fingerti interessata ai loro suggerimenti su Pinarella di Cervia, mentre t’imbarchi per le Maldive. 

Il comune di Bologna fa uguale. 

Al Pilastro – il quartiere malfamato di Bologna, quello dove Salvini andò a chiedere a un citofono se spacciasse – il comune annuncia la costruzione d’un museo dei bambini (la dicitura esatta è «dei bambini e delle bambine», perché questo genere di fisime lessicali è esattamente la coloritura di scemenza della sinistra che ormai perderebbe persino a Portlandia e resiste solo a Bologna, dove siamo fermi al 1984 e pensiamo di dover tenere su il muro di Berlino). 

Non so se il Pilastro sia ancora malfamato o se sia stato riqualificato come tutti i quartieri ex malfamati d’occidente, da quando l’occidente ha deciso che ogni decimetro quadrato andasse messo a reddito e negli aeroporti e nelle stazioni dovessimo passare davanti a duecento negozi per raggiungere l’imbarco o il binario. 

So che per costruire il museo abbattono degli alberi, perché ci sono due questioni fisse nelle amministrazioni delle città in questo secolo. Una è che tutti i cittadini odiano il loro sindaco, pure se l’hanno votato e di qualunque schieramento politico sia. È impossibile essere un sindaco e non essere detestato, non so da cosa dipenda, forse dal fatto che ormai le città sono tutte devastate da orde di turisti, e i più anziani di noi si ricordano come si stava quando sul pianeta eravamo la metà e quella metà neppure aveva cani che cagassero sui marciapiedi (poi ai cani ci torniamo, per dire che a volte non è colpa loro). 

L’altra questione fissa è l’abbattimento degli alberi: ovunque si protesta contro il loro abbattimento, credo le scelte comunali dipendano dal fatto che la manutenzione degli alberi è costosa, ma non capisco come si concili l’ecologismo che pare imprescindibile col fatto che poi quattro alberi hai in città e li tiri pure giù.

Comunque. Il comune influencer dice che per carità, le scelte saranno partecipate (hanno fatto scegliere ai cittadini pure il colore degli autobus: il comune di Bologna avamposto d’un mondo in cui nessuno si assume uno straccio di responsabilità, tu voti una classe dirigente perché prenda decisioni e quella ti rimanda la palla). Poi sparisce, e un bel giorno inizia a cementificare dove deve nascere il museo. Cittadinanza tradita come il pubblico inascoltato del box domande.

Comitati dal nome improbabile (MuBasta, che se non siete bolognesi gioca sulla particella «mo» che il bolognese antepone a un po’ tutto, e quindi «mo basta, mo via, mo ve’»); manifestazioni; slogan che i giornali definiscono «choc» come «Stanotte ho fatto un sogno: il cantiere non c’era più, il cemento era sparito e Lepore era a testa in giù» (sai come si scioccherebbero i giornali se entrassero mai in un bar o salissero mai su un taxi, dove le cose che si sentono dire di Lepore sono invero irripetibili). 

Naturalmente io al Pilastro non ci sono mai stata, ne sento parlare da quand’ero piccola ma non so neanche precisamente dove sia. Però l’altro giorno sono stata a salutare un amico che presentava un libro in centro, in Sala Borsa. 

Qualche giorno prima avevo visto un video di Mattia Santori, la sardina col cerchietto che Lepore ha messo a fare l’assessore. Come avrete saputo perché stava su qualunque sito, quest’inverno una turista ha postato un filmato in cui diceva che era fuggita da Bologna causa zaffate di piscio e altre meraviglie che chiunque viva nel centro della città conosce: se il mio portiere ogni mattina non disinfettasse la strada e i muri, io non uscirei di casa per il fetore che t’investe. 

L’amministrazione comunale, cui non importa granché dei cittadini (fa bene: tanto la votano comunque) ma moltissimo dei giornali stranieri e delle influencer, ha preso malissimo il video della ragazza. Lepore si è all’epoca precipitato a ripostare un’altra tizia con uso di cuoricini la quale invece diceva che Bologna era bellissima, precisando che questa tizia aveva molti più follower di quell’altra (che imbarazzo). 

Sono passati mesi ed evidentemente non se la sono ancora dimenticata, perché Santori a Pasqua fa il suo bravo video dicendo che Bologna non era affatto invasa dai turisti, bastava andare nei vicoli ed erano vuoti, e «nelle piazze meno centrali c’è silenzio e tranquillità». Strano che i turisti stiano nelle zone più turistiche, che bizzarria, chissà come mai. 

E a un certo punto del video dice che le immagini si possono manipolare, e «tenere il gioco della finta influencer». L’insulto è «finta», perché lui pensa che l’influencer sia un mestiere importante per la comunità, e non vuole allargarlo agli abusivi. Abusivi che manipolano le immagini, un po’ come fa lui non inquadrando cacche di cane sui marciapiedi, buche nelle strade, insomma tutto ciò cui è abituato chi sta a Bologna. 

Per andare in Sala Borsa dal Pavaglione si può fare il giro largo, da piazza Maggiore o da via Rizzoli. O, come ho fatto io l’altro giorno, tagliare per il porticato di fronte a via Orefici. Sono le cinque di pomeriggio, e le uniche persone sotto quel portico sono adulti, di spalle: stanno tutti pisciando contro i muri. 

Ora, io non so perché a Bologna e a Parigi la gente pisci per strada, forse c’entra la teoria delle finestre rotte, probabilmente se li multassero smetterebbero, se nessuno sentisse puzza di piscio nessuno penserebbe che è normale pisciare in pubblico. So però che Santori, che vive nella mia stessa città, finge di credere che la «finta influencer» si riferisse a «l’odore di pipì di cane», e poco dopo dice che Bologna «si deve essere o male informati o in cattiva fede per raccontarla come una latrina a cielo aperto». Assessore, la prego: non proietti. Si deve stare sempre chiusi in casa, per credere che Bologna non sia un pisciatoio. Glielo dico con la stima che si deve a una vera influencer. 

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