L’Ungheria ha scelto l’Europa, ora l’Europa deve scegliere sé stessa

Aprile 16, 2026 - 16:00
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L’Ungheria ha scelto l’Europa, ora l’Europa deve scegliere sé stessa

Lo scontro tra Israele, Stati Uniti, e Iran non vede la fine. Dopo il fallimento del primo vertice di Islamabad, gli Stati Uniti hanno già reso operativo un contro-blocco dello stretto di Hormuz, mentre l’Iran minaccia di colpire nuovamente gli Stati del Golfo. L’Unione europea lotta per tenere a galla l’industria e i settori più colpiti dallo shock della supply chain, mentre cerca di non perdersi nei festeggiamenti per la vittoria di Peter Magyar, capace di mandare a casa Viktor Orbán dopo sedici anni di dominio incontrastato sull’Ungheria.

Hormuz resta di fatto chiuso. Le riserve di stock europeo sono a livelli mai visti dal 2022, con forti disparità tra gli Stati membri, e il rischio di interruzione di servizi come i voli commerciali è concreto. Il pacchetto promesso quasi un mese fa non è ancora stato presentato, non c’è traccia di un price cap coordinato e gli Stati membri finiscono per farsi concorrenza tra loro sugli acquisti di gas. La crisi è grave ma gestibile, anche grazie a un’opera di diversificazione energetica e geografica partita nel 2022, a patto che la chiusura dello Stretto non si prolunghi oltre l’estate. L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) ha già rilasciato oltre quattrocento milioni di barili di riserve strategiche, il più ingente della storia. Una serie di incontri tra associazioni di categoria e istituzioni europee ha stabilito l’assenza di rischi immediati per l’approvvigionamento, e ha decretato non necessario un ulteriore rilascio di scorte. Ventidue Stati su ventisette hanno introdotto misure per dieci miliardi volte a tamponare l’aumento dei costi. Esattamente ciò che la Commissione aveva chiesto di non fare: in diversi, compresa l’Italia, dovranno affrontare procedure di scrutinio per sospetto aiuto di Stato selettivo. Nel frattempo, il Commissario all’economia Valdis Dombrovskis ha affermato di star valutando la proposta italo-tedesca di istituire una tassa sui profitti straordinari delle compagnie energetiche. In questo quadro, Keir Starmer ed Emmanuel Macron annunciano una riunione dei “volenterosi” in settimana, tale da forzare la riapertura di Hormuz.

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Non sono bastati gli appelli al voto di Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin, Donald Trump, Marine Le Pen, Javier Milei, e Giorgia Meloni: Péter Magyar ha sconfitto alle urne Fidesz, il partito di Orbán e conquista la super-maggioranza parlamentare, con centotrentotto seggi sui centonovantanove disponibili. Il nuovo governo punterà a sbloccare i diciotto miliardi di fondi europei congelati a causa delle infrazioni accumulate come figurine dal governo precedente. Carta di scambio con Bruxelles per permettere il via libera ai novanta miliardi in prestito all’Ucraina, aiuti osteggiati fino ad ora dal corpo diplomatico ungherese in sede di Consiglio dell’Ue. Le elezioni si sono svolte in un clima teso, caratterizzato dai tentativi di interferenza e manipolazione russa. Tre operatori del Gru, il servizio d’intelligence militare russo, hanno agito dall’interno del Paese per tutta la durata delle elezioni. Come riportato dal Washington Post gli agenti del Svr, i servizi segreti russi, hanno perfino suggerito un finto attentato contro Orban come “game changer” per le elezioni. Politico riporta invece l’attivazione della macchina dei bot russi a sostegno del candidato pro-Cremlino mentre l’Osce osserva il proliferare di una retorica della paura da parte del Fidesz, spinta sui social dai citati bot e incentrata sulla demonizzazione dell’Unione europea e della figura di Zelensky. Gli schemi narrativi classici della disinformazione russa. Il tutto supportato dall’uso improprio di fondi statali per finanziare la campagna elettorale e dall’assenza di pluralismo mediatico. La lezione proveniente dall’Ungheria è semplice: il popolo, se è forte e cosciente del rischio che la democrazia corre, non è facile da manipolare. E gli ungheresi hanno scelto l’Europa senza tentennamenti.

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Oggi si terrà il Consiglio Affari Esteri (Cae) del Consiglio dell’Unione europea. I temi in discussione spazieranno dal fronte orientale a quello medio-orientale. Sarà soprattutto il primo momento in cui i ventisette discuteranno la situazione iraniana e la posizione dell’Ue sulla possibile ulteriore escalation del conflitto. Il 23 e il 24 aprile invece, tutti in trasferta a Cipro, dove si terrà il vertice informale dei capi di Stato. Cipro ha subito l’attacco di droni iraniani, e sfrutterà il suo semestre presidenziale in Consiglio per discutere l’articolo 42.7 TUE, ossia la clausola di assistenza reciproca qualora uno Stato membro subisse un’aggressione sul proprio territorio. Questo meccanismo è stato attivato soltanto una volta, dalla Francia in occasione degli attacchi terroristici del 13 novembre 2015. Questa clausola presenta una limitazione per molti dei Paesi a rischio, poiché l’assistenza da fornire non è codificata strettamente in un intervento militare. Di fatto ogni Stato può scegliere come prestare soccorso, basta che sia al meglio delle proprie capacità. Cipro metterà in discussione di questa ambiguità, sostenuta dai Baltici? Essendo un vertice informale, non saranno prodotte conclusioni vincolanti. Il momento è urgente, ma ancora una volta la procedura elefantiaca dell’Ue previene una reazione tempestiva. Con Magyar alla guida dell’Ungheria, il formato dell’incontro cambia radicalmente. Per la prima volta in anni, i ventisette capi di Stato a Cipro saranno sostanzialmente allineati su Ucraina e difesa. Magyar sarà in carica come primo ministro designato o Orbán sarà ancora in sella? Il timing del cambio di governo potrebbe giocare un fattore rilevante.

Tra lo scacchiere mediorientale e le urne magiare, l’Europa si riscopre meno manipolabile di quanto il Cremlino sperasse, ma più vulnerabile di quanto essa stessa ammetta. Il tempo del temporeggiamento è finito: con l’uscita di scena di Orbán, l’Ue perde il suo alibi preferito. Ora non resta che agire. Il passaggio di testimone a Budapest potrebbe essere l’ingranaggio mancante per rafforzare l’autonomia strategica europea. A Cipro avremo un incipt di risposta, sotto il sole di un’estate che si preannuncia caldissima.

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