Figli di un dio minore… o no?

Aprile 16, 2026 - 16:00
 0
Figli di un dio minore… o no?

Ci sono degustazioni a cui si partecipa per i grandi nomi inseriti nel panel, come questa o questa. Ci sono degustazioni a cui si partecipa per conoscere qualcosa di nuovo e mai provato prima, magari per conoscere una zona o un produttore in particolare. Ci sono degustazioni a cui si partecipa senza grandi pretese, solo per avere conferme o smentite su un pensiero acquisito su questo o quel produttore o su questo o quel vino. Poi ci sono degustazioni a cui si partecipa con grande interesse e curiosità per l’annata messa in gioco, per la zona e soprattutto per i nomi che fanno parte della serie.

Bene, la degustazione di cui voglio parlarvi è proprio da inserire in quest’ultimo caso, se poi vogliamo aggiungere che l’annata in discussione, la 2000, è quella che si poteva trovare in acquisto nelle cantine di Bordeaux durante la vendemmia 2003 in cui ero impegnato personalmente nella lavorazione dell’uva in uno Château di Margaux, cosa che mi ha riacceso un sacco di bei ricordi, e che è stata per molto tempo considerata una delle annate migliori in assoluto di questa zona… beh, va da se che la curiosità e l’attesa per questa degustazione erano veramente alte!

Veniamo però al dunque e cerchiamo di spiegare il titolo di questo articolo, “Figli di un dio minore”. Credo che ormai molti sappiano che la classificazione dei vini di Bordeaux del 1855, almeno quelli nella riva sinistra che comprende tutte le zone che producono vino attorno alla città di Bordeaux e a sinistra (Ovest) di Garonna e dell’estuario della Gironda, abbia classificato molti Châteaux (semplicemente il modo di dire “cantine” in questa zona di Francia) in base a cinque livelli principali nella zona più alta della classifica. I cinque campioni assaggiati nella precedente degustazione relativa a questa zona erano appunto parte della prima posizione del podio, i cosiddetti “Primi Grands Crus”:

  • Château Lafite, ora Château Lafite Rothschild, Pauillac
  • Château Latour, Pauillac
  • Château Margaux, Margaux
  • Haut-Brion, ora Château Haut-Brion, Pessac-Léognan, Graves
  • Mouton, ora Château Mouton-Rothschild, Pauillac (elevato a rango di Premier Grand Cru Classé soltanto nel 1973)

In questa tornata, invece, abbiamo messo le mani, il naso e la bocca su alcuni fra i più rappresentativi scalini minori del podio di questa classificazione, tutti dell’annata 2000, tutti provenienti dallo stesso possessore con l’unica eccezione fra loro, in due casi, del formato. Per dovere di cronaca, al momento della degustazione i vini hanno compiuto ventitré anni ed erano e sono vini molto più abbordabili a livello economico rispetto ai più blasonati fratelli in prima posizione.

Foto di Andrea Moser

La serata è quindi iniziata con un Bollinger R.D. 2002 (per i più fricchettoni riporto anche la data di sboccatura, 26.01.2017, che ha molto da dire sull’integrità e sulla freschezza del vino in questione), per accordare i nostri sensi ai vini che stavano per arrivare, uno Champagne dalla beva compulsiva, prodotto con sole basi provenienti da Premiers e Grands Crus di Champagne e rimasto a contatto coi lieviti per ben quindici anni.

L’inizio della scalata è poi proseguito con un magnum di Château Leoville Barton 2000, “Secondo Grand Cru”, un po’ timido nella sua prima espressione, molto complesso e ancora croccante, complice forse anche un lieve fenolico di fondo, una bocca di un’integrità e una ricchezza meravigliosa.

La salita si è poi fatta ancor più interessante con uno dei miei preferiti in assoluto, un magnum di Château Cos D’Estournel 2000, “Secondo Grand Cru”, che si è subito dimostrato pronto e accogliente, precisissimo al naso, forse ancora lievemente appesantito dal legno, in ogni caso un gran bel legno, che comunque si amalgamava molto bene con una leggerissima nota pirazinica e un frutto ancora vivace e croccante al naso e anche in bocca.

Proseguendo con la scaletta abbiamo incontrato una bottiglia di Château Baron de Pichon Longueville 2000, “Secondo Grand Cru” da non confondere con l’adiacente “Comtesse”, una bellissima sorpresa con ottima freschezza e pulizia, integrità di frutto, tannino ancora ruggente e bellissima lunghezza al palato.

Al quarto vino abbiamo purtroppo avuto una brutta sorpresa con Château Trotanoy 2000, l’unico vino inserito in batteria prodotto a Pomerol, zona che non fa parte di questa classificazione e realizzato in gran parte con uve Merlot: non aveva retto il passare inesorabile del tempo ed era quindi spento, ossidativo e stanco in bocca (per i benpensanti, non era un problema di tappo né di conservazione, visto che diversi partecipanti alla degustazione riportavano analoghe disavventure su questo Château in quest’annata).

Per riprenderci subito siamo passati al quinto gradino della scalata, trovandoci di fronte a Château Lynch-Bages 2000, “Quinto Grand Cru”, il più “piccolo” a livello di classificazione dei vini assaggiati ma riconosciuto da molti come un grandissimo produttore, si è infatti difeso egregiamente dividendo i commensali a livello olfattivo. Si presentava infatti con note verdi piraziniche piuttosto accentuate al naso che però si aprivano all’aria con allungo speziato e frutta rossa; la bocca ha però poi unito gli animi dimostrandosi setosa con un tannino lungo e complesso.

Foto di Andrea Moser

Il penultimo assaggio della serata è stato in assoluto per me la scoperta più bella di tutta la degustazione, Château Grand-Puy-Lacoste 2000, “Quinto Grand Cru” anche in questo caso, uno dei più bassi nella classificazione, dopo ventitré anni un vino di una freschezza disarmante, una precisione di frutto e polpa incredibile con un allungo e uno spessore di frutto disarmanti, uniti a un tannino straordinariamente vellutato e suadente. Inutile dire che l’intera bottiglia è terminata in due minuti, precludendo qualsiasi riassaggio dopo un po’ di tempo all’aria.

Ultimo della serie, Château Gruaud Larose 2000, “Secondo Grand Cru”, magari sfortunato nel posizionamento della batteria ma nel complesso non ha brillato a causa di un frutto lievemente stanco, offuscato da un fenolico un po’ troppo presente e un tannino secco sul finale.

Per finire in bellezza non poteva mancare un illustre outsider, un Sauternes Château De Fargues 1966 dell’illustre famiglia Lur Saluces, che ci ha lasciato veramente senza parole per integrità ed espressività al naso e, perché no, anche per facilità di beva nonostante gli anni e l’importante residuo zuccherino.

Che cosa portiamo a casa da questa degustazione? Una bella selezione di nomi meno conosciuti, che vi consentiranno di fare il nerd enologico nei prossimi incontri con gli amici. Tante sorprese di grande spessore da sfoggiare a cena, per non fare mai la figura del bevitore di etichette, ma del ricercatore esperto!

L'articolo Figli di un dio minore… o no? proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News