Dopo Trump e Netanyahu, il governo Meloni si smarca anche da Caltagirone

Nella partita dei vertici di Mps il vincitore è un manager, Luigi Lovaglio; lo sconfitto è un azionista, Francesco Gaetano Caltagirone. Ma dietro le quinte si è mosso anche il governo Meloni, attraverso il ministero dell’Economia e delle finanze guidato da Giancarlo Giorgetti.
Lovaglio era stato nominato nel 2022 da Mario Draghi, allora presidente del Consiglio, per rilanciare il Monte dei Paschi che era stato di fatto salvato e nazionalizzato, con l’obiettivo a medio termine di ri-privatizzare la banca. Il Calta, per riuscire a comandare in Generali, di cui è da anni un grande azionista, alla fine del 2024 è entrato in Mps dove, qualche mese dopo, ha partecipato alla scalata su Mediobanca, che di Generali detiene il 13%. I due si sono incrociati in Mps quando due anni fa il Mef ha venduto quote della banca a tre soggetti: allo stesso Caltagirone, alla Delfin degli eredi Del Vecchio e al Banco Bpm. Di questi, sia Caltagirone, sia Delfin erano e sono i grandi azionisti privati sia di Generali, sia di Mediobanca. Tutto è filato liscio, compresa la scalata a Piazzetta Cuccia, fino a quando Lovaglio e Caltagirone hanno avuto idee diverse su Generali: il primo la vuole tenere nell’ambito di Mps per poi valutare opzioni strategiche; il secondo punta la compagnia triestina da oltre dieci anni, senza peraltro nasconderlo (nel 2022 ha promosso la presentazione di una lista per il rinnovo dei vertici, sconfitta in assemblea).
Di qui, attraverso alterne vicende – e mentre i pm di Milano hanno aperto un’inchiesta sulla scalata a Mediobanca, indagando Caltagirone, Francesco Milleri (Delfin) e lo stesso Lovaglio per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza – si è arrivati al defenestramento di Lovaglio: nella corsa al rinnovo dei vertici, in calendario con l’assemblea del 15 aprile, il Cda di Mps ha presentato una lista escludendo il suo Ceo (Lovaglio) e candidando al suo posto un manager, Fabrizio Palermo, considerato vicino a Caltagirone (è uno dei suoi uomini nel Cda di Generali). A quel punto, però, è arrivata una seconda lista, presentata dal socio (con l’1,2%) Pierluigi Tortora, finora poco conosciuto, che ha riproposto la candidatura di Lovaglio. Sulla carta un classico Davide contro Golia. Perché a favore di Golia-Cda, oltre a Caltagirone (che ha il 13,5%) si sono espressi i proxy advisor che – da oltre oceano – consigliano il voto agli investitori istituzionali (in Mps pesano per il 50%). Eppure hanno perso: i maggiori fondi, grati a Lovaglio per i profitti che gli ha garantito per anni, hanno rifiutato una scelta che appariva dettata da interessi di parte. Ma non sarebbe bastato.
L’elemento decisivo è stato un altro: il pacchetto di mischia che, reclutato dal Tesoro, aveva iniziato questa partita nell’autunno del 2024, di fonte alla defenestrazione di Lovaglio si è diviso. Nell’assemblea decisiva il Mef non è andato, mentre Delfin e Banco Bpm hanno votato a favore di Lovaglio e contro la lista del Cda, sostenuta solo da Caltagirone. Senza di loro Lovaglio avrebbe perso. In altri termini, l’operazione terzo polo, studiata da Giorgetti e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, per Mps, ha visto frantumarsi la compattezza dei suoi punti di riferimento originari, ma forse si ricompatta sotto altre forme. Può essere, quindi che l’assemblea di Mps sia il risultato di una serie di circostanze che hanno aiutato il governo. Meloni e Giorgetti hanno probabilmente intuito, all’ultimo momento, che non potevano passare agli annali della finanza come i registi del passaggio della nostra principale società finanziaria – le Generali – sotto l’influenza decisiva di un singolo imprenditore privato.
Altro che difesa della sovranità del risparmio nazionale. Il tutto nel disinteresse, se non nel disprezzo, del mercato, di cui il governo ha sempre bisogno quando mette i suoi Btp all’asta.
Per questo, la decisione di Delfin (socio con il 17,5% di Mps) di appoggiare Lovaglio quando fino a pochi giorni fa era sembrava certa l’astensione, oltre a segnare la fine dell’idillio storico con Caltagirone, potrebbe essere stata dettata anche da questioni puramente di mercato. Che il Mef, a giochi fatti, non può che accogliere con un sospiro di sollievo, con buona pace di Caltagirone. Il che vale ancor di più per il Banco Bpm, istituto considerato negli ambienti finanziari in grande sintonia con il Tesoro. In ogni caso sia Delfin, sia il Banco non possono essere sospettati di avere fatto una scelta poco trasparente. Anzi, per entrambi la lista Lovaglio rappresenta la continuità rispetto alla gestione che avevano appoggiato fino a meno di un mese fa.
Per il governo, in fin dei conti, è andata bene: pur essendo stato il regista di un’operazione discutibile fin dall’inizio, poteva andare molto peggio. L’abbraccio con Caltagirone poteva trasformarsi per Meloni in un’altra delle sue recenti scelte infelici.
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